giovedì 27 dicembre 2018

La tua famiglia è poco istruita? Non andrai lontano negli studi

L’articolo 34 della Costituzione parla in modo molto chiaro: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso”. A distanza di oltre 70 anni dalla sua promulgazione, le cose però vanno diversamente: secondo uno studio dei ricercatori della Banca d’Italia, realizzato da Luigi Cannari e Giovanni D’Alessio del dipartimento di Economia e Statistica e pubblicato il 16 dicembre, continuano a ereditarsi da genitori ai figli non solo reddito da lavoro e ricchezza, ma anche l’istruzione.

Quell’ascensore sociale che non sale

Anzi, negli ultimi anni il cosiddetto ascensore sociale in Italia sembrerebbe non salire. Anzi, per certi versi sembra essere tornato addirittura indietro: la mobilità generazionale è in forte crisi. Con la parte della popolazione che parte più svantaggiata, in alta percentuale di fatto bloccata allo stato d’origine.
Approfondendo le indagini della Banca sui bilanci delle famiglie italiane tra il 1993 e il 2016, dallo studio è emerso che “uno dei canali di trasmissioni delle condizioni di benessere dai genitori ai figli è l’istruzione” ed inoltre “le stime mostrano una elevata persistenza intergenerazionale nei livelli di istruzione“.

L’influenza delle condizioni “ambientali”

Questo accade perché le condizioni ‘ambientali’ – quale può essere il luogo di nascita, le amicizie e i familiari – sono preponderanti per il futuro del cittadino. Anche la scuola, ma spesso anche questa è scelta in base allo status di partenza.
Nella ricerca dell’istituto bancario, si sottolinea come “la mobilità intergenerazionale costituisca un elemento cruciale in termini di uguaglianza. Una società che registri possibilità di successo economico significativamente superiori in funzione delle fortune dei propri avi tende a generare scontento ed è fonte di possibili tensioni nella parte di popolazione svantaggiata. Tale circostanza costituisce poi un’alterazione dei principi di uguaglianza su cui si fondano le democrazie occidentali” e la nostra stessa Costituzione.

Nella scelta delle scuole gli studenti si autoselezionano

A poco sembra servire, per superare le diseguaglianze di partenza, che in Italia l’istruzione sia pubblica e la scuola dell’obbligo.
A pesare tantissimo, come un macigno, continua ad essere scolarità dei genitori. Addirittura sull’abbandono scolastico si riscontra una sorta di emulazione: “gli studenti – spiega il rapporto – si autoselezionano nelle diverse tipologie di istruzione secondaria (o nell’abbandono scolastico) sulla base dei risultati precedentemente conseguiti e della professione e del titolo di studio dei propri genitori. Tale meccanismo determina una segmentazione della popolazione di studenti (ad esempio tra licei e scuole professionali) fortemente correlata con le classi sociali di provenienza”.
I genitori influiscono, in particolare, sugli studi superiori: si determina, in pratica, “una segmentazione della popolazione di studenti (ad esempio tra licei e scuole professionali) fortemente correlata con le classi sociali di provenienza”.

I redditi non sono da meno

Ne consegue che anche i redditi professionali rimangono decisamente ancorati a quelli della famiglia di appartenenza: i ricercatori sottolineano che risulta “decisamente crescente è invece il contributo dei fattori familiari diversi dall’istruzione”.
Ne consegue che “le stime dell’elasticità dei redditi da lavoro collocano l’Italia nel novero dei paesi a bassa mobilità intergenerazionale, confermando i risultati di precedenti studi”. Ciò, “restituisce l’immagine di una società che tende a divenire meno mobile negli anni più recenti”.

venerdì 21 dicembre 2018

I poteri forti tirano la volata a Milano, la Capitale “vicino all’Europa

Alla fine il cerchio si è quadrato. La classifica del Sole 24 Ore, quotidiano della Confindustria, ci fa sapere che finalmente Milano è la prima città italiana per benessere, spodestando così la vivibile ma marginale Bolzano che deteneva il primato.
“Smog, traffico e scarsa sicurezza potrebbero far pensare che la prima classificata non si meriti il podio. Ma i dati, messi in graduatoria su base provinciale, dicono il contrario. Il capoluogo lombardo festeggia il suo primato, inedito nell’indagine annuale del Sole 24 Ore, piazzandosi ben sette volte su 42 nei primi tre posti per le performance conseguite negli indicatori del benessere. E conquista così lo scettro di provincia più vivibile d’Italia, dopo averlo sfiorato per quattro volte, fermandosi al secondo posto nel 2003 e 2004 e poi nel 2015 e nel 2016”. Sprizza soddisfazione da tutti i pori il giornale della Confindustria andando a confermare un processo di “Capitalizzazione” di Milano che i grandi gruppi economici del Nord stanno perseguendo negli ultimi anni. Un processo che il nostro giornale ha individuato e denunciato per tempo (il primo ad avercelo riconosciuto è stato lo scomparso urbanista Antonello Sotgia).
Queste classifiche sulla qualità della vita in realtà servono sempre più a sancire il luogo ideale per fare affari e riaffermare la logica delle “città competitive”, alimentando fantasmi che è bene conoscere e smascherare. Qualche settimana abbiamo fatto tana agli errori” nella classifica sulla qualità della vita delle città italiane commissionata da Milano Finanza, altro giornale della grande borghesia del Nord, commissionato e realizzato dall’università La Sapienza. Uno scavallamento dei dati su disoccupazione e tasso di occupazione aveva influenzato il coefficiente, “premiando” le città virtuose e penalizzando quelle  ritenute o condannate al declino (Roma e Napoli tra queste, ma anche Firenze).

In questo caso, il Sole 24 Ore spiega che la certificazione del benessere viene elaborata tramite 42 indicatori suddivisi in sei macro-aree («Ricchezza e consumi», «Affari e lavoro», «Ambiente e servizi», «Demografia e società», «Giustizia e sicurezza», «Cultura e tempo libero»), riferiti all’ultimo anno appena trascorso. Milano, appare in testa negli indicatori reddituali (prima per depositi in banca pro capite e consumi medi delle famiglie in beni durevoli) e vince l’iCityrate del Forum Pubblica amministrazione come la migliore “smart city”. E’ la seconda per prezzo medio di vendita delle case, ma è ultima per il costo medio degli affitti. È al terzo posto per tasso di occupazione tra i 15 e i 64 anni (pari al 69,5%), ma è anche tra le città più litigiose e meno sicure del Paese, seconda solo a Napoli per le rapine.
Diventa ormai sempre più evidente il progetto di fare di Milano la “Capitale di fatto” del nostro paese. In fondo è la metropoli più vicina all’Europa, anzi al magnete piazzato al centro dell’Unione Europea e che attrae, concentra, gerarchizza le risorse, spoliado e distruggendo tutto il resto dei territori periferici.
Il mondo della supremazia della competitività su tuto il resto, ha bisogno di vetrine e le città globali sono diventate questo: luoghi ideali per gli affari, paradisi per una urbanistica liberista, eventifici attenti ai flussi turistici dei “travel detailer” più che alle esigenze abitanti, territori pacificati dai conflitti sociali e con amministratori del tutto simili e intercambiabili. Roma viene ormai liquidata (e incentivata a diventarlo) come una città in declino, inadeguata ad essere ancora la Capitale di un paese europeo. L’aver dato in pasto la giunta Raggi agli agenti del declino incentivato, sembra non dare conto di un cortocircuito micidiale che usa i Patti di Stabilità e campagne stampa mirate come una clava. Insomma Milano sempre più una Capitol City per la quale il resto dei distretti sono obbligati a portare risorse: umane, economiche, finanziarie, di conoscenze ed immagine.
A gennaio, sulle pagine del Corriere della Sera, era stato il sindaco di Milano, Mario Sala, a perdere i freni inibitori dichiarando che: “Milano è una città sistemica che riconosce tra i suoi doveri quello di mettere al servizio del Paese il suo modello” In assenza di risposte “si rivolgerebbe direttamente all’Europa e alle sue risorse, rafforzerebbe la diplomazia estera, continuerebbe ad attrarre il mondo della finanza e delle imprese in forza della qualità dei suoi servizi e della sua vita”. Una sorta di ultimatum e di destino manifesto.
Anche nella classifica del Il Sole 24 Ore, del resto, tutte le prime venti città per benessere sono collocate in quello che ormai è diventata la “Marca tedesca”, una macroregione composta da Lombardia, Nordest ed Emilia Romagna che hanno fatto della subalternità di filiera alla industria tedesca, e della secessione reale dallo Stato repubblicano e dal resto del paese, un asse strategico. Siamo pronti a tutto questo?

giovedì 20 dicembre 2018

Eurozona: tutte le eccezioni della Francia

L’UE vuole che riduciamo il debito pubblico, per ridurlo dobbiamo aumentare il PIL e la domanda interna, per farlo abbiamo bisogno di investimenti produttivi e di distribuire liquidità (e di ridurre le tasse), ma in questo contesto di moneta debito, non possiamo che aumentare il deficit (o fare moneta fiscale). Ma l’UE NON vuole che aumentiamo il deficit, e se già sappiamo che è campato in aria il valore del 3% per il rapporto deficit/PIL, ancora più infondato lo è quello del 2% non previsto in alcun Trattato UE ! Ma ciliegina, Moscovici ha detto che Macron potrà superare il 3% del rapporto deficit/Pil perché la situazione francese non è paragonabile all’Italia. E’ vero non lo è. Perché, come e più di altri paesi, la sua élite gode di eccezioni pacchiane ed estravaganti, che solo una propaganda capillare che dura da 70 anni è riuscita a relativizzare o a far passare per innocue particolarità “culturali”, tipiche del suo “rayonnement” e dei “generosi” “aiuti allo sviluppo”.

In uno degli ultimi articoli riferivo del franco africano CFA: stampato, coniato e creato dal Trésor francese per 3 zone valutarie africane costituite da 14 paesi africani più le Comore. In cambio della presunta garanzia di convertibilità di detta moneta da parte della Francia, il Trésor richiede in un conto segreto il 50% delle riserve valutarie di ognuno di quei paesi.


