venerdì 29 settembre 2017

Rifiuti e urbanizzazione nelle città africane

Alla seconda edizione dell’Africa Engineering Conference dell’Unesco, in corso fino al 29 settembre a Kigali, la capitale del Rwanda, il dibattito ruota attorno al tema “Effective Waste Management in Africa”: è stato sottolineato che «l’urbanizzazione delle città africane in rapida crescita esercita una pressione considerevole sulle economie del continente in termini di rifiuti solidi, il che necessita l’adozione delle tecnologie appropriate, la maggior parte delle quali non sono disponibili in Africa».
Secondo la Banca mondiale, le città del mondo nel 2012 producevano 1,3 miliardi di tonnellate di rifiuti solidi, cioè in media 1,2 kg al giorno per ogni loro abitante (anche se è molto difficile capire quanti sono davvero gli esseri umani che vivono nelle megalopoli del pianeta).  A causa della rapida crescita della popolazione e dell’urbanizzazione nel mondo, la produzione di rifiuti solidi urbani nel 2025 dovrebbe aumentare a 2,2 miliardi di tonnellate.
L’Africa Engineering Conference punta a promuovere l’ingegneria professionale in Africa per portare alla crescita delle infrastrutture e Aime Muzola, amministratore della ater and Sanitation Corporation Authority del Rwanda, ha evidenziato che «i Paesi africani devono adottare una serie di tecnologie appropriate che li aiuteranno a trasformare i rifiuti in risorse riutilizzabili». Poi, tutto il mondo è paese, se l’è presa con il debolissimo movimento ambientalista africano: «Il rifiuto di pratiche comuni di gestione dei rifiuti in Africa da parte dei difensori dell’ambiente ha reso l’eliminazione di diversi lotti di rifiuti nelle città ben più complicata». Muzola si è scordato però le battaglie ambientaliste e comunitarie contro le navi dei veleni che scaricano in Africa gli scarti dell’iperconsumismo occidentale o le lotte contro le enormi discariche incontrollate rimpinguate dai governi africani.
Alla conferenza partecipano oltre 1.000 rappresentanti di governi, consulenti Ong e associazioni di ingegneri africane e internazionali e, intervenendo alla presentazione dei “Documenti sulla gestione dei rifiuti solidi e liquidi”, gli esperti hanno sottolineato «l’incapacità dei Pesi africani  fare un buon uso dei loro rifiuti riciclandoli, rappresenta uno dei veri problemi per la gestione dei rifiuti nel continente».

giovedì 28 settembre 2017

Alle multinazionali i soldi, ma veleni e rifiuti alla povera gente

La globalizzazione delle ingiustizie. Con pochi che si arricchiscono a dismisura e tantissima gente che vive nella miseria e non ha più prospettive.
Così intante periferie del mondo, compreso un paese storicamente povero come le Filippine: nella foto un bambino cammina su un vero e proprio corso pieno di rifiuti a Manila.
Greenpeace ha annunciato che i grandi marchi occidentali come Nestlé, Unilever e Procter & Gamble provocano un serio inquinamento marino attraverso l'imballaggio dei prodotti con plastica poco costosa e usa e getta.
Le Filippine, dove le multinazionali fanno man bassa, sono il terzo peggiore paese avvelenatore di oceani al mondo" dietro Cina e Indonesia.
Alle multinazionali i soldi, ai poveri veleni e rifiuti

mercoledì 27 settembre 2017

Il Pentagono pensa di ritirare 100 F-35 prima che volino

Relazioni indicano il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti considerare un cambio di direzione sulla flotta di F-35, con cui più di 100 caccia verrebbero ritirati dalla prima linea piuttosto che aggiornati con un nuovo software. Dei 1763 F-35 destinati ad entrare in servizio nell’US Air Force, 108 hanno bisogno di un aggiornamento della piattaforma software, da Block 2B a Block 3F, per essere operativi. Tale modifica sarebbe lunga e costosa, con 150 variazioni necessarie per ogni velivolo, per rispettare gli standard, secondo Sputnik. Potrebbe essere più conveniente prendere semplicemente i vecchi F-35 che necessitano di aggiornamenti e utilizzarli invece per test o addestramento. L’USAF attualmente effettua delle analisi costo-efficacia per determinare quale opzione sia migliore per il bilancio. “Ciò che vedremo è continuare ad analizzare il rapporto costo-efficacie nell’adeguare gli aerei più vecchi mentre andiamo avanti. Non è un gran discorso“, dichiarava il Capo di Stato Maggiore dell’Air Force, Generale David Goldfein, il 19 settembre, ridimensionando il senso dell’analisi. “In realtà ne abbiamo parlato riguardo F-16, F-15 ed F-22. Non abbiamo ancora avuto tempo“.
Nel caso dell’F-22, tre dozzine di caccia sono stati ritirati quando giunse il momento di aggiornarli, con l’USAF che optava per utilizzarli per l’addestramento. Anche i Marines e la Marina statunitense impiegano l’F-35, e Goldfein dice che discuterà come meglio procedere con gli omologhi di queste armi. Il bilancio per la Difesa del 2018 richiede l’acquisto di 440 F-35, un accordo che dovrebbe essere valutato 35-40 miliardi di dollari. Il Pentagono, però, afferma che il programma continua ad aumentare nei costi.
L’F-35, sempre controverso, è famigerato per il prezzo elevato e i numerosi difetti di progettazione, incluso il seggiolino eiettabile. L’aereo è così costoso che Lockheed Martin ha ricevuto 200 milioni di dollari in contratti per tentare di dimezzarne il costo. Viene anche da tempo affermato che l’F-35 costa troppo per modernizzarlo continuamente. Un rapporto del Pentagono del 2015 di un controllore sugli armamenti rilevava che le “modifiche dell’aereo potrebbero essere impossibili per i servizi, considerando i costi di aggiornamento dei primi lotti degli aerei mentre il programma continua ad aumentare la produzione entro un ambiente fiscalmente limitato”. “Ciò lascerebbe gli aeromobili con gravi limitazioni in futuro“.
Dopo un quarto di secolo di sviluppo, l’F-35 deve ancora divenire operativo. La produzione reale deve iniziare nel 2018.

martedì 26 settembre 2017

CON IL PAREGGIO PERDIAMO TUTTI

A fine 2017, il Fiscal Compact (Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria), potrebbe essere inserito a pieno titolo nell’ordinamento europeo, divenendo giuridicamente superiore alla legislazione nazionale e rendendo irreversibili le politiche liberiste d’austerità.
Approvato nel marzo 2012 da 25 dei 28 Stati membri dell’Unione Europea, il Fiscal Compact si colloca nel solco di una serie di trattati e regolamenti -Maastricht, Six Packs, Two Packs – che hanno impresso una svolta monetarista all’Unione Europea e hanno consentito l’affermarsi delle politiche liberiste, con un drastico peggioramento delle condizioni di vita delle popolazioni.
Alcuni dati sulla situazione del nostro Paese sono più che indicativi. In questi anni si sono prodotti: a) un forte aumento della povertà assoluta (1.619.000 famiglie pari a 4.742.000 persone) e della povertà relativa (2.734.000 famiglie, pari a 8.465.000 persone) (dati Istat 2016); b) una decisa compressione del diritto alla salute, con 12 milioni di persone che hanno dovuto rinunciare alle cure e 13 milioni di persone che hanno avuto forti difficoltà a potersi pagare le spese sanitarie (7° Rapporto Censis 2017); c) un costante aumento della disoccupazione, in particolare giovanile (37 per cento, dati Eurostat-maggio 2017); d) un aumento dell’abbandono scolastico precoce (15 per cento, dati Commissione Europea 2016)
Il Fiscal Compact assume la trappola del debito pubblico come cornice indiscutibile dentro la quale costruire la gabbia per i diritti sociali e del lavoro e la privatizzazione dei beni comuni.
Basti pensare che, se dovesse essere confermato, il Fiscal Compact prevederà per il nostro Paese l’obbligo nei prossimi venti anni a portare il rapporto debito-Pil dall’attuale 132 per cento al 60 per cento, con un taglio annuale della spesa pubblica di 50 miliardi.
A questo d’altronde mira l’inserimento del “pareggio di bilancio” in Costituzione, previsto dal Fiscal Compact e pedissequamente approvato dal parlamento italiano, senza alcun referendum popolare, nel 2012.
Si tratta della definitiva consegna di tutto ciò che ci appartiene agli interessi delle grandi lobby finanziarie, nonché di una irreversibile sottrazione di democrazia, con scelte politiche ed economiche non più dettate dalla discussione democratica, bensì dagli algoritmi monetaristi.

Ma tutto questo può essere fermato: entro fine anno i parlamenti nazionali devono discutere e decidere il destino del Fiscal Compact. Senza una forte presa di posizione dal basso, non v’è alcun dubbio di quale esito avrà la discussione parlamentare. Per questo Attac Italia ha promosso una petizione popolare online  a cui tutte le reti, associazioni e comitati possono da subito aderire e che tutte le donne e gli uomini possono da subito firmare. Il Fiscal Compact è solo l’ultimo prodotto dell’Europa monetarista, ma inondare di firme il Parlamento per chiederne il ritiro rappresenta il primo passo per invertire la rotta e per riaprire la discussione su un’Europa oltre Maastricht e fuori dalle politiche di austerità.
Una petizione che chiede anche l’eliminazione del pareggio di bilancio dalla Costituzione e che sostiene l’avvio di una Commissione indipendente d’indagine (audit) sul debito pubblico italiano, al fine di verificarne la legalità giuridica e la legittimità sociale, a fronte del suo utilizzo come trappola per comprimere i diritti fondamentali delle persone, privatizzare i beni comuni ed espropriare la democrazia. “O la Borsa o la vita” intimano le grandi lobby finanziarie. Diciamo loro che tutte e tutti abbiamo scelto la vita.

lunedì 25 settembre 2017

Ci eravamo tanto odiati

Dev’esservi qualcosa di nascosto e vitale tra la politica italiana e la città di Fiuggi. Nelle feconde acque termali fiuggine venti e passa anni fa Fini spense la fiamma del Movimento Sociale; nei giorni scorsi Forza Italia ha approfittato dell’amenità locale per poter pianificare le prossime tornate elettorali. Forse i bagni avranno aiutato mister B. a mantenere quella ritrovata forma fisica gagliardamente dimostrata tra gli scaffali dell’Autogrill: di sicuro, al netto della location e dei paparazzi, la kermesse ha certificato il riavvicinamento definitivo tra l’ex Cav e l’Unione Europea.
Letto in controluce, il discorso di Berlusconi– depurato dal pastone piacion-nostalgico fatto di pietismi sull’età e richiami svogliati al golpe del 2011- appare infatti un preciso segnale di roger rivolto all’establishment europeo. Silvio c’è, e ha dimenticato volentieri gli sgarbi della premiata ditta Merkel-Sarkozy: all’UE serve una grande coalizione di moderati (leggi collaborazionisti) che, dal centro, respinga sia l’assalto sbandato dei 5stelle che i bollori salviniani proseguendo nel cammino delle riforme-svendita dell’economia italiana.
B non può farsi sfuggire la chance di essere nuovamente un player centrale della politica italiana, giocando ad un tempo sul tavolo moderato e su quello “populista”.
In tal senso FI svolge un ruolo perfetto per i gattopardi di Bruxelles. Da un lato rende sempre più sterile Salvini e le istanze- invero molto aleatorie- del sovranismo leghista; dall’altro rappresenta sempre una percentuale fondamentale di elettorato che, nell’aritmetica delle urne, può risultare decisiva. In un “partito” liquido, a-ideologico e padronale come Forza Italia, del resto, ogni piroetta trasformistica può avvenire: la fiducia al governo Monti ed il patto del Nazareno sono esempi marchiani. Se c’è stato in passato dell’antieuropeismo, questo fu sempre di maniera, teso a intercettare scampoli di sacrosanto dissenso per inertizzarlo nel mare magnum della melassa moderata. Non si capirebbe altrimenti la candidatura e la presidenza di Tajani all’Europarlamento, così come non si spiegherebbe il magistrale lavoro di restyling politico a cui- Renzi imperante- Silvio s’è sottoposto per tornare oggi sulla cresta dell’onda. Il ping-pong con la Lega ha giovato solo e soltanto a Forza Italia, castrando le voglie di leadership e la forza del giovin Matteo, ingabbiato dal furbo giuoco di specchi ideato ad Arcore.
L’ex Cavaliere acclamato in quel di Fiuggi il giorno della presentazione del nuovo programma elettorale. Sullo sfondo, campeggia l’emblematica scritta “L’Italia e l’Europa che vogliamo”.

Dell’ipocrisia patetica con cui Merkel e soci plaudono oggi all’orco deriso ieri nessuno o quasi può sorprendersi, visto che la menzogna è la madre dell’europeismo (sui padri, ché son tanti e innumerevoli, meglio non disquisire…). Duole constatare invece che, ancora una volta, Berlusconi ponga innanzi alle disperate esigenze del Paese le proprie: in tal senso solo degli ingenui- o degli sprovveduti- potrebbero pensare allora a una coalizione realmente alternativa al circo europeista con un così stretto alleato del PPE. Si sa, la via che porta a Palazzo Chigi è lastricata di buone intenzioni

venerdì 22 settembre 2017

Senza glutine e senza lattosio: oltre 4.500 prodotti per gli intolleranti.

Continua la crescita dei prodotti senza glutine e senza lattosio. Secondo un’indagine dell’Osservatorio Immagino (di GS1 Italy e Nielsen), sono oltre 4.500 i prodotti alimentari che vantano l’assenza di glutine o zuccheri del latte (o entrambi) in etichetta, pari al 12,8% delle 36 mila referenze in commercio, esclusi acqua e alcolici. Un settore che vale 3 miliardi di euro, pari al 13,7% del valore di mercato e in crescita rispetto all’anno precedente.
A farla da padrone continuano ad essere i prodotti con il claim senza glutine che rappresentano il 12,1% del totale, mentre i prodotti con il marchio dell’Associazione italiana celiachia (Aic), la spiga barrata, sono solo il 2,4%. Tuttavia sono proprio gli alimenti con la spiga barrata a registrare una maggiore crescita nel settore gluten free (+5,7%). A preferire questi prodotti sono famiglie a reddito medio con figli piccoli o adolescenti.
Il vero boom si registra nelle vendite di prodotti senza lattosio, che hanno visto nel 2016 un aumento del 13,6% rispetto all’anno precedente. Nonostante il dato positivo, gli alimenti senza zuccheri del latte continuano a rappresentare meno del 2% del totale e i consumatori preferiscono acquistarli in promozione: un prodotto senza lattosio su tre viene comprato in offerta.

giovedì 21 settembre 2017

Come si manifesta la celiachia

Sulla base delle caratteristiche di presentazione clinica si sono distinti fino a oggi quattro tipi di celiachia.
1- Classica: si presenta con una sintomatologia abbastanza caratteristica a livello dell’apparato gastroenterico. I sintomi sono difficili da identificare perché spesso ascrivibili a disturbi e malattie diversi. Spesso compare una diarrea con andamento incostante, tale da far sospettare fenomeni infettivi. Si possono manifestare anche gonfiori addominali e flatulenze, reflusso gastroesofageo, dispepsia. L’età di più comune riscontro della forma classica è tra i 6 e i 24 mesi di vita: in questo periodo un arresto della crescita può nascondere appunto una celiachia.
2- Atipica: si presenta in genere in modo più sfumato rispetto alla forma classica, con un quadro generale simile a quello della sindrome da intestino irritabile – gonfiori addominali, crampi, flatulenze.
Non mancano sintomi extraintestinali, come anemia da riduzione di ferro (sideropenica), osteoporosi, artrite o altre patologie autoimmuni, neuropatie periferiche e infertilità.
3- Latente: caratterizzata da un quadro genetico predisponente, esami sierologici non significativi e quadro istologico che dimostra villi non alterati.
4- Silente: il quadro istologico e sierologico è positivo ma non ci sono sintomi importanti, sebbene dall’anamnesi emergano spesso sintomi incostanti e sfumati. È frequente un miglioramento complessivo in seguito alla dieta.
L'incremento nel numero di persone affette da celiachia o intolleranti al glutine è dovuto a una maggiore attenzione verso queste problematiche oppure sono cambiati i cereali che contengono glutine? E quali accorgimenti devono adottare le persone celiache per nutrirsi in modo equilibrato?Il libro affronta queste domande e mostra che piatti saporiti e bilanciati sono possibili anche sulla tavola dei celiaci. Accanto a informazioni su cos'è la celiachia e come si diagnostica, troviamo suggerimenti per mantenere il giusto apporto di fibre nonostante l'assenza dalla dieta di alcuni cereali. Ecco quindi l'importanza di cucinare alimenti integrali e di accompagnarli con legumi, verdure e frutta. Queste indicazioni trovano una realizzazione concreta nelle oltre 90 ricette proposte da Antonio Zucco e suddivise tra primi piatti, pizze e pani, secondi, dolci e dessert.

mercoledì 20 settembre 2017

La guerra ai poveri che ci distrae dal mondo reale

Come si convince qualcuno -si è chiesto lo scrittore e storico della scienza Michael Shermer- quando mostrare i fatti non è sufficiente? Anzi: quando le evidenze sono schiaccianti, le convinzioni sembrano aumentare. Chi è contro i vaccini dirà che i dati epidemiologici sono tratti da ricerche pagate da Big Pharma; i complottisti dell’11 settembre si concentreranno sul punto di fusione dell’acciaio delle Twin Towers, ignorando le vittime; i negazionisti del clima tireranno fuori la questione della libertà, e degli insopportabili vincoli all’economia. C’è una ragione scientifica per spiegare tutto questo -ricorda Shermer- e ha a che fare con la nostra visione del mondo, come ben documentato in un saggio del 2007, “Mistakes were made (but not by me)” degli psicologi Carol Tavris ed Elliot Aronson.
Il 2007 è l’anno dello scoppio della grande “crisi”: sono passati 10 anni -era settembre- da quando Ben Bernanke, da poco presidente della Banca centrale statunitense, era stato lapidario: “La crisi è peggiore del previsto”. I dati di oggi presentano il conto: l’Istat stima che siano un milione e 619mila le famiglie residenti in condizione di povertà assoluta -4 milioni e 742mila individui-; è il doppio rispetto al 2007. E tra giovani e minori i poveri sono addirittura triplicati. Ed ecco un “fatto” cui non vogliamo credere: nel nostro Paese ci sono 1,3 milioni di bambini in povertà assoluta. Non solo: quasi un giovane su cinque in Italia, nella fascia tra 15 e 24 anni, non ha e cerca un lavoro né è impegnato in un percorso di studi o di formazione (sono i cosiddetti Neet): la media europea è dell’11,5%.
Poi però ci sono altri “fatti” cui stentiamo -non vogliamo- credere. Il primo: la spesa sociale in Italia (337,5 miliardi euro nel 2016, +10,9% rispetto al 2011) va per il 64% alla popolazione anziana, e solo il 5,5% alla lotta alla disoccupazione (e l’1,2% alla lotta all’esclusione sociale). Il secondo: in Italia ci sono 307mila famiglie con patrimonio finanziario superiore al milione di dollari, secondo le stime del Boston Consulting Group. Vuol dire che nelle mani dell’1,2% delle famiglie si concentra il 20,9% della ricchezza (finanziaria) italiana. Di qui al 2021 il numero di ricchi aumenterà: saranno l’1,6% del totale delle famiglie, ma la fetta di ricchezza nelle loro mani salirà al 23,9% e sfiorerà così un quarto del totale. Il terzo “fatto”: la Banca europea degli investimenti ha calcolato che, in Italia, dal 2007 a oggi i guadagni di professionisti e imprenditori (ovvero il 10% più ricco della popolazione) sono diminuiti del 4%, mentre quelli dei meno abbienti (il 10% più povero) sono crollati del 27%.
La crisi ha contribuito in maniera decisiva al fenomeno migratorio -anche se non c’è nessuna invasione: ecco un’altra credenza che i numeri non riescono incredibilmente a scalfire-. Una delle cause l’ha ben descritta un “insospettabile”: Claudio Descalzi, ad di Eni, il quale ha affermato che “l’Africa è alla deriva per la speculazione sui prezzi del petrolio e del gas. Per questo crescono povertà e migranti”. Negare le responsabilità dei Paesi ricchi rispetto alla condizione dei Paesi impoveriti vuol dire non conoscere o ignorare la storia, la scienza, l’attualità, o peggio: pensare a una “superiorità” culturale o morale dell’Occidente. 
 Ed ecco altri due “fatti”: nientemeno che l’Economist ha pubblicato un articolo in cui si spiega che l’apertura completa delle frontiere mondiali (libertà per chiunque di andare ovunque a cercare lavoro) porterebbe a un aumento della ricchezza globale di 78mila miliardi di dollari. Il secondo: il valore globale delle azioni quotate sui mercati finanziari ammonta a 77.700 miliardi di dollari: sui massimi di tutti i tempi (a fine 2008 la capitalizzazione era il 60% in meno dei valori attuali). Oggi le Borse hanno sorpassato il Pil globale. In Borsa ci sono i cosiddetti “Big 5” digitali: Apple, Google (Alphabet), Microsoft, Amazon e Facebook capitalizzano in Borsa 3mila miliardi (con una media di 600 miliardi), il 50% in più del Pil dell’Africa. Fossero una nazione, sarebbero la quinta più ricca del mondo, davanti alla Gran Bretagna. Anche nel 2007, prima delle parole di Bernanke, le Borse superarono il Pil (60mila miliardi contro 58mila). Sappiamo com’è andata.