Questo significa che sotto banco, senza che nessun protocollo ai Trattati europei, né che alcuna clausola degli stessi ne preveda la possibilità, lo Stato francese ha continuato a batter moneta, Trésor e Banca centrale francese uniti contrariamente all’articolo 130 dei Trattati sul Funzionamento dell’UE,che prevede l’autonomia delle Banche centrali dell’eurozona da Stati e governi e contrariamente a quello che ci raccontano essere il divieto fondamentale dell’eurozona, quello di battere moneta da parte degli Stati, tranne che per il conio monetine!

Vero è che i Trattati NON parlano di monete diverse dall’euro, definendo come unica moneta a corso legale nell’eurozona le banconote e le monetine in euro, il che significa che:


  1. niente è previsto per il caso in cui uno Stato membro dell’eurozona stampasse ed emettesse euro NON a corso legale nell’eurozona, e infatti la Germania ha coniato monetine sui generis (da 5 euro) non previste dalla BCE, ma non solo, la regola è stata scritta un po’ “lassa” in modo da consentire il flou artistique al sistema bancario che moltiplica gli strumenti di pagamento che fungono da moneta (visa, carte, bonifici e depositi scritturali, ma anche app, paypal ecc, o anche crypto e btc). Non per niente molti sovranisti insistono sulla possibilità di emettere moneta fiduciaria come le statonote (Nino Galloni), i CCF (Costa, Bossone, Cattaneo, Sylos Labini), senza parlare dei minibot di Borghi che hanno inizialmente provocato un pandemonio tra i cosiddetti “mercati”;

  2. che niente è previsto per il caso in cui uno Stato membro dell’eurozona battesse euro a corso legale fuori dall’eurozona, come si è visto con la “tolleranza” per il caso della Francia, che stampa ed emette franchi CFA per le sue colonie africane o come l’Olanda nelle Antille olandesi, dove la Banca centrale olandese controlla la Banca di Curaçao che stampa, sotto il suo controllo, una valuta agganciata al dollaro.

E il punto è proprio che in quei territori d’oltremare, paesi come il Regno dei Paesi Bassi e la Francia, hanno mantenuto dei legami coloniali e imperialisti tali da passare attraverso le maglie dei Trattati permettendosi di battere moneta oltremare, ni vu ni connu, “incognito”. A ben guardarci non c’è neppure bisogno di alcun protocollo aggiuntivo ai Trattati perché questi sono stati formulati in modo tale che niente è detto della prerogativa di battere moneta NON in euro in territori FUORI dal perimetro dell’Unione europea. Che è chiaramente il caso per i CFA in Africa e la valuta delle Antille olandesi.

Che ne è invece del perimetro, labile, dell’Unione europea con paesi associati e regioni ultra periferiche, dove la Francia stampa ed emette franchi CFP in 3 di essi ed euro in 6 altri paesi ?



Per la moneta a corso legale NON in euro “fuori dall’eurozona” ma in paesi associati all’UE (lo statuto di queste isole è ibrido, sono esterne ma “associate” ad alcune politiche di sviluppo e cooperazione dell’UE), la Francia ha ottenuto un protocollo, in “autotutela”, con la scusa dei suoi “legami storici” con la Nuova Caledonia, la Polinesia francese e Wallis e Futuna. E’ il protocollo 18 dei Trattati sul Funzionamento dell’Unione europea.

mercoledì 19 dicembre 2018

La bomba dei derivati che vale 33 volte il Pil mondiale

Il valore dell’attività finanziaria a cui si riferisce un contratto derivato, ovvero i cosiddetti “derivati”, a livello mondiale si fissa a 2,2 milioni di miliardi (avete letto bene 2,2 milioni di miliardi!) di euro, ovvero 33 volte il valore del Pil mondiale. I derivati, tecnicamente, sono strumenti finanziari complessi, oggigiorno altamente diffusi sui mercati dei capitali. Cresciuti esponenzialmente nei primi anni del 2000, a cascata hanno acquisito un ruolo di assoluta centralità nell’intera economia e finanza globale. Non sono titoli muniti di un proprio valore intrinseco, bensì “derivano” il loro valore da altri prodotti finanziari esistenti come beni reali alla cui variazione temporale del prezzo essi si agganciano. Il titolo o il bene reale la cui quotazione sui mercati imprime di fatto il valore al derivato assume il nome di “underlying asset” ovvero “sottostante”.
È interessante rilevare come i derivati possano assolvere sia a una funzione di copertura e quindi protettiva da uno specifico rischio sui mercati, sia a una finalità esclusivamente speculativa, infatti la loro evoluzione sui mercati finanziari globali è stata sempre di più evidenziata quale mezzo di pura speculazione. Come operano i derivati? Essi hanno per oggetto una “pura scommessa” (previsione) sull’andamento futuro di un particolare indice di prezzo, ciò con il massimo spettro di scelte quali: quotazioni di titoli, tassi di interesse, tassi di cambio tra valute diverse, prezzi di merce relativi a materie prime; ovvero tutto ciò che implica una variazione di prezzo e/o di valore. Un’ultima caratteristica che facilita la speculazione è che il derivato è di fatto uno strumento finanziario acquistabile su tutti i mercati mondiali da un numero definito di possibili scommettitori che non hanno alcun rapporto diretto con il titolo e/o bene sottostante a tale scommessa. Quindi gli scommettitori non sono direttamente coinvolti nell’operazione finanziaria dal cui andamento di mercato consequenzialmente il prodotto derivato trae di fatto il suo valore. Nella pratica finanziaria è quindi permesso a chiunque investire in un derivato il cui valore, come detto, è tecnicamente collegato a rischio di solvibilità di un altro soggetto.
Gli acquirenti (investitori) di un derivato scelgono così di scommettere, ad esempio, sulla capacità del debitore di onorare un determinato prestito. Ipotizzando che l’operazione sottostante al derivato vada male per gli scommettitori, vi sarà un effetto leva sul derivato che ne moltiplica il rischio finanziario fino a fargli assumere una portata a cascata sistematica: quello che di fatto sta accadendo oggi nella crisi mondiale finanziaria che stiamo vivendo.
È interessante vedere che la regolamentazione della vigilanza bancaria oggi è più concentrata sui possibili rischi al credito tradizionale che sui rischi effettivi connessi a questa innovazione finanziaria. Analizzando il portafoglio delle prime 55 banche dei tre blocchi Europa-Usa-Giappone, si vede che il rischio derivati figura per l’80% dell’attività prodotta. Da un’indagine datata 18/10/2018 si è evidenziato che nei soli 28 paesi dell’Ue il valore delle transazioni sui derivati è pari a 660 trilioni di euro, ovvero i derivati che vengono trattati sui mercati europei rappresentano poco meno di un quarto dei derivati di tutto il mondo, dove appunto il loro ammontare complessivo sfiora il 2,2 milioni di miliardi di euro. A questo quadro si aggiunga anche che nei bilanci delle banche europee vengono evidenziati 6.800 miliardi di euro tra attivi e passivi con una caratteristica definita “opacità”; ovvero sono i cosiddetti titoli illiquidi, quelli che nel gergo finanziario sono chiamati di “livello 2 e 3 “ e nel linguaggio più popolare “titoli tossici” (in finanza per titolo tossico si intende un titolo di credito derivato direttamente dalla cartolarizzazione di mutui e di prestiti subprime, quindi, venduto dalle banche ai propri clienti sia essi persone fisiche che fondi di investimento, con la figura di obbligazioni a basso rischio finanziario e ciò nonostante la scarsa qualità o il valore completamente azzerato a causa di una stima errata del rischio posta in essere dagli operatori ed agenzia di valutazione sui mercati finanziari, ndr).
Questa è la fotografia della situazione bancaria e dei mercati finanziari attuali: dire “bomba” è dire poco?

martedì 18 dicembre 2018

Gran Bretagna: è davvero la Brexit all'origine di povertà e disoccupazione

Ormai da tempo, anche da prima del referendum di due anni fa, quando si parla di Gran Bretagna il discorso si incentra quasi esclusivamente sulla “Brexit”. Una questione basilare, per le prospettive che può aprire non solo in terra britannica; ma che, allo stato attuale, sembra ancora in larga parte da decifrare con esattezza, tanto che c'è chi accusa lo stesso leader laburista Jeremy Corbyn, di voler “tenere il futuro oltre Manica avvolto nella nebbia”.

Ci sono però alcuni dati che, al contrario, risultano chiarissimi da tempo, perlomeno dall'ultimo decennio di austerity, fatto di sforbiciate alla spesa pubblicaspending review, tagli a salari, pensioni e assistenza sociale. Secondo una recente inchiesta condotta dal relatore speciale dell'ONU, Philip Alston, circa 14 milioni di cittadini britannici vivono in povertà; uno su 200 (1 su 52 a Londra) vive in alloggi di fortuna; l'impossibilità di scaldarsi e le ripetute privatizzazioni nell'assistenza sanitaria, pare abbiano causato 50.000 morti "in eccesso" lo scorso inverno; un terzo di bambini britannici vive in condizioni di miseria. E ancora: due milioni e mezzo di lavoratori sono appena al di sopra della soglia di povertà e un altro milione e mezzo è completamente indigente. Questo, per quanto riguarda i lavoratori; stando al The World Factbook della CIA, nel 2017 l'isola aveva un tasso di disoccupazione del 4,4% (le stime ufficiali britanniche parlano ora di 4,1%) che la poneva al 61° posto mondiale e, per i disoccupati le condizioni sono ovviamente ancora più disperate.

Le cifre sulle condizioni di povertà sono confermate anche dalla Social Metrics Commission, un "organismo trasversale indipendente, con credenziali borghesi impeccabili”, chiosano i comunisti del PCGB (m-l) e ancora la CIA fissava al 15%, nel 2013, la popolazione al di sotto della soglia di povertà. La Fondazione Joseph Rowntree quantifica al 22% i cittadini poveri - 8,2 milioni di lavoratori, 4 milioni di minori e 1,9 milioni di pensionati - e prevede che la povertà infantile, cresciuta di 500.000 unità negli ultimi cinque anni, potrebbe aumentare di un altro 7% entro il 2022.