martedì 19 settembre 2017

La vergogna saudita e quella dell’Onu

Ci risiamo. Stavolta è Human Right Watch a denunciare i crimini di guerra dell’Arabia Saudita nello Yemen. Secondo un rapporto dell’organizzazione umanitaria americana, negli ultimi tre mesi sono stati registrati cinque bombardamenti dell’aviazione di Riyad su obiettivi civili, che hanno ucciso 26 bambini; il più grave ha colpito una casa facendo una strage di 14 componenti di un’intera famiglia.
Da due anni una colazione di paesi arabi a guida saudita è in conflitto con i ribelli Houthi appoggiati dall’Iran. L’Amministrazione Obama prima e quella Trump ora, stanno supportando l’Arabia Saudita in maniera diretta fornendo armi, aerei, logistica e intelligence. Come denunciato sempre da Human Rights Watch un anno fa, Washington non si farebbe scrupolo di rifornire la coalizione saudita anche di “bombe a grappolo” vietate dai trattati internazionali.
L’ultimo rapporto dell’Ufficio Diritti Umani delle Nazioni Unite del 30 agosto 2017, segnala dall’inizio della guerra, 5.144 vittime civili di cui oltre il 20% bambini (1.184) e 8.750 feriti. Oltre il 60% di queste vittime sono state causate dagli attacchi aerei della coalizione guidata dai sauditi molti dei quali “deliberatamente mirati” contro ospedali, scuole, mercati e moschee.

Voltafaccia Onu

Ogni anno l’Onu redige una “List of Shame”, una “Lista della Vergogna”, dei paesi che praticano una violazione dei diritti dei bambini nelle zone di guerra (reclutamento di bambini-soldati o azioni di violenza bellica nei loro confronti anche attraverso il bombardamento indiscriminato di obiettivi civili come scuole e ospedali). Nella Lista del 2016 era stata inserita anche l’Arabia Saudita, proprio per le stragi civili che sta provocando da due anni nello Yemen. Ma incredibilmente, sotto la pressione della “lobby saudita” attiva anche in molte cancellerie occidentali (comprese Londra e Parigi), Ryad è stata cancellata dalla Lista.
La cosa sconvolgente è che lo stesso Segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon ha ammesso pubblicamente che la scelta è stata dettata dalla minaccia dei sauditi e dei loro alleati di togliere i finanziamenti a molti programmi umanitari. Davanti ai giornalisti il Segretario dell’Onu ha dichiarato: “Ho anche dovuto considerare la reale possibilità della grave sofferenza di milioni di altri bambini e, come mi è stato suggerito, alcuni paesi avessero deciso di sconvolgere molti programmi dell’ONU”. Insomma un ricatto a cui l’Onu si è piegato senza alcun tipo di pudore.
Nel silenzio dei grandi media occidentali e dei moralisti dell’Europa democratica, assistiamo impietriti a questa doppia vergogna: quella dei crimini impuniti dell’Arabia Saudita e quella della viltà ipocrita dell’Onu.

lunedì 18 settembre 2017

Banche, fedelissimi di Renzi nella commissione inchiesta.

Non solo lo ius soli, ma anche le banche e la creazione della commissione bicamerale d’inchiesta può essere motivo di scontro all’interno del Pd e non solo. Per placare gli animi Matteo Renzi gioca la carta delle nomine che ricadono su un uomo che possa fungere da mediatore, incline all’intesa, di centro insomma.
E questo uomo non è altro che l’ex presidente della Camera dei deputati Pierferdinando Casini. Chi meglio dell’ex leader dell’Udc oggi a capo dei Centristi per l’Europa per far da paciere?
Ma non solo Casini. Nella commissione Renzi inserisce anche altri nomi, come il capo delegazione Matteo Orfini, colui che nel Pd si è più esposto sul tema banche, e altri suoi fedelissimi come Bonifazi e Marcucci. Ma è il nome di Casini che fa gridare allo scempio tra i banchi dell’opposizione, visto che si tratta di un membro della maggioranza che dovrà presiedere una commissione di inchiesta in cui a finire sotto i riflettori sono banche che vedono intricati anche personaggi di spicco proprio del Partito democratico.
Prima fra tutti il caso crac Etruria. I Cinque stelle hanno chiesto tra le prime audizioni che dovrà fare la commissione, con tutta probabilità la data sarà decisa ad ottobre, quella dell’ex ad di Unicredit Federico Ghizzoni che a suo tempo si era dichiarato pronto a raccontare del suo colloquio con l’allora ministro Maria Elena Boschi che, secondo le rivelazione di un libro a firma di Ferruccio De Bortoli, avrebbe chiesto l’intercessione di Ghizzoni proprio per salvare la banca aretina dove figurava come vicepresidente il padre, Pier Luigi Boschi.

venerdì 15 settembre 2017

Centro Studi di Confindustria: 14 miliardi di perdite ogni anno per l'esodo dei giovani italiani all'estero

La crescente emigrazione dei giovani italiani all’estero, dovuta alla mancanza di lavoro e alle bassissime retribuzioni, costa all’Italia un punto di Pil all’anno, circa 14 miliardi di euro. Il dato le evidenzia il Centro Studi di Confindustria che ha avvertito: “la bassa occupazione giovanile è il vero tallone d’Achille del sistema economico e sociale italiano”. Non solo. Negli utlimi sette anni il fenomeno ha subito un’accelerazione impressionante: si è passati dai 21 mila emigrati sotto i 40 anni di età del 2008 ai 51mila del 2015. “I flussi crescenti di emigrazione producono una perdita di capitale umano stimata – ha calcolato il Csc – in un punto di Pil all’anno, abbassando così il potenziale di sviluppo”. Questo “rappresenta una vera e propria emergenza”.

La diagnosi di Confindustria però è assai incompleta. Ritiene infatti che l’inadeguato livello dell’occupazione giovanile stia producendo “gravi conseguenze permanenti sulla società e sull’economia dell’Italia, sotto forma di depauperamento del capitale sociale e del capitale umano del Paese”, ma non c’è alcuna riflessione sul fatto che le retribuzioni offerte dalle imprese ai giovani siano sempre più spesso ridicole. Non solo nel sistema delle imprese private ma anche nelle istituzioni pubbliche, soprattutto nel sistema della ricerca.

Secondo le ultime rilevazioni dell’Istat e dell’Inps riprese dal Csc, l’Italia ha tassi di occupazione giovanili molto ridotti, specie per gli under 30. Nel 2016 un sesto dei 15-24enni era occupato (16,6%), contro il 45,7% in Germania, praticamente un terzo nella media dell’Eurozona (31,2%). Tra i 25-29enni il tasso di occupazione italiano sale al 53,7%, ma anche in questo caso il divario rispetto agli altri paesi dell’eurozona si amplia, da 14,6 a 17,1 punti percentuali. La posizione relativa dell’Italia comincia a migliorare nella fascia di età immediatamente successiva (30-34 anni), con il tasso di occupazione al 66,3%, comunque ben 10 punti sotto alla media dell’Eurozona.

Dal 2008 al 2015, periodo in cui il tasso di disoccupazione in Italia è passato dal 6,7% all’11,9% (dal 9,8% al 18,9% per gli under 40), hanno spostato la residenza all’estero 509mila italiani: di questi, circa 260mila avevano tra i 15 e i 39 anni, il 51,0% del totale degli emigrati, un’incidenza quasi doppia rispetto a quella della stessa classe di età sulla popolazione (28,3%).

Considerando che la spesa familiare per la crescita e l’educazione di un figlio, dalla nascita ai 25 anni, può essere stimata attorno ai 165 mila euro, è come se l’Italia, con l’emigrazione dei giovani, in questi anni avesse perso 42,8 miliardi di euro di investimenti in quello che viene definito “capitale umano”. Per il solo 2015, con un picco di oltre 51mila emigrati sotto i 40 anni (dai 21mila del 2008), la perdita si aggira sugli 8,4 miliardi. A questi va aggiunta la perdita associata alla spesa sostenuta dallo Stato per la formazione di quei giovani che hanno lasciato il Paese: 5,6 miliardi se si considera la spesa media per studente dalla scuola primaria fino all’università. In totale 14 miliardi nel 2015.
 Lasciando da parte percentuali e tabelle, la sintesi che se ne ricava è che sul nostro paese è in corso, esattamente dal 2008, un processo di spoliazione di risorse a tutto campo e di concentrazione delle stesse nel “nucleo centrale” dell’Eurozona (Germania, paesi del Nord Europa), lo stesso che è avvenuto in Grecia e in Spagna. Tra queste sottrazioni di risorse c’è anche quel “capitale umano” rappresentato da decine di migliaia di giovani, spesso altamente scolarizzati, che di fronte alla miseria delle prospettive messe a disposizione da imprese private e istituzioni pubbliche, trovano condizioni migliori nei paesi forti dell’Eurozona. Il risultato è una concentrazione di risorse giovani, formate e disponibili per i processi di accumulazione e innovazione capitalistica in paesi diversi da quello di provenienza. Il risultato non è solo la deindustrializzazione e la regressione economico/sociale/civile dell’Italia ma è l’escalation di uno sviluppo disuguale interno (ad esempio tra il polo Lombardia/Emilia/Veneto e il resto del paese) e della subalternità ai diktat della Troika europea. Ma di tutto questo, nella logica e nei parametri della Confindustria, non troverete traccia.

giovedì 14 settembre 2017

Altro che prevenzione, in dieci anni è raddoppiato il territorio italiano a rischio idrogeologico

Dieci anni dopo la prima e unica Conferenza nazionale sui cambiamenti climatici in Italia, il promotore dell’iniziativa – l’allora ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio – è tornato in Senato per fare un punto su quanto compiuto dal 2007 ad oggi, supportato tra gli altri dal presidente dell’Ispra Stefano Laporta. Assai poche purtroppo le buone notizie.
Dai dati Ispra risulta come dieci anni fa il 10% territorio italiano fosse interessato da una forte criticità idrogeologica, mentre nel 2017 le aree a rischio sono quasi raddoppiate arrivando al 19,4%. Conseguentemente, la popolazione residente in aree a pericolosità frana elevata e molto elevata è passata da 992.403 a 1.247.679, mentre quella esposta a rischio alluvione ha quasi raggiunto i 2 milioni di persone; ampliando l’analisi anche gli abitanti che vivono in aree a scenario di pericolosità media e scarsa, si arriva a 9 milioni di persone. «Avere perso dieci anni è stato un crimine – commenta Pecoraro Scanio – ora basta ritardi. Fenomeni estremi come bombe d’acqua e alluvioni stanno stravolgendo lo scenario climatico del Paese e il recente disastro di Livorno ci ricorda che le nostre città sono vulnerabili ai pericoli. Non è accettabile perdere vite umane».
Com’è stato possibile? Di grande importanza è la dinamica relativa al progressivo consumo di suolo, che ancora oggi mangia 4 metri quadrati al secondo e comporta costi alla collettività per almeno 820 milioni di euro all’anno, con l’Ispra che «ha evidenziato un trend positivo degli interventi a mitigazione del rischio idrogeologico solo nel biennio 2007-2008. Dal 2009, invece, gli stessi dati confermano l’assenza di programmazione». Altro fattore determinante è l’avanzata dei cambiamenti climatici, più acuta in Italia rispetto alla media globale: com’è stato ricordato durante l’incontro in Senato dalla Fondazione UniVerde (di cui Pecoraro Scanio è oggi presidente), nel 2007 si evidenziò come «l’anomalia della temperatura media si attestasse allora a +1 °C rispetto al trentennio 1961-1990: in meno di dieci anni è passata a +1,58 °C con il 2017 già entrato nella storia per le roventi temperature raggiunte».
Un fronte sul quale un altro ex ministro dell’Ambiente, Edo Ronchi, si unisce per denunciare la mancanza di impegno da parte delle istituzioni per contenere le emissioni di gas serra prodotte dall’Italia, che dopo decenni. Nei primi 7 mesi del 2017 – secondo i dati pubblicati da Terna, osserva Ronchi – la produzione di elettricità da fonti rinnovabili in Italia, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, è diminuita del 5,4%, scendendo da 62,3 a 58,9 TWh. Poiché la produzione di elettricità è invece aumentata nello stesso periodo da 156,4 a 163,2 TWh, la produzione di elettricità da fonti termiche fossili è cresciuta in questo periodo dell’11,3%».
Un trend che parte da lontano, dato che «il peggioramento delle rinnovabili aveva già provocato l’aumento delle emissioni specifiche di CO2 nel settore elettrico in Italia: secondo i dati Ispra, dopo ben 25 anni di calo progressivo, le emissioni specifiche hanno infatti cominciato a crescere da 303 grammi di Co2/KWh nel 2014 a 315 nel 2015 e a 331 nel 2016».
Per la nuova Strategia energetica nazionale (Sen), documento per il quale si è chiusa ieri la fase di consultazione pubblica, la crescita futura delle rinnovabili elettriche dovrebbe in primis «essere compatibile con il contenimento dei costi in bolletta», con il concreto rischio però di allontanare ulteriormente l’attuazione dell’Accordo di Parigi, come già mostrano «tre anni di fila di aumento delle emissioni specifiche di CO2 per kilowattora elettrico». Per Ronchi «sarebbe possibile accelerare, come necessario, lo sviluppo delle rinnovabili elettriche non caricando ulteriori incentivi sulle bollette solo correggendo il mercato – in modo che riconosca i costi dei danni prodotti dalla crisi climatica alimentata dalle emissioni di CO2 – introducendo una forma adeguata di carbon pricing», ma nonostante tutti i benefici potenziali la definizione di una carbon tax nel nostro Paese al momento continua a rimanere un’ipotesi fantascientifica per la mancanza di impegno politico.

mercoledì 13 settembre 2017

L’occupazione cresce, ma soltanto se è precaria

E’ triste vedere un istituto prestigioso piegare l’enfasi – nel pubblicare i dati – in modo che i media possano fare più facilmente da coro al governo. Specie in materia di occupazione, ossia della condizione vitale per l’esistenza stessa della popolazione.
Nulla da eccepire sui numeri, naturalmente, raccolti ed elaborati da ricercatori di alto livello, anche se spesso con contratti assai precari. Fosse lasciata a loro la possibilità di presentare gli stessi dati, l’enfasi laudatoria ne uscirebbe parecchio azzoppata…
Nella nota diffusa stamattina si dà conto degli andamenti del secondo trimestre del 2017, che segna una certa inversione nel numero (dunque anche nel tasso) dei disoccupati: una crescita congiunturale (+78 mila, +0,3%) dovuta all’ulteriore aumento dei dipendenti (+149 mila, +0,9%), in oltre otto casi su dieci a termine (+123 mila, +4,8%).
La nota dell’Istat riferisce quasi per caso quel che dovrebbe essere invece il dato che rivela il fenomeno più rilevante nell’attuale mercato del lavoro: la sostituzione di lavoro a temo indeterminato con lavoro a termine. Rifacendo il conto con gli stessi numeri dell’Istat, infatti, viene fuori che il totale degli occupati (78.000 in più) è dovuto alla convergenza di due fenomeni: la diminuzione degli “autonomi” (partite Iva monocommittenti, consulenti, ecc: -71.000) e la crescita senza freni dei lavoratori a termine (123.000 sui 149.000 nuovi assunti). I posti di lavoro a tempo indeterminato in più sono soltanto 26.000.
Questo in una congiuntura temporaneamente favorevole (i tre trimestri precedenti erano stati caratterizzati da un aumento della disoccupazione), registrata in termini di crescita del Pil pari allo 0,4% nel trimestre e all’1,5% su base annua.
La centralità assoluta dei contratti a termine testimonia, forse involontariamente, dell’incertezza con cui le imprese affrontano l’aumento congiunturale degli ordinativi: si prendono dipendenti usa e getta, da qui a tre o sei mesi, perché nessuno sa dire – neppure la Bce – se il tren leggermente positivo durerà più a lungo.
Fa pena dunque il concerto dei media mainstream che segnala come – tra il secondo trimestre del 2017 e lo stesso periodo dell’anno precedente – venga stimata una crescita di 153 mila occupati (+0,7%), che riguarda comunque soltanto i dipendenti (+356 mila, +2,1%), oltre tre quarti dei quali a termine, a fronte della rilevante diminuzione degli indipendenti (-3,6%).
Prenndendo in considerazione l’arto temporale di un anno, insomma, la sostituzione di lavoro stabile con lavoro precario risulta ancora più lampante.
Un piccolo esercito di lavoratori con salari più bassi e senza garanzie di continuità lavorativa, su cui dunque non viene costruita alcuna prospettiva produttiva di lungo periodo. Lo stesso calo degli “inattivi” (-0,3 punti) 15-64 anni rivela che “la riserva di grasso” in mano alle famiglie si è assottigliata, costringendo una parte a tornare sul mercato del lavoro, pronti ad accettare qualsiasi retribuzione.
Le variazioni degli stock – spiega la stessa Istat – sottintendono significativi cambiamenti nella condizione delle persone nel mercato del lavoro, misurati dai dati di flusso a distanza di dodici mesi. Nel complesso continuano a diminure le transizioni da dipendente a termine a dipendente a tempo indeterminato (dal 24,3% al 16,5%). A fronte della riduzione complessiva delle transizioni dalla disoccupazione all’occupazione (-3,1 punti), i flussi dai disoccupati verso i dipendenti a tempo determinato aumentano (+0,9 punti). Riguardo agli inattivi, per le forze di lavoro potenziali è aumentata soprattutto la percentuale di quanti transitano verso la disoccupazione (dal 18,5% al 21,3% nei dodici mesi). Ovvero cercano nuovamente un lavoro, ma non lo trovano…
Le imprese, dal canto loro, colgono in pieno la debolezza dei lavoratori (che temono di perdere il posto) e dei disoccupati (disposti a fare qualsiasi cosa per qualsiasi salario). “Le ore lavorate per dipendente crescono (+0,2%) rispetto al trimestre precedente”.
Ne risentono ufficialmente anche le retribuzioni: “in termini congiunturali si registra una diminuzione dello 0,1% delle retribuzioni e dello 0,5% degli oneri sociali e, quale loro sintesi, un calo dello 0,2% del costo del lavoro”.
Se si può gioire per risultati così, allora tutto è possibile…

martedì 12 settembre 2017

Le testate nucleari nel mondo: 15mila bombe atomiche pronte a distruggere

Attualmente sono 15mila le testate nucleari a livello planetario, precisamente 15.350 al 2016. Alle quali vanno, però, aggiunte un numero imprecisato di altre testate (tra le 150 e le 240) dislocate in Paesi europei aderenti all’Alleanza Atlantica nell’ambito del programma di condivisione nucleare avviato dopo la fine della seconda guerra mondiale. Poco meno di cinquemila sono dispiegate e pronte all’uso.
Il 93% di tutte le testate nucleari sono di proprietà dei due Stati militarmente più forti del mondo, Russia e Stati Uniti.