Nella sua relazione al UNHRC, riportata dal The Guardian, Philip Alston dice che queste cifre "non sono solo una disgrazia, ma una calamità sociale e un disastro economico". Ma l'impoverimento “dei lavoratori britannici non è venuto fuori dal nulla” scrive il PCGB (m-l) e non sono effetto della Brexit; a partire dal “crollo finanziario del 2009, quando il governo laburista di Gordon Brown riversò quasi tutte le entrate fiscali annuali, 850 miliardi di sterline, nel salvataggio dei banchieri, c'è stata una stretta concertata sulle spese pubbliche e un'azione di retroguardia dei capitalisti per recuperare le loro perdite a spese della classe operaia”. E' stato un susseguirsi di attacchi a salari e condizioni dei lavoratori, a pensioni, contributi e prestazioni sociali, istruzione, alloggi, strutture sanitarie e assistenziali. Contemporaneamente, sono andati alle stelle i prezzi degli immobili, i canoni di affitto, i generi alimentari e le tariffe domestiche.

"Efficienza del mercato" era il mantra di Tony Blair e del suo cancelliere per le finanze Gordon Brown, ricorda il PCGB (m-l): “non appena il Labour ebbe messo le mani sulle leve del potere parlamentare, Brown, Blair e il Segretario alla salute Frank Dobson si dettero da fare per pompare miliardi di sterline nelle borse della finanza privata e procurare dividendi del 700% ai banchieri salvati”.
Le attuali condizioni economiche, dicono ancora i comunisti britannici, sono un prodotto del “modello economico sfrenato del capitalismo del libero mercato nella sua fase di monopolio. La concentrazione del capitale, della ricchezza della società, in sempre meno mani, è una legge economica ferrea, che sta impoverendo enormi fasce della popolazione mondiale”.
Solo dopo un procedimento giudiziario, il Dipartimento del lavoro e delle pensioni (DWP) è stato ora costretto ad ammettere che tra il 2011 e il 2014 circa 2.400 persone sono morte nel giro di pochissime settimane, dopo esser state dichiarate "idonee al lavoro” dalle commissioni mediche previste nelle strutture introdotte dal governo laburista nel 2008 – le Employment and Support Allowance (ESA) – che hanno sostituito l'indennità di inabilità al lavoro per le persone invalide. I richiedenti il sussidio devono superare una valutazione di idoneità al lavoro (WCA) e coloro che risultano idonei vengono inseriti in gruppi di per le attività lavorative (WRAG), dopo di che hanno un anno per trovare lavoro o perdere i sussidi.

Ora, secondo l'Office for National Statistics, allo scorso ottobre c'erano circa 1,38 milioni di disoccupati, 20.000 in più rispetto a maggio a luglio 2018, ma 49.000 in meno rispetto all'anno precedente. Il tasso di disoccupazione è stimato al 4,1%; il tasso di inattività economica (studenti, congedi per malattia di lunga durata, pre-pensionati, persone che hanno smesso di cercare lavoro) era stimato al 21%: livello più basso da quando sono state avviate le stime comparate nel 1971. Circa 8,7 milioni di persone tra 16 e 64 anni erano economicamente inattive: 195.000 in meno rispetto a un anno prima. Sempre a ottobre, erano registrate 32,4 milioni di persone nel mondo del lavoro: 261.000 in più rispetto a un anno prima e il tasso di occupazione era del 75,5% (75,3% nel 2017).

Dunque: Brexit e povertà? Brexit e disoccupazione? Cataclismi, diluvi e giudizi universali, come pronosticano gli angeli custodi d'Europa di fronte alla prospettiva di una “Italexit” che nessun “governo del cambiamento” ha mai davvero avuto in mente?

Il cancelliere ombra laburista John McDonnell ha detto che il suo partito sosterrà un referendum sull'accordo se non si terrà un'elezione generale; la risoluzione laburista sulla Brexit, sostiene il PCGB, stabilisce “condizioni quasi impossibili per qualsiasi accordo e pone il veto a una Brexit no-deal: in effetti, mettendo il Labour esattamente contro la Brexit”.

La Brexit causerà indubbiamente perturbazioni e shock economici a breve termine, scrivono i comunisti britannici; ma rimanere nella UE significa “rafforzare un club imperialista anti-operaio, anti-sindacale, anti-socialista, che preme sull'agenda delle privatizzazioni e dell'austerità in Gran Bretagna e in tutta Europa”. La liberalizzazione a ogni costo sta guidando “allo stesso modo Theresa May, Boris Johnson e il partito laburista. L'ideologia fondamentale del Labour è quella di mantenere il sistema del capitalismo monopolistico, e quindi del sistema della schiavitù salariale. Senza alcun tentativo di affrontare questa fondamentale ingiustizia, da cui derivano tutte le altre, compresa la povertà infantile, ogni nobile discorso è solo una vetrina della speranza sulla realtà”.

Non la Brexit genera disoccupazione e povertà: è il sistema capitalista che, di per sé, si regge su quei due cardini della rovina delle masse e che, in Gran Bretagna, secondo il Global Wealth Report del Credit Suisse Research Institute, fa sì che l'1 % dei più ricchi detenga oltre il 50% della ricchezza del paese.


lunedì 17 dicembre 2018

Chi pagherà il conto della crisi dei derivati

La politica e gli italiani sono spesso distratti. In più si avvicinano le feste di fine anno, che moltiplicano le distrazioni. Al contrario, ai vertici dell’Europa, sono in corso grandi manovre che peseranno non poco sulle vicende dei gruppi bancari e che meritano attenzione. Per comprendere quanto forse sta accadendo occorre partire da quanto è già accaduto. Negli anni scorsi, senza che, almeno in Italia, ce ne fosse piena consapevolezza, sono entrate in vigore regole sempre più stringenti sul settore. Nel 2014 l’attribuzione alla Bce della vigilanza unica sulle banche europee ha innescato un pressing a tutto campo per la cessione degli Npl. Due anni dopo, la revisione dei criteri per i salvataggi bancari, con l’introduzione dal 2016 del cosiddetto bail-in.
Il risultato è che i clienti d’importanti banche locali italiane l’hanno pagata cara. Contemporaneamente le banche italiane, come documentato nell’inchiesta pubblicata dal Sole 24 Ore domenica 2 dicembre, hanno dovuto cedere in tempi fulminei una parte importante dei crediti deteriorati regalando una torta ricca a pochi grandi gruppi internazionali. Soltanto nel 2017 e nel periodo gennaio-settembre 2018, secondo dati europei, sono stati venduti crediti deteriorati in Italia per 59 miliardi. Aggiungo io a valori irrisori.
Al contrario, grazie alle protezioni europee, la vera mina vagante del mondo bancario, i derivati e le forme collegate, è rimasta sotto traccia. E ora rappresenta una vera minaccia per la solidità delle grandi banche tedesche, e anche francesi. Contemporaneamente è all’ordine del giorno la revisione del Fondo europeo salva Stati, che in futuro potrebbe intervenire nel caso di crisi bancarie, senza chiarezza sulle regole d’ingaggio. Il sospetto che tutto ciò sia funzionale a scaricare almeno una parte dei guai che aleggiano intorno ad alcune grandi banche tedesche (e francesi) appare più che giustificato. Francamente, se ciò accadesse, sarebbe inaccettabile.

venerdì 14 dicembre 2018

Sua Santità l’Automobile, sacra e inviolabile

In Italia il governo, per iniziativa del Movimento 5 stelle, voleva adottare un (timido) provvedimento per penalizzare le auto più inquinanti e favorire quelle meno inquinanti. Non sia mai! Urla e strepiti del blocco progressista, cioè tutti quelli che da Salvini al PD, dagli imprenditori al sindacato, pensano che qualsiasi provvedimento anche se minimo che possa salvaguardare l’ambiente sia una terribile minaccia alla gloriosa marcia del progresso inarrestabile e indiscutibile. Toccare poi l’automobile per l’Italiano è come toccargli la mamma, quindi non se ne parla proprio.
Figuriamoci se si rischiano i voti di un esercito di automobilisti essendo l’Italia fra i primi paesi al mondo per numero di vetture pro capite. Per intimare una marcia indietro al provvedimento di riduzione minima di inquinamento sono state tirate fuori le tesi più assurde. Poichè le macchine Fiat sono tra le più inquinanti, si è gridato all’attacco del made in Italy. Un made in Italy, quello della Fiat, che non ha più nemmeno sede in Italia e di Italy non ha praticamente più nulla.
La Fiat che fa delle auto che hanno pessimi risultati ai crash test Euro NCAP, sia per i modelli più datati e più venduti come la Panda, sia per quelli nuovissimi come la Jeep.
La Fiat che punta su automobili che consumano tanto e modello-carro-armato, come la jeep appunto.
La Fiat che mai ha puntato su auto a basso consumo o migliorative dal punto di vista ambientale. Quindi l’Italiano, rifiutando provvedimenti che riducono l’inquinamento, si illuderà di proteggere un falso made in Italy che fabbrica auto che consumano tanto, hanno miseri risultati ai test di sicurezza e costano tantissimi soldi nell’acquisto e nel mantenimento; alla faccia dell’Italy!
Un paese che ogni anno ha decine di migliaia di morti per l’inquinamento, migliaia di morti e feriti per incidenti stradali, dove le città sono ormai camere a gas con continui sforamenti di inquinanti, già decretati per legge a livelli altissimi, e dove proprio nei giorni della proposta del timido provvedimento il nord Italia era sotto una cappa di smog estrema sperando che vento e pioggia portino via tutto, così come si fa quando la polvere la si mette sotto il tappeto.
In un paese in queste condizioni tragiche vengono contestati anche minimi miglioramenti, laddove invece servirebbe una logica complessiva di cambiamento. E pensare che basterebbe che anche solo in qualche città si facesse sul serio e si attuassero reali piani di mobilità sostenibile e non le inefficaci targhe alterne o le domenica senza auto.
In Europa esistono quartieri, città intere, capitali di Stati che hanno sistemi combinati di mezzi pubblici, bicicletta e utilizzo collettivo delle auto e che riescono a ridurre drasticamente l’uso delle vetture private.  Potremmo farlo in tantissime città anche da noi, informando e facendo partecipare la popolazione, così da dimostrare che si può usare molto meno l’automobile senza che vengano infarti a nessuno. E inoltre si dimostrerebbe all’italiano, che si lamenta costantemente di essere alla fame, che senza possedere un'auto, o usandola poco e magari in condivisione, si risparmiano tantissimi soldi di manutenzione, carburanti, assicurazione, ecc .
Per cambiare veramente in meglio la situazione ci vorrebbe un po’ di coraggio, la lungimiranza,  le idee e basterebbe anche solo copiare dalle città straniere. Ma la paura dell’elettore motorizzato è tale che si fa poco e niente, si rimanda costantemente il problema e intano si continua a morire silenziosamente.  E proprio  su di un fatto gravissimo come quello di vivere in camere a gas cittadine si dovrebbe sollecitare la mobilitazione della gente. Invece no, si va avanti come se nulla fosse in ossequio a sua santità l’automobile, che vince sempre e si fermerà solo con la fine dei combustibili fossili che speriamo avvenga presto, unica nostra reale speranza di cambiamento.