La mappa degli Stati con armi nucleari

Ecco la lista dei Paesi del mondo che possiedono la bomba atomica, l’arma più micidiale:
  • Russia: 7.000 ( 1.796 testate schierate e pronte all’uso più altre 2.700 in deposito e 2.510 ritirate e pronte per essere smantellate)
  • Stati Uniti: 6.780 ( 1.740 schierate, 2.740 accumulate e 2.300 in disuso)
  • Francia: 300 (290 schierate ed il resto in deposito)
  • Cina: 260 (sconosciuto il numero di quelle che sarebbero operative)
  • Gran Bretagna: 215 (120 pronte all’utilizzo)
  • Pakistan: 140 (nessuna testata schierata)
  • India: 120 (nessuna testata schierata)
  • Israele: 80 (nessuna testata schierata)
  • Corea del Nord: 15 (il numero non è certo e non si sa, inoltre, se queste armi sono operative o accumulate)
La maggior parte degli Stati che possiedono armi atomiche sono i vincitori della Seconda guerra mondiale, nonché quelli che hanno sottoscritto il Trattato di non proliferazione (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna).
Inoltre il numero di testate nucleari, bombe Sandia B-61, tutte di fabbricazione statunitense, create a partire dalla seconda metà degli anni ’60, conservate da alcuni Paesi NATO, dovrebbe essere tra le 150 e le 240.
Da leggere: Benvenuti nell’Antropocene, l’era della bomba atomica

In Italia 90 testate nucleari americane

L’Italia non ha la bomba atomica ma in base al concetto di condivisione nucleare interno alla Nato, sul territorio italiano, nelle basi Usa di Ghedi e Aviano, sono dislocate 90 testate nucleari americane.

lunedì 11 settembre 2017

L’atomica, salvacondotto dei regimi

Non farsi attaccare e avere una potente leva di ricatto nei confronti delle altre potenze nucleari e regionali: questo è il senso dell’atomica. Il dottor Stranamore è sempre di moda. I Paesi oggi teoricamente “inattaccabili”, oltre a quelli del club nucleare ufficiale, sono Pakistan, India e Israele, che non hanno mai firmato il Trattato di non proliferazione nucleare, tutti collocati su linee di faglia geopolitiche esplosive e dove si susseguono da decenni guerre infinite.
Il caso del Pakistan, in perenne conflitto con l’India per il Kashmir, sta diventando sempre più complicato per le frizioni che lo oppongono agli Usa sulla questione del sostegno di Islamabad alle reti islamiste in Afghanistan e la presenza economica e finanziaria cinese nei grandi progetti di sviluppo sulla Via della Seta in collaborazione con i pakistani. Sia pure indirettamente, i piani atomici nordcoreani incrociano quelli pakistani attraverso l’espansione della Cina nel subcontinente indiano.
Non è un caso che abbiano cercato di procurarsi il nucleare anche gli iraniani, vista la costante ostilità Usa, israeliana e araba, oltre che la vicinanza con la Turchia, membro della Nato - che ospita i missili e l’aviazione degli americani a Incirlik - e il confine con il Pakistan. «Se avessimo avuto l’atomica, l’avremmo usata contro Saddam Hussein che attaccando l’Iran nel 1980 ha fatto in quella guerra un milione di morti» disse una volta il ministro iraniano degli Esteri Javad Zarif. Aggiungiamo che oggi nessuno stato del Medio Oriente ha eserciti così numerosi e motivati da potere sacrificare sul fronte mezzo milione di soldati e di “martiri”: l’atomica in un certo senso è ritenuta una necessità.
Gli ayatollah iraniani sono stati abbastanza abili da contrattare con le superpotenze la rinuncia a un’atomica “virtuale” e non fare la fine di Saddam Hussein, sbalzato dal potere nel 2003 anche se non aveva armi di distruzione di massa. Evento che non è passato inosservato in Corea del Nord.
Ma pure i sauditi vogliono l’atomica, in funzione anti-iraniana. E in attesa di realizzarla, per mettersi alla testa del mondo musulmano sunnita, comprano miliardi di dollari di armi dagli americani. Sotto questo profilo risalta ancora di più il negoziato voluto da Barack Obama con Teheran che ha portato all’accordo del 2015: ha frenato temporaneamente una proliferazione nucleare nel Golfo che è già in atto da tempo.
La posta in gioco per gli iraniani con l’accordo del luglio di due anni fa era l’allentamento delle sanzioni e qualche momentanea garanzia che Washington avrebbe rinunciato a un cambio di regime a Teheran. È quello che in sostanza chiede anche la dittatura nordcoreana: sopravvivere con l’aiuto della Cina e qualche spiraglio di commercio internazionale.
Il regime di Pyongyang non è così folle come viene descritto. Quello che gli Stati Uniti finora non hanno mai voluto garantire è la continuità della dinastia nordcoreana al potere da 60 anni: per Washington, ma anche per Seul, l’obiettivo di medio-lungo termine è la riunificazione della penisola coreana. Un traguardo che la Cina non ha nessuna intenzione di agevolare perché significa avere le truppe americane in casa, cosa che del resto avverrebbe anche in caso di guerra.
Pechino non vuole né una Corea del Nord “normale” né un conflitto con gli Usa: questo è il nodo della questione con Pechino. Un’ambiguità espressa anche recentemente dalle parole del ministro cinese degli Esteri Wang Yi: «Lo scopo delle sanzioni alla Corea del Nord è riportare la questione nucleare al tavolo delle trattative per realizzare la denuclearizzazione della penisola». In poche parole Pechino punta a rendere militarmente neutrale sia la Corea del Nord che quella del Sud per potere poi decidere la transizione del regime di Pyongyang e l’eventuale riunificazione della penisola che non vede per niente di buon occhio. Il motto degli imperi è sempre “divide et impera”.

venerdì 8 settembre 2017

RISPARMIO ASSICURAZIONE AUTO E MOTO

Una delle domande più frequenti, di ogni automobilista è: “Come fare per risparmiare sulle polizze auto e moto?”. Oltre alle polizze condivise, con la nuova legge per la Concorrenza, 124/2017, ci sono diverse opportunità per i guidatori di veicoli a quattro e a due ruote, che devono sottoscrivere una polizza assicurativa.
  • Scatola nera. Con la nuova legge sulla concorrenza, essa entra a pieno titolo nella Rc auto anche dal punto di vista normativo. Quindi, chi accetta di montarla acquisisce, di diritto, degli sconti. Inoltre, i dati raccolti dalla scatola nera durante un incidente costituiscono una prova a cui il giudice dovrà quasi sempre attenersi nel determinare le responsabilità del sinistro.
  • Ispezione del mezzo. Prima di sottoscrivere una polizza, per ricevere uno sconto sull’importo da pagare, è necessario sottoporlo a un’ispezione preventiva a carico della compagnia assicuratrice.
  • Test alcolock. Un altro modo per ricevere uno sconto sulla polizza è l’installazione, a bordo dell’auto, di meccanismi elettronici che impediscono l’avvio del motore in caso nel guidatore venisse riscontrato un tasso alcolemico superiore ai limiti di legge.
  • La disdetta non serve.  Non potrà quindi più esserci nessun addebito imprevisto per chi decide di interrompere la polizza dopo il termine massimo previsto. La legge ha introdotto anche il diritto a disdire il contratto per via telematica, senza più dover ricorrere alla raccomandata per posta, con un taglio dei tempi che comporterà anche un taglio dei costi.
  • I confronti sul web. È possibile consultare dei siti come Money.it oppure Facile.it per individuare la polizza più vantaggiosa per il proprio veicolo e le proprie esigenze. In questo modo non sprecherete tempo e potrete scegliere l’offerta più vantaggiosa spendendo il giusto.
  • Garanzie accessorie. Esaminatele una per una (dall’incendio al furto fino ai danni), e verificate se sono davvero necessarie e quale costo rappresentano. Solo dopo questa ricognizione potete decidere con la giusta conoscenza.
  • Attenti alle promozioni. Non sempre le offerte vantaggiose sono le più adatte alle proprie esigenze. Quindi, non fatevi ammaliare dai prezzi stracciati ma valutate attentamente i costi e i vantaggi reali delle polizze in promozione.
  • Attenti alle clausole nascoste. Molto spesso le offerte proposte dalle varie compagnie nascondono delle clausole, scritte quasi sempre in caratteri di piccole dimensioni, che possono comportare dei costi inaspettati. Vincoli contrattuali, spese di recesso e opzioni obbligatorie possono essere ignorati al momento della sottoscrizione ed emergere al momento del primo pagamento.
  • Occhio ai massimali. Controllate bene i massimali all’interno della polizza che andate a stipulare. E verificate che rispettino quanto previsto dalla legge: ovvero dei minimi di danni di 1 milione di euro per le cose e di 5 milioni di euro per le persone.
  • Prodotti giornalieri oppure a tempo. Se non utilizzare il veicolo tutti i giorni, potete optare per delle polizze giornaliere oppure a tempo, che vi consentiranno di abbattere i costi godendo, al tempo stesso, della tutela legale in caso di sinistro. Una valida alternativa, se utilizzate di rado l’auto o le due ruote.

giovedì 7 settembre 2017

A settembre inizia il nuovo anno scolastico. Quest’anno la preoccupazione maggiore delle famiglie con figli minori non è legata alle ricorrenti carenze scolastiche, ma alle vaccinazioni obbligatorie, che la nuova legge ha aumentato da 4 a 10 e che riguardano tutti i minori che non hanno ancora compiuto 17 anni di età (quindi anche oltre l’età dell’obbligo scolastico). È vero che il Parlamento ha attenuato l’impatto del provvedimento originario (il Decreto Legge del Governo), riducendo le vaccinazioni da 12 a 10 e abbassando da 7.500 a 500 euro il tetto massimo della sanzione per gli inadempienti, ma le novità in tema di vaccini non sono di poco conto rispetto agli anni precedenti. Basti dire che i bambini non vaccinati con età inferiore ai 6 anni non potranno frequentare gli asili nido e le scuole dell’infanzia, mentre quelli oltre i 6 anni saranno ammessi nelle scuole dell’obbligo ma con il pagamento di una sanzione e con il rischio di dover cambiare classe (poiché è previsto soltanto uno studente non vaccinato per ciascuna classe). Durante l’estate abbiamo assistito ad un confronto molto acceso su questo tema delicato, visto che riguarda un diritto fondamentale come la salute, che è tutelato costituzionalmente (art. 32). Spesso si è trattato di un dibattito segnato da impostazioni ideologiche e dogmatiche, con il risultato di stigmatizzare tutte le posizione critiche o dubbiose rispetto alle scelte politiche intraprese. In questo contesto un ruolo decisivo e negativo è stato svolto dai media che in generale hanno trasmesso un allarme sociale ingiustificato e che hanno presentato il problema come se si trattasse di uno scontro tra scienza e oscurantismo. In realtà anche sul tema della profilassi vaccinale è in gioco il modo di intendere il metodo scientifico, che di solito ci viene presentato come espressione dell’autorevolezza cattedratica attraverso l’intervista ad un personaggio di rilievo, mentre invece proprio la scienza si fonda sul pensiero critico, dialettico, aperto, disponibile a modificare le convinzioni tenendo conto di dati nuovi e fattori alternativi. Purtroppo nel furore della polemica finora non si è dato adeguato spazio alle voci di scienziati della medicina che sottolineano la complessità del problema delle vaccinazioni, considerando gli aspetti positivi, ma senza nascondere le problematicità e gli aspetti contraddittori. In questa prospettiva si colloca il documento predisposto dal Consiglio direttivo nazionale della SIPNEI (Società Italiana di Psiconeuroendocrinoimmunologia) sulla nuova legge sui vaccini, nel quale si dimostra – attraverso dati ed evidenze scientifiche – che la legge voluta dal Ministro Lorenzin «non regge». Vediamo di seguito i punti salienti delle osservazioni presentate dalla SIPNEI. Anzitutto, viene ridimensionata la presunta epidemia di morbillo in Italia: «La premessa su cui si fonda la decisione governativa è che saremmo in presenza di forti rischi per la collettività essendosi pericolosamente abbassati i tassi di copertura vaccinale, che non garantirebbero la cosiddetta “immunità di gregge”. I dati portati a sostegno riguardano la diffusione del morbillo nel nostro Paese, che nell’anno in corso sarebbero a livelli eccezionalmente alti. La serie storica dei dati degli ultimi anni e il suo paragone con paesi europei simili, pur senza sottovalutare l’andamento dell’infezione, non confermano l’eccezionalità dell’attuale diffusione del morbillo. Ad oggi il morbillo è endemico in molti paesi europei tra cui Germania, Belgio, Svizzera, Francia, Polonia, Romania e altri. Non risulta che Francia, Germania, Svizzera, Belgio abbiano introdotto l’obbligatorietà della vaccinazione MPR (Morbillo Parotite Rosolia), pur essendo attivamente impegnati nel controllo della diffusione di questi agenti infettivi». Inoltre – secondo la SIPNEI – la premessa scientifica su cui si fonda la decisione dell’estensione dell’obbligatorietà vaccinale, che è costituita dalla cosiddetta “Immunità di gregge”, secondo cui “è necessario raggiungere il 95% della copertura vaccinale per ottenere l’effetto gregge” «presenta molte falle». Anzi, l’informazione che è stata data al pubblico e agli stessi operatori sanitari, sulle percentuali di copertura vaccinale necessarie per raggiungere il cosiddetto “effetto gregge”, «è assolutamente parziale e quindi, sostanzialmente, non veritiera. Secondo fonti ufficiali (Organizzazione mondiale della sanità e Istituto Superiore di Sanità), le coperture vaccinali critiche per l’immunità di gregge sono altamente variabili: il fatidico 95% viene indicato solo per il morbillo. È bene sapere che per la poliomielite, le istituzioni citate danno come copertura necessaria 80-86%; per la parotite 75-86%; per la rosolia 83-85%; per l’ Hemophilus infl. B il 70%». Senza considerare il tetano, che non è trasmissibile e per cui non ha senso parlare di “effetto gregge”. Nelle recenti discussioni sul tema di solito si è sorvolato su aspetti importanti come i diversi effetti prodotti dall’immunizzazione naturale rispetto a quella ottenuta con la vaccinazione. È noto e dimostrato scientificamente che l’immunizzazione naturale, a differenza di quella indotta dal vaccino, causa una stimolazione immunitaria più prolungata ed efficace nel tempo. Questo fatto, per esempio se posto in relazione alla diffusione del morbillo, ha una forte rilevanza per la quota di bambini infettati con meno di un anno di vita, un’età a rischio, in cui ancora non è raccomandata e praticata la vaccinazione antimorbillo. «Le donne immunizzate naturalmente trasmettono una quantità di anticorpi nettamente superiore a quella delle donne vaccinate. La differenza della presenza di anticorpi anti morbillo, in bambini nati da madri che hanno subito il contagio rispetto ai nati dalle vaccinate, è netta e rintracciabile per lo meno fino all’età di 5 mesi. Quindi, donne che, nella loro infanzia, si sono vaccinate contro il morbillo potrebbero non trasmettere un’adeguata protezione anticorpale ai propri figli nel primo anno di vita, a differenza delle donne che hanno contratto un’immunizzazione naturale». Occorre tenere sempre presente che nessun vaccino è mai completamente sicuro. Gli effetti avversi delle vaccinazioni sono un dato di fatto, riconosciuto anche da sentenze della Corte Costituzionale. «In Italia, pur scontando un sistema di sorveglianza che è un eufemismo definire scarsamente efficiente, le segnalazioni all’AIFA di effetti avversi, successivi alle vaccinazioni, nel 2014 sono state 8.873, di cui una quota (con diverse centinaia di casi) classificata grave (con alcuni decessi). Secondo il Rapporto dell’AIFA, il vaccino Morbillo-Parotite-Rosolia (MPR) ha un tasso di segnalazioni di effetti avversi gravi tra i più alti: 201 su 100.000 dosi per un totale di 479 casi nello scorso anno, la cui quota maggioritaria spetta all’abbinamento del trivalente con il vaccino contro la varicella (MPR+V oppure MPRV). Tuttavia, anche l’esavalente ha un tasso elevato di segnalazioni gravi: 166 ogni 100.000». Che effetti possono generare 6 vaccini somministrati contemporaneamente, seguiti a breve da altri 4 vaccini iniettati insieme? «Sotto questo profilo, la “tesi” che non c’è alcun problema a somministrare diversi antigeni insieme, poiché il bambino ogni giorno incontra centinaia di antigeni senza danno, ci sembra non regga ad un esame anche non troppo approfondito, poiché il solo buon senso ci consente di comprendere che gli antigeni multipli, che immettiamo con i vaccini, non sono banali, ma componenti di aggressivi agenti infettivi, che è alquanto irreale incontrare tutti insieme in natura». La SIPNEI sottolinea il fatto che nessuno finora ha prodotto dati certi sugli effetti delle formulazioni multiple sul sistema immunitario del neonato. Del resto anche il Parlamento – emendando il testo governativo – ha previsto l’uso dei vaccini monodose, mentre la campagna ufficiale del Ministero della salute continua a proporre soltanto due somministrazioni (esavalente + quadrivalente). In sintesi, la scelta dell’obbligo per 10 vaccini «si mostra non solo inopportuna, ma anche infondata sul piano scientifico, poiché lo Stato può chiedere alla persona (o al suo tutore) la violazione della libertà individuale, riguardo alla propria salute, se dimostra che le misure obbligatorie servono a scongiurare un rischio collettivo riferito ai singoli vaccini proposti. Da quanto abbiamo scritto, è errato mettere tutti vaccini sullo stesso piano: alcuni di loro non producono alcun “effetto gregge”, altri conferiscono un’immunità che deperisce nel tempo». Infine, si pone anche una questione di correttezza e di trasparenza: «Pensiamo che servirebbe molto alla scienza e alla ricostruzione di un rapporto di fiducia con ampie fasce della popolazione, l’istituzione di una Commissione di valutazione e controllo sui vaccini indipendente e cioè composta da ricercatori, scienziati ed esperti di politica sanitaria che non abbiano legami con l’industria e con le associazioni professionali, spesso molto adese all’industria. Una Commissione sul modello della Task Force statunitense che si occupa di valutazione delle politiche preventive (USTFP), senza legami con l’industria e con le corporazioni professionali. Occorre cioè proteggere la società dalle infezioni, ma anche dagli interessi di parte». E soprattutto dall’epidemia della disinformazione a cui abbiamo assistito in questi ultimi mesi. In questo scenario, qual è la posizione e la proposta alternativa del SIPNEI? «Siamo contrari alle vaccinazioni obbligatorie (in linea con tutti i paesi europei più avanzati e da alcuni anni in Veneto, con ottimi risultati), bensì proponiamo una riorganizzazione delle politiche vaccinali, che a livello statale dovrebbe selezionare le priorità epidemiologiche e, a livello territoriale, dovrebbero avere come perno il pediatra, che ha in cura fin dalla nascita il bambino, che verrebbe inserito in finestre di opportunità vaccinale, anche utilizzando i vaccini monodose, in base alle caratteristiche del bambino. Siamo convinti che una politica di promozione attiva, centrata sulla flessibilità dei programmi vaccinali, nel quadro di politiche di protezione della gravidanza e di promozione della salute dell’infanzia, permetterebbe un salto in avanti nella prevenzione primaria, da sempre trascurata nel nostro Paese, e porrebbe su basi nuove le relazioni tra cittadini e scienza e tra curati e curanti». Appare evidente che questa prospettiva sia ragionevolmente fondata e nell’interesse della tutela del benessere dei cittadini e della collettività. A questo punto si pone una domanda di fondo: c’è qualcuno in Parlamento e al Ministero della salute che abbia letto senza pregiudizi questo documento, redatto da persone professionalmente e scientificamente competenti, e che sappia spiegare perché oggi ci ritroviamo con una legge che va esattamente in direzione opposta?