giovedì 13 dicembre 2018

Le lezioni del movimento sociale in Francia

Di per sé, i movimenti sociali in Francia non sono rari. E il movimento dei “Gilet Gialli” non è il primo. Tuttavia, si distingue per numerose caratteristiche che lo mettono ben al di sopra dei precedenti. Le richieste politiche hanno sostituito quelle economiche. I manifestanti sono già riusciti a congelare i prezzi del carburante, ma in risposta alle concessioni del governo, affermavano che sia necessario licenziare governo e presidente, elevare il tenore di vita dei lavoratori e ripristinare le garanzie sociali che furono ritirate negli ultimi anni. Le persone chiedono giustizia sociale. La manifestazione superava la fase ristretta delle prime richieste acquisendo carattere di classe. Il movimento dei “gilet gialli” si univa a grandi strati di masse sfruttate. Studenti, medici, agricoltori e infine la stessa polizia esprimevano insoddisfazione. I musicisti di strada suonavano canti rivoluzionari, invitando i manifestanti a compiere azioni decisive. I tassisti guidavano i dimostranti verso i punti di raccolta. La dimostrazione generava simpatia e tacito sostegno dalle masse nel Paese. L’azione non è più una dimostrazione di forza e non è volta a richiamare l’attenzione su questioni di interesse pubblico. I “Gilet gialli” vogliono deliberatamente rovesciare presidente e governo. Allo stesso tempo, i nostri lavoratori russi non hanno nulla da imparare dai compagni francesi, eccetto la combattività. L’evento è dall’inizio destinato al fallimento.
Innanzitutto, i piani dei partecipanti erano già noti, il giorno delle manifestazioni era già deciso, permettendo alle autorità di prepararsi bene. In secondo luogo, i “gilet gialli” non sono pronti a raggiungere gli obiettivo. La presenza di mezzi speciali e blindati permetteva alla polizia di battere facilmente una folla disarmata. In terzo luogo, le masse non hanno dimostrato capacità di organizzarsi. Le azioni dei manifestanti non erano in alcun modo coordinate, caotiche che inevitabilmente portavano a pogrom. Non c’era nemmeno l’apparenza di soviet, formati spontaneamente in Russia in tali situazioni. Quarto, e soprattutto, non c’è alcun forza di guida, l’avanguardia della di massa dei manifestanti che potesse idealmente armare e dirigere la protesta nella giusta direzione. E questo rimprovero va rivolto ai comunisti francesi, confusi, spaventati dalla determinazione delle masse e incapaci di ottenere autorità tra i lavoratori.
Allo stesso tempo, i disordini popolari in Francia hanno dimostrato ancora una volta che le invenzioni della società classista sull’inevitabile obsolescenza delle idee marxiste non sono altro che fiabe borghesi, il metodo Coué. La dimostrazione di “gilet gialli”, che risvegliava ampi strati di lavoratori in Francia, potrebbe benissimo catalizzare l’intensificazione della lotta di classe in altri Paesi. Il vantaggio è che non ne mancano i prerequisiti.

mercoledì 12 dicembre 2018

ATTENTATO A STRASBURGO

Attentato con spari in diverse zone del centro a Strasburgo, nell'est della Francia. Il nuovo bilancio dell'attacco, iniziato nei mercatini di Natale, è di 4 morti e 9 feriti. L'autore della sparatoria è 'fiché S', cioè che era segnalato alle forze dell'ordine. Ci sarebbe anche un italiano, secondo quanto apprende l'Ansa, tra i feriti. Interpellata in merito, la Farnesina non ha confermato né smentito la notizia, ma in seguito si è appreso che non è grave l'italiano, un giovane giornalista, ferito. Lo ha reso noto l'europarlamentare del Pd Brando Benifei, che conosce il connazionale. La polizia ha inoltre confermato che l'autore degli spari è circondato ed è stato identificato come Cherif C., di 29 anni. L'attentatore sarebbe ferito e sarebbe schedato come un radicalizzato. Lo scrivono i media locali, tra cui L'Alsace. Originario di Hohberg, nel quartiere di Koenigshoffen a Strasburgo, l'uomo era già stato condannato nel 2011 a due anni di carcere, di cui sei mesi per un'aggressione con un coccio di bottiglia. È stato isolato il Parlamento europeo. Il presidente francese Macron ha inviato il ministro dell'Interno Christophe Castaner a Strasburgo. Indaga la Procura antiterrorismo di Parigi. 
 
Ancora in fuga l'assalitore Non avrebbe dato esito, dopo l'attacco di Strasburgo in cui due persone sono rimaste uccise e altre undici ferite, l'operazione di polizia nel quartiere di Neudorf della città francese. Lo indica il quotidiano L'Alsace. I poliziotti hanno passato al setaccio gli edifici al numero 3, 5 e 7 di rue Epinal, ma l'operazione è rimasta infruttuosa. Proseguono le ricerche dell'uomo sospettato di aver aperto il fuoco. L'uomo doveva essere arrestato questa mattina. Lo indica una fonte vicina alle indagini, citato dal quotidiano francese Le Figaro. I poliziotti francesi, che si sono presentati al suo indirizzo, non lo hanno però trovato in casa. L'uomo è nato a Strasburgo ed era stato schedato con la famosa 'fiche S', con cui vengano indicati i soggetti considerati una potenziale minaccia per la sicurezza. Una seconda operazione di polizia è in corso in place Broglie, nel centro storico di Strasburgo. Lo riporta Le Figaro, citando il sindaco della città Roland Ries. "Si presume ci sia una seconda persona" coinvolta nella sparatoria, ha spiegato. Tajani: attentatore nordafricano, c'è identikit L'attentatore di Strasburgo è un nordafricano e c'è un identikit. Lo rende noto il Presidente dell'Europarlamento, Antonio Tajani, a Rainews24. Il ministro dell'Interno inviato a Strasburgo Castaner ha lasciato in fretta l'Eliseo, dove si trovava per un ricevimento insieme al presidente, dopo avere appreso la notizia della sparatoria. "Sto monitorando la situazione al centro di guardia del Ministero degli Interni con Nunez Laurent. I nostri servizi di sicurezza e di soccorso sono mobilitati. Non diffondere voci e seguite il consiglio delle autorità", aveva scritto su Twitter Castaner. - See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/francia-allarme-spari-evacuato-mercatino-natale-strasburgo-44ecd3af-66da-49fd-9def-a9749fece442.html

martedì 11 dicembre 2018

La “manovra del popolo” diventa Legge di Bilancio.