A settembre inizia il nuovo anno scolastico. Quest’anno la preoccupazione maggiore delle famiglie con figli minori non è legata alle ricorrenti carenze scolastiche, ma alle vaccinazioni obbligatorie, che la nuova legge ha aumentato da 4 a 10 e che riguardano tutti i minori che non hanno ancora compiuto 17 anni di età (quindi anche oltre l’età dell’obbligo scolastico). È vero che il Parlamento ha attenuato l’impatto del provvedimento originario (il Decreto Legge del Governo), riducendo le vaccinazioni da 12 a 10 e abbassando da 7.500 a 500 euro il tetto massimo della sanzione per gli inadempienti, ma le novità in tema di vaccini non sono di poco conto rispetto agli anni precedenti. Basti dire che i bambini non vaccinati  con età inferiore ai 6 anni non potranno frequentare gli asili nido e le scuole dell’infanzia, mentre quelli oltre i 6 anni saranno ammessi nelle scuole dell’obbligo ma con il pagamento di una sanzione e con il rischio di dover cambiare classe (poiché è previsto soltanto uno studente non vaccinato per ciascuna classe).
Durante l’estate abbiamo assistito ad un confronto molto acceso su questo tema delicato, visto che riguarda un diritto fondamentale come la salute, che è tutelato costituzionalmente (art. 32). Spesso si è trattato di un dibattito segnato da impostazioni ideologiche e dogmatiche, con il risultato di stigmatizzare tutte le posizione critiche o dubbiose rispetto alle scelte politiche intraprese. In questo contesto un ruolo decisivo e negativo è stato svolto dai media che in generale hanno trasmesso un allarme sociale ingiustificato e che hanno presentato il problema come se si trattasse di uno scontro tra scienza e oscurantismo.
In realtà anche sul tema della profilassi vaccinale è in gioco il modo di intendere il metodo scientifico, che di solito ci viene presentato come espressione dell’autorevolezza cattedratica attraverso l’intervista ad un personaggio di rilievo, mentre invece proprio la scienza si fonda sul pensiero critico, dialettico, aperto, disponibile a modificare le convinzioni tenendo conto di dati nuovi e fattori alternativi. Purtroppo nel furore della polemica finora non si è dato adeguato spazio alle voci di scienziati della medicina che sottolineano la complessità del problema delle vaccinazioni, considerando gli aspetti positivi, ma senza nascondere le problematicità e gli aspetti contraddittori.
In questa prospettiva si colloca il documento predisposto dal Consiglio direttivo nazionale della SIPNEI (Società Italiana di Psiconeuroendocrinoimmunologia) sulla nuova legge sui vaccini, nel quale si dimostra – attraverso dati ed evidenze scientifiche – che la legge voluta dal Ministro Lorenzin «non regge». Vediamo di seguito i punti salienti delle osservazioni presentate dalla SIPNEI.
Anzitutto, viene ridimensionata la presunta epidemia di morbillo in Italia: «La premessa su cui si fonda la decisione governativa è che saremmo in presenza di forti rischi per la collettività essendosi pericolosamente abbassati i tassi di copertura vaccinale, che non garantirebbero la cosiddetta “immunità di gregge”. I dati portati a sostegno riguardano la diffusione del morbillo nel nostro Paese, che nell’anno in corso sarebbero a livelli eccezionalmente alti. La serie storica dei dati degli ultimi anni e il suo paragone con paesi europei simili, pur senza sottovalutare l’andamento dell’infezione, non confermano l’eccezionalità dell’attuale diffusione del morbillo. Ad oggi il morbillo è endemico in molti paesi europei tra cui Germania, Belgio, Svizzera, Francia, Polonia, Romania e altri. Non risulta che Francia, Germania, Svizzera, Belgio abbiano introdotto l’obbligatorietà della vaccinazione MPR (Morbillo Parotite Rosolia), pur essendo attivamente impegnati nel controllo della diffusione di questi agenti infettivi».
Inoltre – secondo la SIPNEI – la premessa scientifica su cui si fonda la decisione dell’estensione dell’obbligatorietà vaccinale, che è costituita dalla cosiddetta “Immunità di gregge”, secondo cui “è necessario raggiungere il 95% della copertura vaccinale per ottenere l’effetto gregge” «presenta molte falle». Anzi, l’informazione che è stata data al pubblico e agli stessi operatori sanitari, sulle percentuali di copertura vaccinale necessarie per raggiungere il cosiddetto “effetto gregge”, «è assolutamente parziale e quindi, sostanzialmente, non veritiera. Secondo fonti ufficiali (Organizzazione mondiale della sanità e Istituto Superiore di Sanità), le coperture vaccinali critiche per l’immunità di gregge sono altamente variabili: il fatidico 95% viene indicato solo per il morbillo. È bene sapere che per la poliomielite, le istituzioni citate  danno come copertura necessaria 80-86%; per la parotite 75-86%; per la rosolia 83-85%; per l’ Hemophilus infl. B il 70%». Senza considerare il tetano, che non è trasmissibile e per cui non ha senso parlare di “effetto gregge”.
Nelle recenti discussioni sul tema di solito si è sorvolato su aspetti importanti come i diversi effetti prodotti dall’immunizzazione naturale rispetto a quella ottenuta con la vaccinazione. È noto e dimostrato scientificamente che l’immunizzazione naturale, a differenza di quella indotta dal vaccino, causa una stimolazione immunitaria più prolungata ed efficace nel tempo. Questo fatto, per esempio se posto in relazione alla diffusione del morbillo, ha una forte rilevanza per la quota di bambini infettati con meno di un anno di vita, un’età a rischio, in cui ancora non è raccomandata e praticata la vaccinazione antimorbillo. «Le donne immunizzate naturalmente trasmettono una quantità di anticorpi nettamente superiore a quella delle donne vaccinate. La differenza della presenza di anticorpi anti morbillo, in bambini nati da madri che hanno subito il contagio rispetto ai nati dalle vaccinate, è netta e rintracciabile per lo meno fino all’età di 5 mesi. Quindi, donne che, nella loro infanzia, si sono vaccinate contro il morbillo potrebbero non trasmettere un’adeguata protezione anticorpale ai propri figli nel primo anno di vita, a differenza delle donne che hanno contratto un’immunizzazione naturale».
Occorre tenere sempre presente che nessun vaccino è mai completamente sicuro. Gli effetti avversi delle vaccinazioni sono un dato di fatto, riconosciuto anche da sentenze della Corte Costituzionale. «In Italia, pur scontando un sistema di sorveglianza che è un eufemismo definire scarsamente efficiente, le segnalazioni all’AIFA di effetti avversi, successivi alle vaccinazioni, nel 2014 sono state 8.873, di cui una quota (con diverse centinaia di casi) classificata grave (con alcuni decessi). Secondo il Rapporto dell’AIFA, il vaccino Morbillo-Parotite-Rosolia (MPR) ha un tasso di segnalazioni di effetti avversi gravi tra i più alti: 201 su 100.000 dosi per un totale di 479 casi nello scorso anno, la cui quota maggioritaria spetta all’abbinamento del trivalente con il vaccino contro la varicella (MPR+V oppure MPRV). Tuttavia, anche l’esavalente ha un tasso elevato di segnalazioni gravi: 166 ogni 100.000».
Che effetti possono generare 6 vaccini somministrati contemporaneamente, seguiti a breve da altri 4 vaccini iniettati insieme? «Sotto questo profilo, la “tesi” che non c’è alcun problema a somministrare diversi antigeni insieme, poiché il bambino ogni giorno incontra centinaia di antigeni senza danno, ci sembra non regga ad un esame anche non troppo approfondito, poiché il solo buon senso ci consente di comprendere che gli antigeni multipli, che immettiamo con i vaccini, non sono banali, ma componenti di aggressivi agenti infettivi, che è alquanto irreale incontrare tutti insieme in natura». La SIPNEI sottolinea il fatto che nessuno finora ha prodotto dati certi sugli effetti delle formulazioni multiple sul sistema immunitario del neonato. Del resto anche il Parlamento – emendando il testo governativo – ha previsto l’uso dei vaccini monodose, mentre la campagna ufficiale del Ministero della salute continua a proporre soltanto due somministrazioni (esavalente + quadrivalente).
In sintesi, la scelta dell’obbligo per 10 vaccini «si mostra non solo inopportuna, ma anche infondata sul piano scientifico, poiché lo Stato può chiedere alla persona (o al suo tutore) la violazione della libertà individuale, riguardo alla propria salute, se dimostra che le misure obbligatorie servono a scongiurare un rischio collettivo riferito ai singoli vaccini proposti. Da quanto abbiamo scritto, è errato mettere tutti vaccini sullo stesso piano: alcuni di loro non producono alcun “effetto gregge”, altri conferiscono un’immunità che deperisce nel tempo».
Infine, si pone anche una questione di correttezza e di trasparenza:  «Pensiamo che servirebbe molto alla scienza e alla ricostruzione di un rapporto di fiducia con ampie fasce della popolazione, l’istituzione di una Commissione di valutazione e controllo sui vaccini indipendente e cioè composta da ricercatori, scienziati ed esperti di politica sanitaria che non abbiano legami con l’industria e con le associazioni professionali, spesso molto adese all’industria. Una Commissione sul modello della Task Force statunitense che si occupa di valutazione delle politiche preventive (USTFP), senza legami con l’industria e con le corporazioni professionali. Occorre cioè proteggere la società dalle infezioni, ma anche dagli interessi di parte». E soprattutto dall’epidemia della disinformazione a cui abbiamo assistito in questi ultimi mesi.
In questo scenario, qual è la posizione e la proposta alternativa del SIPNEI? «Siamo contrari alle vaccinazioni obbligatorie (in linea con tutti i paesi europei più avanzati e da alcuni anni in Veneto, con ottimi risultati), bensì proponiamo una riorganizzazione delle politiche vaccinali, che a livello statale dovrebbe selezionare le priorità epidemiologiche e, a livello territoriale, dovrebbero avere come perno il pediatra, che ha in cura fin dalla nascita il bambino, che verrebbe inserito in finestre di opportunità vaccinale, anche utilizzando i vaccini monodose, in base alle caratteristiche del bambino. Siamo convinti che una politica di promozione attiva, centrata sulla flessibilità dei programmi vaccinali, nel quadro di politiche di protezione della gravidanza e di promozione della salute dell’infanzia, permetterebbe un salto in avanti nella prevenzione primaria, da sempre trascurata nel nostro Paese, e porrebbe su basi nuove le relazioni tra cittadini e scienza e tra curati e curanti». Appare evidente che questa prospettiva sia ragionevolmente fondata e nell’interesse della tutela del benessere dei cittadini e della collettività.
A questo punto si pone una domanda di fondo: c’è qualcuno in Parlamento e al Ministero della salute che abbia letto senza pregiudizi questo documento, redatto da persone professionalmente e scientificamente competenti, e che sappia spiegare perché oggi ci ritroviamo con una legge che va esattamente in direzione opposta?