Doveva essere la “manovra del popolo” da parte di un governo autoproclamatosi “del cambiamento”. Ma per il popolo (se con questo termine indichiamo  quei settori sempre più ampi sui quali si stanno scaricando gli effetti della crisi) nella manovra così come rimodellata dalla Commissione Bilancio della Camera, rimane poco o niente. La Legge di Bilancio è stata approvata alla Camera con il voto di fiducia. Ora passa in seconda lettura al Senato.
Certo, la legge di bilancio deve ancora completare il suo percorso, ma il quadro che si sta delineando ne indica chiaramente la direzione.
Le promesse, gli annunci, le affermazioni roboanti, si infrangono sul muro eretto dall’Unione europea a guardia dei conti e della disciplina di bilancio. Un muro che è destinato ad essere invalicabile finchè non vi sarà una reale volontà di rottura di quei vincoli e delle asfissianti e opprimenti rigidità imposte dalla governance europeista.
Se la legge di stabilità doveva essere il banco di prova per verificare la corrispondenza tra le aspettative suscitate dalla nuova compagine governativa e la concretezza dei fatti, il test non può considerarsi superato.
Una manovra timida già nella sua formulazione originaria  perché, al di là della bagarre mediatica, il deficit al 2,4% comunque già garantiva un avanzo primario di bilancio per lo Stato, esattamente come avviene nelle leggi di bilancio del nostro paese da 25 anni a questa parte.
Eppure è stata subito giudicata eccessiva dalla Commissione europea, ed ora il governo giallo verde si appresta a un clamoroso, anche se ampiamente annunciato, dietrofront, in particolare su quelle due misure (reddito di cittadinanza e pensioni) che ne dovevano costituire l’asse portante.
Non poteva andare diversamente: pensare di sfidare i diktat europei a parole, magari confidando in qualche improbabile alleato in Europa e senza mettere in moto un processo sociale di mobilitazione capace di costruire le condizioni per reggere lo scontro con  mercati e l’Unione Europea, si è rivelata una pia illusione.
E soltanto una opposizione, di centro destra e di centro sinistra, apertamente schieratasi a favore dei mercati e di quei parametri economici che in questi anni hanno impoverito strati sempre più larghi della popolazione, poteva far apparire questo governo come un paladino degli interessi popolari.
Vediamo nel dettaglio le misure.
Pubblico impiego
Per la tornata contrattuale 2019/2021, sono stati stanziati 1775 milioni di euro pari ad un recupero salariale del 1,95% a fronte di un’inflazione prevista dall’ISTAT al 4,2% (IPCA)!
Con queste risorse i lavoratori pubblici non recupereranno neanche l’inflazione del triennio, senza parlare di quanto già lasciato per strada col il blocco contrattuale durato quasi dieci anni.
Il ripristino del turn over al 100% trova riscontro nella legge di stabilità ove sono previste, oltre all’immancabile potenziamento degli organici nelle Forze di Polizia, assunzioni nel Ministero della Giustizia, nei Beni Culturali, nei Vigili del Fuoco, nella Ricerca, nella Scuola, all’Inail e all’Ispettorato del lavoro. Lo consideriamo un segnale positivo, ma ancora troppo parziale e timido perché permane il problema dei danni causati da anni di blocco delle assunzioni.
E’ di queste ore la proposta surreale, alla quale starebbe lavorando il governo in vista dell’arrivo della legge di bilancio al Senato, di pagare i premi di risultato dei dipendenti pubblici in Btp italiani per risanare i conti pubblici. Ogni commento è superfluo..
Infine si segnala il pesante intervento contro il congedo di maternità obbligatorio, che ha di fatto inserito la possibilità di continuare a lavorare fino al nono mese di gravidanza se il medico non prevede diversamente. Chiunque può intendere che la trasformazione del diritto ad interrompere l’attività lavorativa all’inizio dell’ottavo mese in una mera facoltà, espone le donne lavoratrici ad una pericolosa condizione di ricattabilità.
Reddito di cittadinanza e pensioni.
Il reddito di cittadinanza e le pensioni sono ancora un oggetto misterioso. E pensare che dovevano essere l’architrave della “manovra del popolo”…
La partita su queste due misure si dovrà giocare al Senato, attualmente ci si è limitati ad individuare un tetto di spesa, affidando i dettagli ad un disegno di legge da emanare in un momento successivo, ritardandone l’entrata in vigore di qualche mese per ridurne i costi. Ma anche questo slittamento (che consentirebbe un risparmio di circa 4 miliardi) è insufficiente per far scendere il deficit verso (o meglio al di sotto) del 2% gradito  alla Commissione europea.
E così l’abolizione della riforma Fornero, tramutatasi già nel contratto di governo in quota 100, è  poi diventata una falsa quota 100, poiché per andare in pensione occorrono necessariamente ed esclusivamente due requisiti: 38 anni di contributi e 62 anni di età.
Sotto i colpi della Commissione europea, la corsa al ribasso su questo tema è inarrestabile e già si parla di traghettare tutti da quota 100 a 41 anni di contributi  dal 2023. Altro che abolizione della Fornero: si tratta solo di un prepensionamento per una platea ridotta di lavoratori!
Il reddito di cittadinanza segue la stessa parabola discendente. Tra riduzione dell’assegno e della platea dei destinatari, introduzione di varie condizionalità (obbligo di otto ore di lavoro gratuito, obbligo di accettazione alla terza offerta di lavoro) questo strumento si è presto tramutato in una forma di accompagnamento forzoso allo sfruttamento lavorativo.
La trattativa con l’Unione europea e le pressioni della Lega stanno letteralmente mutando la natura di questa misura: la proposta che si sta facendo strada è quella di coinvolgere le imprese attraverso uno sgravio contributivo pari a tre o sei mensilità di reddito da trasferire alle aziende che decideranno di assumere. Altro che lotta alla povertà è il solito incentivo alle imprese!
Pioggia di soldi alle imprese,
Ridimensionate fortemente le misure sociali, resta il segno e la traiettoria di una manovra che, in continuità con quelle dei precedenti governi, riafferma la centralità dell’ideologia della impresa ribadita nelle tante elargizioni (con qualche lieve ritocco in basso per le grandi imprese) nei confronti di quel mondo imprenditoriale che viene considerato (erroneamente) l’unico capace di rilanciare economia ed occupazione. Soltanto l’ingordigia di un mondo industriale, specie quello che fa riferimento alle grandi imprese maggiormente legate al processo di integrazione europea, spiega il dissenso espresso dalla Confindustria nei confronti  di questa manovra.
Un dissenso che ha le sue ragioni di fondo nel fatto che l’associazione degli industriali si è abituata a ricevere col governo Renzi una quantità di soldi impressionante tra taglio delle tasse e decontribuzione per i neo assunti col job act. La manovra della attuale compagine governativa certo non penalizza le imprese (anzi!), soltanto rimodula le poste indirizzandole in misura maggiore verso la piccola impresa che costituisce il naturale serbatoio elettorale della Lega e, in misura minore, del M5S.
Ecco le misure nel dettaglio.
Riduzione di 9 punti percentuali, dal 24 al 15% sull’IRES per gli utili investiti dalle società di capitali in beni strumentali e nuova occupazione;
Raddoppio dal 20 al 40% della deducibilità dell’IMU ai fini Ires e Irpef per gli immobili strumentali;
Innalzamento al 170% dell’iper ammortamento, nell’ambito del piano Industria 4.0, per lo scaglione di investimento sino a 2,5 milioni  di euro;
Conferma del credito di imposta per le imprese per la formazione 4.0 con una rimodulazione che per le piccole imprese fa salire l’agevolazione al 50%, per le medie imprese resta ferma al 40%, mentre scende al 30% per le grandi imprese;
Credito di imposta del 25 e del 50% su spese incrementali per ricerca e sviluppo;
Contributo a fondo perduto, per le prestazioni consulenziali di natura specialistica finalizzate a sostenere i processi di digitalizzazione delle imprese, per due anni per le piccole imprese nella misura del 50% dei costi sostenuti ed entro il limite di 40.000 euro, e per le medie imprese nella misura del 30% entro il limite di 25.000 euro.
Insomma alla timidezza e ai dietrofront nei confronti delle misure sociali corrisponde la consueta generosità verso le imprese
Questione fiscale
Il segno della politica del governo si coglie anche nel pesante intervento in materia fiscale.
La flat tax, fiore all’occhiello della Lega, costituisce l’ennesimo colpo assestato al principio di progressività dell’imposta contenuto nella Costituzione, allontanando definitivamente il nostro sistema fiscale da qualsiasi vocazione redistributiva e determinando un doppio sbilanciamento: tra  lavoratori autonomi tassati in maniera proporzionale e dipendenti e pensionati tassati invece con aliquote progressive, e tra lavoratori autonomi e imprese individuali che pagheranno egualmente l’aliquota del 15% pur percependo un reddito ben più basso.
Infatti l’aliquota agevolata del 15 percento, ad oggi già applicata nei confronti di tutti quei professionisti che percepiscono ricavi fino a 30mila euro, viene estesa ad  autonomi e società di persone ( Snc, Sas e Srl) con ricavi fino a 65mila euro. Dai 65mila ai 100mila euro si pagherebbe poi un 5 percento addizionale a partire dal 2020.
Non vi è dubbio che la flat tax indirizzi il vantaggio fiscale alle fasce di reddito più alte e in particolare  ai percettori di redditi indipendenti facenti capo a strutture imprenditoriali e non riguarderà minimamente quel mondo dei lavoratori precari a cui tutti si rivolgono giusto il tempo della campagna elettorale.
Condoni
Sono contenuti nel decreto-legge 23 ottobre 2018, n. 119, già approvato al Senato e si collocano nel solco di quella infinita stagione dei condoni che da sempre caratterizza la politica fiscale di tutti i governi, indipendentemente dal colore politico.
Certo, il piatto forte del decreto fiscale era la “dichiarazione integrativa” che consentiva di dichiarare fino al 30 percento in più di quanto già comunicato al Fisco, (con un tetto massimo di 100.000 euro di imponibile per anno di imposta su 5 anni) sanando Irap, Irpef, Iva, ritenute e contributi non dichiarati, con il pagamento di una aliquota pari al 20 percento: tale misura è scomparsa dal testo, troppo impopolare per il governo del cambiamento e soprattutto per la componente grillina che dell’onestà aveva fatto la sua bandiera.
Ciò non toglie che nel decreto, se pur depurato di questo condono, oltre la definizione delle cartelle, ve ne sono altri, magari non eclatanti come la “dichiarazione integrativa”, ma egualmente insopportabili:
definizione agevolata dei processi verbali di constatazione (PVC): si tratta dell’atto prodromico all’avviso di accertamento che il contribuente potrà definire, pagando gli imponibili e non le relative sanzioni. Riguarda  imposte sui redditi e relative addizionali, contributi previdenziali e ritenute, imposte sostitutive, imposta regionale sulle attività produttive, imposta sul valore degli immobili all’estero, imposta sul valore delle attività finanziarie all’estero e imposta sul valore aggiunto.
definizione agevolata degli atti del procedimento di accertamento:  gli avvisi di accertamento notificati entro la data di entrata in vigore del decreto non impugnati e ancora impugnabili possono essere sanati versando solo le imposte e non sanzioni, interessi ed eventuali accessori, entro trenta giorni dall’entrata in vigore del decreto
definizione agevolata delle controversie tributarie: siamo nella fase del contenzioso. Le controversie  in cui è parte l’Agenzia delle entrate, aventi ad oggetto atti impositivi, pendenti in ogni stato e grado del giudizio, compreso quello in Cassazione  possono essere definite, a domanda del soggetto che ha proposto ricorso, con il pagamento del 90 percento del tributo senza pagamento di interessi e sanzioni.
Nell’ipotesi di soccombenza dell’Agenzia delle Entrate in primo grado il contribuente pagherà il 40 per cento del  tributo; in caso di soccombenza nella pronuncia di secondo grado il 15 per cento;  nell’ipotesi in cui l’Agenzia delle entrate abbia perso già nei precedenti due gradi di giudizio e la causa sia pendente innanzi alla Corte di Cassazione il 5% del tributo.

lunedì 10 dicembre 2018

Macron ha i giorni contati?

Nel mentre scriviamo continuano gli scontri nel centro di Parigi. Un apparato poliziesco assolutamente inedito è stato dispiegato in tutta la Francia: circa 89.000 uomini delle “forze dell’ordine”, di cui 8.000 solo nella capitale (erano 65.000 sabato scorso).
L’approccio previsto del Ministero dell’Interno, come espressamente è filtrato dai quotidiani in questa settimana, sarebbe stato più “offensivo” e “muscolare” di quello usato fino ad ora, con un maggiore filtraggio e controlli a tappetto sin dall’alba a Parigi.
Questo approccio “preventivo” si è risolto in circa 480 “interrogatori” prima dell’inizio della manifestazione, che alle 17:30 sarebbero diventati 673, con 551 fermi e 55 feriti. I numeri forniti dal ministero dell’Interno sulla partecipazione complessiva sono notevolmente inferiori alla realtà, confrontando le testimonianze, le foto e reportages delle varie manifestazioni in tutto l’Esagono, in cui si sono visti “sfilare insieme” GJ e militanti ecologisti per la marcia sul clima, anche agli studenti delle medie superiori e gli universitari, che si sono mobilitati tutta la settimana come a Tolosa o a Marsiglia, ma non solo.
Per comprendere il “mai visto” della repressione nei confronti degli studenti medi, basta un dato: nella sola giornata di giovedì 700 giovani sono stati “interrogati”, circa un migliaio in tutta la settimana.
Le immagini da dittatura latino-americana degli studenti di Mantes-la-Jolie, dove 153 ragazzi sono stati messi in massa ginocchia a terra e mani dietro alla nuca, o posti con il volto di fronte ad un recinto prefabbricato in ginocchio, con i polsi legati, ha suscitato lo sdegno e la rabbia generalizzata.
La giornata successiva infatti, la mobilitazione studentesca promossa dall’UNL – dopo quella di venerdì 30 novembre e lunedì 3 dicembre – si è trasformata in “vendetta studentesca”, dove le mobilitazioni hanno “mimato” quella scena, che è stata ricondotta alle immagini dei peggiori giorni dell’Occupazione nazi-fascista dell’Esagono.
Oggi stesso numerose manifestazioni hanno riproposto questa “coreografia” di denuncia. A Parigi gli scontri sono iniziati a metà mattinata, e sono intervenuti per la prima volta i blindati della Gendarmerie in funzione anti-barricata (la stessa tipologia di quelli usati in Kossovo) visti anche a Marsiglia, e la polizia a cavallo ha caricato i manifestanti del Terzo Arrondissement, in una sequenza che ricorda più una dinamica di piazza novecentesca che il moderno contenimento dei manifestanti, “alla francese”.
Lo sparare “pallottole di gomma” in faccia alle persone è diventata ormai una pratica quotidiana, come mostrano alcuni filmati a Parigi – ma non solo – dopo i gravi ferimenti durante questa settimana. Ricordiamo che le pallottole di gomma, o flash-ball hanno 40 millimetri di diametro e possono essere letali ad una distanza inferiore di 25 metri.
La marcia sul clima a Parigi si è conclusa positivamente, erano più di 140 in tutta la Francia, e alcune organizzatrici nei comizi finali hanno “ringraziato” i GJ, ed hanno ribadito – come Edwy Plenel – che “è più urgente che mai parlare dei problemi del mondo e della fine del mese“, riferendosi alla coniugazione necessaria ed alla falsa contrapposizione tra necessità della giustizia sociale e della transizione ecologica.
Nei prossimi giorni si potrà fare un bilancio delle mobilitazioni, qui preme ricordare la compenetrazione tra i soggeti sociali che si sono mobilitati nel corso di queste tre settimane e che si stanno “fondendo” in un unico blocco, che ha come matrice comune sia un inversione di tendenza delle politiche di austerity che le dimissioni di Emmanuel Macron.
Le quali saranno oggetto di una mozione di sfiducia all’inzio della prossima settimana, chiesta dall’opposizione di “sinistra”: FI, PCF e PS.
7.000 persone a Lione, circa il doppio a Marsiglia, più di un migliaio ad Arles, e poi Grenoble, Nizza, Mentone, Grasse… Sono la prova di vitalità del movimento d’Oltralpe. Chi si “inquieta” della violenza dovrebbe ricordarsi due cose.
La prima ce la suggerisce l’editoriale di “Libération” di oggi firmato da Laurent Joffrin: “In un Paese dove la festa nazionale evoca – indirettamente – la sanguinosa insurrezione del 14 luglio 1789, la violenza popolare è al cuore dell’identità francese“.
La seconda emerge da tutte le testimonianze giornalistiche raccolte dei vari protagonisti di questo composito e proteiforme movimento: se il dialogo sociale è nullo, i corpi intermedi esautorati, ed il potere è sordo, non rimane che un modo per farsi ascoltare. E se questo modo poi produce, nel giro di una settimana, due marce indietro sullo stesso soggetto e delle contraddizioni tra i vari deputati della maggioranza e l’escutivo, rispetto ad una maggiore soddisfazione delle richieste fatte, allora vuol dire che è quanto meno efficace.
Furono le giornate del Maggio ’68, che portarono ad un innalzamento del salario minimo intercategoriale – lo SMIC – del 35%, ed agli accordi di Grenelle, portatori tra l’altro di notevoli miglioramenti riguardo alla rapprrsentanza sindacali nei luoghi di lavoro.
Che uno dei portavoce dei GJ, Eric Drouet, abbia candidamente dichiarato in televisione che “questo sabato sarà l’obbiettivo finale: l’Eliseo” e che, se si fosse arrivati lì davanti, “Eh bene, allora si entrerebbe“, ci dice che la presa del potere politico e la “cacciata” di un monarca repubblicano, è nell’immaginario collettivo più di quanto vogliono farci credere.
Alla fine, questo sta terrorizzando le oligarchie del Continente e i loro apparati mediatici: che si ponga la questione del potere, e che a porla sia un Jacques Bonne-Homme del XXIsimo secolo, uscito dall’anonimato circa un mese fa…
A Bruxelles, i Gilets Jaune, hanno preso d’assalto il Parlamento Europeo. Com’era quella cosa dello spettro che si aggira per l’Europa?

giovedì 29 novembre 2018

10 aprile 1991: la tragedia del Moby Prince

Proviamo a contare con le dita di una mano. Dal 10 aprile 1991 quanti anni sono passati? Tanti, tantissimi, talmente tali che ne servono più di cinque, di mani. Oltre 27 anni da quel dì in cui, nel porto di Livorno, il traghetto Moby Prince va a fuoco, uccide 140 persone (75 passeggeri e 65 membri dell’equipaggio) e lasciando un solo superstite, Alessio Bertrand.
Dopo anni di buio totale – ma tranquilli, è una cosa ordinaria in Italia, – due indagini della magistratura nel 1991 e nel 2006 che hanno diradato poche nubi, qualche mese fa la procura della bella città toscana ha aperto un nuovo fascicolo e richiesto tutti gli atti della commissione d’inchiesta del Senato, che pare abbia scoperto nuovi elementi utili per non far cadere il solito e triste velo d’oblio su una ennesima vicenda drammatica. Sembra quasi che nel Belpaese, dove trionfano le mezze verità e da almeno 70 vige un regime non scritto di “deficit di verità”, ci si diverta a erodere la memoria. Individuale e collettiva.
Chi ricorda davvero cosa è successo quella drammatica notte? Sono passati da pochi minuti le 22 quando il traghetto “Moby Prince” parte da Livorno in direzione di Olbia. Pochi minuti più tardi, si scontra con la petroliera “Agip Abruzzo” e la sua prua penetra nella cisterna contenente circa 2.700 tonnellate di greggio, che in parte si riversano in mare e in parte investono il Moby Prince. L’impatto delle lamiere delle due imbarcazioni è fortissimo e produce le scintille che causano l’incendio. Inizialmente, però, il fuoco non si propaga immediatamente su tutto il traghetto in quanto le fiamme, per raggiungere il salone dove verrà ritrovata la maggior parte dei corpi, impiegheranno presumibilmente diverso tempo. Ma è qui, però, che accade la prima cosa strana. La velocità dei soccorsi. Prenderanno il mare solo dopo ripetute richieste di intervento da parte della Agip Abruzzo e solo verso la petroliera, senza mai cercare la “Moby Prince”. Perché?
Accade allora che, incredibile ma vero, lo scafo in fiamme del traghetto verrà raggiunto solo dopo le 23.35. In attesa dei soccorritori (e l’incendio è già divampato da un’ora e mezza), l’equipaggio fa affluire tutti i passeggeri in quel famigerato salone, predisposto per resistere al fuoco, ma le fiamme arrivano a circondare, ben presto, quella che diventerà una trappola e una carneficina.
Le indagini iniziano subito, ma hanno esito prima contradditorio e poi fallimentare, ma guardando tutto ciò che c’è dietro a quella strage (interessi economici non sempre dichiarati e spesso vigorosamente negati, collegati ai costi delle assicurazioni e dei risarcimenti, responsabilità di autorità portuali e marittime che non si vollero o si poterono approfondire, sciatteria e pressappochismo), non poteva essere altrimenti.
La Commissione d’inchiesta, allora, sembra quasi essere stata una manna dal cielo, soprattutto per le associazioni delle vittime, “10 aprile 1991” e “Moby Prince 140”.
Il perché è semplice. Dopo due anni di lavoro, decine di testimonianze, migliaia e migliaia di documenti consultati, sei perizie, atti inediti e nuove tecniche di analisi sui filmati dell’epoca, i risultati sono talmente significativi da far saltare dalla sedia. Il primo è che quella notte la nebbia non c’era, e quindi quella che è stata indicata per decenni come causa del disastro si rivela infondata. Il secondo, il più importante, è il rocambolesco ritrovamento di alcuni documenti inediti che testimoniano dell’accordo armatoriale tra la compagnia di navigazione di cui faceva parte il Moby Prince e proprietaria dell’Agip Abruzzo. Carte che provano una forte intesa fra i due gruppi a “non attribuirsi reciproche responsabilità”. E c’è pure un terzo elemento, il non coordinamento dei soccorsi da parte della Capitaneria di porto livornese. Che non ha cercato né il traghetto, né di mettersi in contatto radio con le imbarcazioni presenti in rada, né indirizzare i soccorsi per spegnere l’incendio a bordo del Moby Prince o per salvare passeggeri ed equipaggio.
Tocca ora alla magistratura far sì che quel lutto privato, diventato in questi anni memoria pubblica, trovi infine un risarcimento di verità e di giustizia.

mercoledì 28 novembre 2018

Ischia, il condono populista spiegato

I 5stelle l’avevano proposto quando erano all’opposizione nel 2013 e ora che sono al governo l’hanno fatto. Si tratta del cosiddetto condono per le zone terremotate di Ischia (e dell’Italia centrale), inserito nel “Decreto Genova” per la ricostruzione del ponte, convertito dalla legge 130 del 16 novembre 2018 approvata in Senato.
Ischia è un’isola che ha dato molto al Movimento 5 Stelle, che lì ha preso il 42% alle ultime politiche per la Camera, con punte del 44% a Forio e Lacco, due dei comuni colpiti dal terremoto del 2017. Percentuali che prima nell’isola andavano a Forza Italia.  E se, come stima Legambiente, nell’isola di Ischia le domande di condono sono circa 28mila su una popolazione di 64mila abitanti, non si tratta più di devianza marginale dalla norma, ma di un movimento popolare al quale il populismo non può sfuggire. In un video pubblicato sulla pagina Facebook del “Movimento Ischia isola verde”, che si definisce “Gruppo di lavoro territoriale a supporto del M5S”, un agitato signore con fare veemente così conclude il suo intervento: «Oggi volete venire a fare la retorica su cosa è abusivo e su che cosa non è abusivo? ma andate a farvi fottere!».
Dunque cosa meglio del terremoto per cogliere l’occasione e rilanciare la proposta? I 5stelle si sono sempre dichiarati contro i condoni, al grido di «onestà  onestà», ma di fronte a percentuali cosi alte sia di consensi che di abusi non c’è argomento che tenga. I due cosiddetti alleati di governo hanno capito da tempo che il consenso del sud è essenziale per avere la maggioranza. La Lega deve ancora conquistarlo, prendendosi i voti di Forza Italia che nel sud aveva una delle sue roccaforti, mentre i 5 stelle devono amministrare il loro successo consolidando la loro base. E questo spiega forse sia l’uscita di Salvini sugli inceneritori che il condono edilizio.
I due condoni per Ischia e l’Italia centrale nascono dallo stesso problema giuridico e amministrativo. Solo gli edifici danneggiati, interamente in regola con le norme urbanistiche, hanno diritto ai contributi dello Stato per la loro ricostruzione. Occorre quindi stabilire la situazione giuridica di ciascun edificio danneggiato, e definire le pratiche di condono ancora sospese o sanare gli abusi compiuti successivamente.
Per quanto riguarda Ischia, la legge approvata rimanda la definizione delle domande di condono relative agli immobili danneggiati dal sisma del 2017, presentate ai sensi delle tre leggi di condono del 1985, 1994 e 2003, alla esclusiva applicazione della legge del 1985. La logica vorrebbe che ciascuna domanda venisse valutata in relazione alla norma vigente all’epoca della sua presentazione. Su questo punto si è concentrata la battaglia dei due dissidenti 5stelle, i senatori Gregorio De Falco e Paola Nugnes, che in sede di commissione Lavori pubblici e ambiente del Senato sono riusciti a cancellare il rimando alla legge del 1985, che poi invece è stato reintrodotto in aula.
Tanta pervicace volontà politica nasconde il desiderio di semplificare la vita agli abusivi e arrivare all’approvazione del maggior numero di domande di condono degli edifici danneggiati, stimate in circa 2mila per Ischia, anche con una procedura accelerata la cui scadenza è prevista entro sei mesi.
A Ischia con la legge approvata non valgono i limiti di superficie e volume per l’accoglimento delle domande di condono presentate sino al 2004. Valgono solo i vincoli di inedificabilità assoluta come quelli derivanti dalla previsione di un’opera pubblica ma devono essere anteriori all’abuso edilizio. Gli altri vincoli, cioè quelli di inedificabilità relativa, sono derogabili, se approvati dall’autorità preposta alla tutela del vincolo.
Differente il caso delle zone terremotate dell’Italia centrale, dove l’abuso si ripara fino alla data del sisma (2016), ma solo se c’è la conformità al piano urbanistico vigente al momento della domanda. Si tratta quindi di una norma più restrittiva che crea una evidente disparità.
Ma c’è di più. Dopo che il caso di Ischia è stato sollevato all’inizio di ottobre sulla stampa, con accuse al decreto di finanziare la ricostruzione delle case abusive, si è stabilita l’esclusione dei contributi statali per i volumi abusivi ancorché condonati. Cosicché si crea un concentrato di disparità. Si trattano le domande pendenti di condono a Ischia in maniera differente da quelle precedentemente esaminate nella stessa isola, e da quelle degli altri comuni campani e italiani, inclusi i comuni terremotati dell’Italia centrale, e si negano i contributi ai volumi abusivi ma condonati che dovrebbero avere pari diritti rispetto agli altri edifici.
A Roma le case abusive dei Casamonica vengono abbattute, mentre a Ischia si aprono le maglie dei condoni precedenti, in presenza di 600 demolizioni disposte dalla Procura di Napoli  alle quali si sarebbe potuto applicare Salvini con la sua proverbiale ruspa, ma finora non l’ha fatto. E così si conclude la parabola: l’inosservanza della legge si punisce quando è di pochi, ma se è del “popolo” allora in qualche modo diventa legge. Una sorta di “democrazia diretta”. In questo caso le promesse possono essere mantenute perché non ci sono vincoli di bilancio da rispettare: chi ci rimette è solo l’ambiente.

martedì 27 novembre 2018

Il Pentagono confessa di aver perso l’egemonia globale

Il governo degli Stati Uniti, incerto sulla propria superiorità militare globale, nominò un gruppo di esperti interistituzionali per determinare la reale coerenza della difesa nazionale in caso di guerra, conducendo una valutazione meticolosa dell’industria militare. I risultati chiariscono i passi compiuti nello scontro commerciale contro nemici e alleati.
Tra le azioni ostili di Donald Trump c’è la guerra commerciale contro la Cina, una scommessa per aumentare i dazi ai prodotti cinesi importati negli Stati Uniti, misura che ha raggiunto nella prima fase articoli cinesi per 50 miliardi di dollari e che a settembre ammontavano a 250 miliardi per 5745 prodotti. In questo modo s’intende proteggere fabbriche, produttori nazionali e recuperare posti di lavoro. Questo, secondo l’argomento delle “pratiche commerciali sleali e furto di proprietà intellettuale” da parte del gigante asiatico, ne fa una questione di sicurezza nazionale. Sebbene la copertura di tale conflitto tra i maggiori partner commerciali del mondo parli degli effetti sull’industria generale statunitense, la recente declassificazione di un documento del Pentagono indica l’industria militare. Le precedenti valutazioni del Mckinsey Global Institute studiando le prestazioni finanziarie delle aziende, stabilivano che mentre le multinazionali superavano gli ostacoli della crisi finanziaria grazie al trasferimento dei processi industriali in Paesi dai costi più competitivi, la debolezza delle piccole e medie aziende nazionali, che riforniscono i grandi appaltatori, registrava una crescita negativa in due decenni, dato che non possono riprendersi dai tagli alla spesa pubblica degli Stati Uniti. Nel 2017, i dati relativi alle fabbriche statunitensi mostravano la perdita di 60000 aziende e 5 milioni di posti di lavoro. Abbattendo queste cifre e calcolandone le conseguenze sul campo militare, tenendo conto del fatto che gli USA stanziano il maggiore budget per la difesa rispetto a qualsiasi altro Paese, si trovavano vulnerabilità cruciali nel soddisfare le richieste dell’agenda militare internazionale. Ciò fu richiesto dall’ordine esecutivo 13806, emanato dal presidente Donald Trump nel luglio 2017, per cercare d’identificare i rischi per la base industriale del complesso militare statunitense. I risultati di quell’indagine, in parte pubblicati nel documento intitolato “Valutazione e rafforzamento della base industriale della produzione e della difesa e resistenza della catena di approvvigionamento degli Stati Uniti”, allarmavano i funzionari del dipartimento della Difesa, individuando almeno 300 lacune nella catena di approvvigionamento dei produttori di armi che potrebbero ostacolare le future guerre.
Sfide dell’industria statunitense degli armamenti
Secondo un articolo preparato dal ricercatore economico F. William Engdahl per il portale New Eastern Outlook, si descrive in dettaglio la “insufficienza o carenza della catena di approvvigionamento industriale che alimenta le componenti vitali per le Forze Armate degli Stati Uniti negli ultimi anni”. In un anno, 16 gruppi di lavoro inter-agenzie, determinati dall’Ufficio delle politiche commerciali e produttive della Casa Bianca e dall’Ufficio delle politiche industriali del dipartimento della Difesa, ebbero il compito di ordinare la base industriale della produzione nei settori che vanno da aerei e missili a manodopera e materiali, dando priorità agli effetti sulle attuali operazioni militari. L’analista Engdahl nomina, tra gli elementi che gli Stati Uniti hanno poche fonti di produzione nazionali (nei casi più gravi arrivano a un unico fornitore nazionale), a “le terre rare”, una serie di metalli scarsi che sono vitali nelle diverse applicazioni tecnologiche di l’industria militare. L’industria mineraria domestica, smantellata dalle pratiche globalizzanti delle grandi imprese, sedotta da materie prime poco costose acquistate al di fuori del Paese, ha indotto la nazione statunitense ad importare l’81% delle terre rare direttamente dal nemico commerciale, la Cina. Le compagnie di avanguardia che il dipartimento della Difesa assume, come le industrie aerospaziali Boeing e Lockheed Martin, subappaltano a loro volta la catena di approvvigionamento a produttori cinesi, grazie alla loro efficienza. D’altro canto, aziende di secondo e terzo livello, che in alcuni casi era l’unica fonte nazionale di approvvigionamento di materiali, hanno chiuso le fabbriche o lasciato la produzione nazionale importando gli elementi dal continente asiatico per il costo minore che implicano. Il rapporto sottolinea che questa unità copre diverse stazioni nella catena di produzione, tra cui “la dipendenza da una singola fonte per gli assi portaelica delle navi della Marina, le torrette dei cannoni per i carri armati, il carburante per i missili e rivelatori a infrarossi spaziali per la difesa antimissile”. Una delle aree sensibili è l’apporto del perclorato di ammonio, acido utilizzato nella fabbricazione di circuiti stampati e presente nella composizione di qualsiasi dispositivo elettronico. Attualmente esiste una sola fonte domestica di questa risorsa negli Stati Uniti, mentre esiste una sola compagnia nazionale che produce queste parti elettroniche. In confronto, l’Asia ne produce il 90% e metà della produzione è in Cina.
L’aumento del 10% dei dazi sulle merci cinesi, annunciato lo scorso settembre dall’amministrazione Trump, include i circuiti stampati tra i prodotti tecnologici e gli articoli elettronici. Engdahl evidenzia un’altra componente fondamentale inclusa tra le 300 vulnerabilità associate al crescente uso di fonti straniere. Comprende la produzione di carbonio impregnato ASZM-TEDA1, materiale utilizzato nei sistemi di filtrazione chimica e che serve a proteggere da gas tossici e attacchi chimici. Gli Stati Uniti hanno un unico fornitore locale: la società Calgon Carbon di Pittsburgh, acquisita ufficialmente dalla Kuraray Co. Ltd, conglomerato manifatturiero del Giappone, che si avvicina alla Cina in cerca di partnership che stabilizzi l’economia della regione asiatica dopo l’escalation delle tensioni commerciali cogli Stati Uniti. Questi esempi sulle limitazione dell’autonomia nell’acquisizione di materiali per le armi sono argomenti che localizzano coerentemente tutte le azioni del governo degli Stati Uniti nel corso del 2018 accusando di “pratiche sleali” i cinesi nel commercio internazionale e tentando d’invertire la vulnerabilità a cui è esposto. Allo stesso modo, il rapporto sulle capacità dell’industria militare riflette la preoccupazione per la scarsa disponibilità di manodopera qualificata che assume posizioni chiave nella linea di produzione, inclusi operatori, tecnici, distributori e macchinisti. Il divario nel settore manifatturiero generale nordamericano aumenterà da 488mila posti di lavoro oggi non coperti a 2,4 milioni nel 2028, secondo una proiezione dell’Istituto di produzione. Questa debolezza si estende ai campi dell’ingegneria, della scienza e della tecnologia. Il rapporto indica che l’81% dei professionisti universitari che hanno curriculum elettrico e petrolifero nelle università statunitense, sono di origine straniera. In informatica, la percentuale corrisponde al 79%. La maggior parte di questi studenti stranieri proviene dall’Asia, principalmente dalla Cina.
Guerra su acciaio e alluminio: questione di sicurezza nazionale?
Le disposizioni protezionistiche imperniate alle incoerenti imposizioni tariffarie su acciaio ed alluminio che colpiscono Unione europea, Messico e Canada, nonché Cina, hanno senso quando vengono messe in relazione con la crisi della base industriale militare dettagliate nel documento del dipartimento della Difesa. Questa connessione è spiegata dal consulente commerciale nordamericano, Peter Navarro, citato nel testo di Engdahl. I dazi sui metalli sono, secondo il falco anti-cinese, sono una “forte difesa contro il palese furto della Cina e il trasferimento forzato della proprietà intellettuale e delle tecnologie statunitensi”, che insieme all’aumento del bilancio militare e ai regolamenti che il governo impone sui prodotti domestici, dovrebbe sollevare la forza industriale smantellata del Paese. Rigenerare l’apparato produttivo dell’alluminio è urgente per il Pentagono, per l’essenzialità di questo componente nella costruzione di navi, aerei e veicoli militari. La produzione degli Stati Uniti nel mercato mondiale, che alla fine del 2 ° secolo li posizionava a primo produttore, attualmente contribuisce solo 742000 tonnellate di alluminio, collocandosi al 12° posto nella classifica mondiale, ben al di sotto dei Paesi che minaccia di sanzioni, come Russia, Canada e Cina, che guida la classifica con una produzione di 32000000 tonnellate.
Ripercussione del modello neoliberale e bilancio onesto delle intimidazioni belliche degli Stati Uniti
L’egemonia decadente degli Stati Uniti è sfidata in campo militare, sul suo più forte deterrente. Ciascuno dei dati pubblicati nella radiografia ottenuta dall’esame dell’apparato industriale degli armamenti, mostra le sfide che si presentano a questa potenza militare erosa e in un momento geopolitico caratterizzato da continue minacce di escalation in conflitti bellici ed interventi militari contro Paesi rivali. Ora, gli sforzi si concentrano sulla correzione dell’impatto del modello neoliberista, che in pochi decenni ha esaurito il mercato nazionale coll’alluvione di prodotti stranieri, limitando la possibilità di rispondere efficacemente all’aumento delle esigenze militari. Col tempo contro, gli Stati Uniti applicano queste misure perché sono preoccupati dall’investimento nazionale ottimale in armi, operazioni e formazione di Cina e Russia, dove il bilancio è destinato a fornitori di proprietà nazionali o fortemente influenzati dallo Stato, fornendo equipaggiamento militare a costi inferiori rispetto a quando importati. Il blocco emergente coordinato da queste nazioni, con oppositori politici degli Stati Uniti tra cui Venezuela, Siria, Iran e Corea democratica (questi ultimi due con l’addizione nucleare), tutti possibili bersagli di una guerra regolare, ostacolano le pretese aggressive del presidente Trump, che ha alle sue spalle il compito tardivo di riequilibrare gli investimenti carenti nelle spese militari delle precedenti amministrazioni, basandosi su un violento protezionismo che fin dall’inizio mostra le conseguenze dell’attacco all’essenza globalista dell’economia nordamericana

lunedì 26 novembre 2018

La povertà toglie 10 anni di vita

I soldi non daranno la felicità, ma più chance di avere una vita lunga sembra di sì. Una nuova ricerca condotta in Gb fotografa un divario di ben 10 anni tra l'aspettativa di vita degli strati sociali più abbienti e quella delle classi disagiate. In altre parole: i poveri sono destinati a morire 10 anni più giovani rispetto ai ricchi, rileva lo studio firmato da ricercatori dell'Imperial College London e pubblicato su 'Lancet Public Health'. Il lavoro punta un faro in particolare sulle 'quote rosa' della società britannica, perché dall'analisi emerge che l'aspettativa di vita delle donne più povere è diminuita dal 2011 e questo trend viene definito dagli autori "profondamente preoccupante".
Lo studio, finanziato dal Wellcome Trust, ha analizzato i dati dell'Ufficio per le statistiche nazionali su tutti i decessi registrati in Inghilterra tra il 2001 e il 2016, in totale 7,65 milioni di morti. I risultati mostrano che il divario di aspettativa di vita tra le fasce più ricche e più povere della popolazione è aumentato per il gentil sesso da 6,1 anni nel 2001 a 7,9 anni nel 2016 e da 9 a 9,7 anni negli uomini. Nelle comunità più svantaggiate l'aspettativa di vita delle donne nel 2016 è stata di 78,8 anni, rispetto agli 86,7 anni del gruppo delle più abbienti. Per gli uomini era di 74 anni tra i più poveri, contro gli 83,8 anni tra i più ricchi.

Ad allarmare gli scienziati è il dato secondo cui l'aspettativa di vita delle donne nei settori più poveri della società è diminuita di 0,24 anni dal 2011. "Il calo dell'aspettativa di vita nelle comunità più povere è un indicatore profondamente preoccupante dello stato di salute della nostra nazione e mostra che stiamo lasciando i più vulnerabili al di fuori il guadagno collettivo", riflette l'autore senior della ricerca Majid Ezzati, della School of Public Health dell'Imperial.
"Al momento - osserva Ezzati - abbiamo una tempesta perfetta di fattori che possono avere un impatto sulla salute e che portano le persone povere a morire più giovani. Il reddito di lavoro è stagnante e i benefit sono stati tagliati, costringendo molte famiglie a rivolgersi al 'banco alimentare'. I prezzi di prodotti freschi come frutta e verdura sono aumentati rispetto a quelli di cibi non sani e lavorati", il che li rende "non alla portata dei più poveri".
Lo scienziato evidenzia che anche "la stretta sui finanziamenti per la salute e tagli ai servizi locali dal 2010 hanno avuto un impatto significativo sulle comunità più povere, portando a diagnosi tardive per malattie come il cancro e a morti più precoci per condizioni come la demenza". Il team ha analizzato nel dettaglio le patologie che hanno contribuito all'ampliamento del gap di aspettativa di vita fra ricchi e poveri. E, sebbene nelle fasce più svantaggiate la mortalità sia più alta per tutte le malattie, i ricercatori hanno identificato un certo numero di condizioni sulle quali si registra una differenza particolarmente marcata tra i due estremi opposti della società.
Le morti neonatali e le malattie dei bimbi, le patologie respiratorie, quelle cardiache, i tumori polmonari e delle vie digestive, le demenze: sono le problematiche che hanno portato a una perdita di longevità particolarmente elevata nei poveri rispetto ai ricchi. Secondo i dati, nel 2016 i bambini sotto i 5 anni delle fasce più svantaggiate avevano una probabilità 2,5 volte maggiore di morire rispetto ai coetanei benestanti. "Lo studio - incalza Ezzati - suggerisce che i poveri in Inghilterra stanno morendo di malattie che possono essere prevenute e curate. Un maggiore investimento in sanità e assistenza sociale nelle aree più svantaggiate contribuirà a invertire le tendenze osservate. Abbiamo bisogno anche di azioni governative e industriali per eliminare l'insicurezza alimentare e rendere più accessibili scelte alimentari sane, affinché la qualità della dieta di una famiglia non sia dettata dal reddito".