mercoledì 6 settembre 2017

MILIARDI ALLE BANCHE. MANCE AI POVERI

Venti miliardi alle banche in dissesto. Cinque miliardi per combattere vecchie e nuove indigenze create alla crisi economica. Questi sono i numeri per le priorità del governo e quali invece situazioni di rincalzo. Con un elemento aggiuntivo: più della metà dei soldi stanziati per le banche (13 miliardi) sono già stati spesi. Per i poveri si vedrà, forse, l’anno prossimo visto che tutta la manovra sembra avere un evidente sapore elettorale. Il solito bidone all’italiana. Alle banche gestite da manigoldi con criteri delinquenziali, o quasi, il governo e il parlamento hanno regalato fior di miliardi, evitando con cura di denunciare pubblicamente i responsabili dei fallimenti, mentre ai miserabili riservano qualche spicciolo, la cui distribuzione sarà soggetta alle consuete regole burocratiche, e avverrà all’insegna del pressappochismo. Con i criteri di selezione di cui si parla i veri bisognosi corrono il rischio di essere penalizzati a favore dei finti indigenti, quelli che ufficialmente sono in bolletta ma in realtà evadono il fisco. Pertanto si parte col piede sbagliato e si sommeranno ingiustizie a ingiustizie. Seconda ragione. Da anni ogni partito predica la necessità di ridurre le tasse. Ottima idea, però mai realizzata per mancanza di fondi. Infatti le imposte crescono e il debito pure, cosicché si crea l’esigenza di inasprire i tributi. Altro che abbassarli. Dove si andranno a prendere i denari per i diseredati? Non si capisce. È vero che si possono fare le nozze coi fichi secchi, ma stavolta non si vedono nemmeno i fichi. La sensazione è che il governo approvi certi provvedimenti non perché finalizzati alla giustizia sociale, bensì a fini elettorali. Un po’ di quattrini seminati in giro sperando di raccogliere i frutti nelle urne. La lotta alla povertà non si vince con i regali. Occorre dare impulso all’economia consentendo agli imprenditori di creare lavoro. Hanno bisogno di aiuti, non di essere continuamente scoraggiati e avviliti. La lezione a Palazzo Chigi dovrebbero averla capita. Renzi ha regalato bonus a destra e a manca (dagli 80 euro al bonus per i neo-maggiorenni). Pensava di essersi comprato il consenso degli elettori. Invece ha finito per diventare l’uomo politico più odiato dagli italiani.

martedì 5 settembre 2017

I 10 (DEI TANTI) MESTIERI CHE L’ITALIA NON OFFRE AI SUOI GIOVANI

Nel quadro di una retorica ideologica che da anni ormai è volta ad accusare i giovani italiani di non essere più disposti a fare “certi” lavori, i giornali continuano a battere su questo punto.
Tale punto sottintende l’attribuzione di una sorta di peccato originale dovuto al fatto che purtroppo non siamo analfabeti e quindi osiamo aspirare a posizioni professionali coerenti con i nostri profili. Perché devo sentirmi in colpa se non voglio andare a raccogliere pomodori se sono un ingegnere aerospaziale? Piuttosto tu, Stato, fatti due conti e modifica la tua ossatura economica in modo da mettere le tue risorse (che dovremmo essere noi italiani, CONTRIBUENTI) nelle condizioni di lavorare.
Ovviamente ormai il re è nudo, sappiamo che questo moralismo calvinista serve a supportare il piano di importazione di manodopera a basso costo in corso con l’argomentazione che è colpa nostra. Abbiamo quasi tutti ricevuto un’educazione cattolica, quindi il senso di colpa ce lo abbiamo piantato nell’inconscio, perciò è un argomento che alla fine funziona.
Siccome mi sono imbattuta nell’ennesimo articolo sui 10 mestieri che non si trovano più fra i giovani, ho pensato di stilare una controlista recante 10 esempi dei tanti lavori che l’Italia non ti offrirà mai e per i quali sarai obbligato ad emigrare, volente o nolente. 10 mestieri per i quali i nostri giovani (come me) hanno competenze, qualità, e conoscenze, per le quali all’estero vanno a ruba (si – a ruba. A parità di cv fui assunta al posto di un autoctono, in un paese Ue tra quelli “fighi” con la seguente motivazione:”gli italiani sanno vedere le cose da più punti di vista, sono rigorosi ma anche creativi e le università italiane danno una preparazione teorica migliore”. La mia faccia era basita. Ma non eravamo pelandroni sfigati e ignoranti?)<- avere="" che="" di="" digressione="" importante="" la="" ma="" mi="" nella="" p="" per="" quello="" realt="" riscontri="" scuso="" succede=""> Ciò detto, visto che i media pongono la questione solo sul piano della scarsità di domanda, vale la pena sottolineare che sul lato dell’offerta stiamo messi pure peggio:
1. Quantitative analist, data scientist, statistico.
2. Advisor in Servizi Finanziari.
3. Tirocinio retribuito a scopo formativo e/o di inserimento nel mercato del lavoro.
4. Operaio edile.
5. Ricercatore – in tutti i settori specialmente scienze “dure” e discipline umanistico-sociali.
6. Ingegnere edile.
7. Insegnante a tutti i livelli.
8. Tecnologie e Robotica.
9. Agronomo ed Enologo.
10. Musicista.
La lista sarebbe molto più lunga. Sentitevi pure liberi di completarla da voi.

lunedì 4 settembre 2017

Sono quasi 5mila le aziende appartenenti ai diversi settori merceologici delle province di Bari e di Barletta – Andria – Trani “visitate” dagli ispettori del Ministro del Lavoro nell’anno 2016. In una ispezione su due sono state riscontrate irregolarità, 2348 sono state le infrazioni per numero di lavoratori accertati di cui in nero 1618. L’agricoltura è il settore maggiormente colpito dove la percentuale di sommerso si attesta intorno all’86%, seguono i servizi e la ristorazione all’83%, il manifatturiero al 77%, al 70% il commercio. I numeri li diffonde direttamente il Ministero in un report nazionale che non fa altro che fotografare una situazione più volte sottolineata e denunciata dalla Cgil. “Il lavoro nero continua a rappresentare la piaga maggiore per il territorio – spiega Giuseppe Deleonardis, segretario generale Cgil Bat –, a cui si aggiunge un altro fenomeno altrettanto grave che è quello delle varie infrazioni ed evasioni contrattuali e in materia di sicurezza sul lavoro che si attestano al 60% con picchi del 68%. Serve maggiore qualità del lavoro ma soprattutto serve che i sindaci e le istituzioni smettano di stare a guardare in silenzio". Deleonardis ricorda che insieme a Cisl e Uil la Cgil ha chiesto ai sindaci della provincia Bat di attivare tutte le iniziative in grado di intercettare le risorse comunitarie e avviare percorsi virtuosi per lo sviluppo, costruendo occasioni di confronto tra le parti sociali ed il partenariato economico e sociale: "Abbiamo proposto la sottoscrizioni di due protocolli - spiega - uno sulle relazioni sindacali con le amministrazioni comunali e sui bilanci e politiche di welfare comunale e l'altro sulla costruzione di percorsi di governance in grado di rilanciare le politiche di sviluppo per cogliere le opportunità messe un campo dall’Europa ed un altro sugli appalti pubblici. Ma dopo mesi dall’inizio delle trattative - spiega il segretario Cgil - il bilancio è sconfortante: solo con quatto comuni abbiamo firmato il primo accordo (quello sulle relazioni sindacali) mentre nessuno dei sindaci interpellati fino ad ora ha dimostrato interesse a stabilire criteri in materia di concessioni e appalti pubblici di lavori, forniture, servizi, responsabilità solidale e clausola sociale". “Riteniamo che proprio alla luce dei dati sul nero emersi dalle ispezioni - continua Deleonardis - sia più che mai urgente che almeno le pubbliche amministrazioni si facciano promotrici della cultura del lavoro di qualità e che prestino una particolare attenzione nel momento in cui fanno un affidamento diretto o procedano con l’aggiudicazione di un appalto se è vero come è vero che i settori in cui si annidano le maggiori irregolarità, oltre all’agricoltura, sono quelli della ristorazione e dei servizi ma anche sociale, sanità ed istruzione non se la passano meglio, infatti in questi settori, sempre secondo il Ministero un lavoratore su due è a nero”. Cgil, Cisl e Uil il ancora a giugno scorso sono tornate a scrivere ai dieci sindaci del territorio per sollecitare la costruzione di un percorso che, unitamente alle politiche di sviluppo e all’incremento dell’occupazione, punti alla qualità del lavoro e dei diritti. Obiettivo questo rientrante in una battaglia più generale sulla legalità prevista anche dalle norme legislative in materia di lotte e contrasto al lavoro nero e a tutte le forme di irregolarità, quali la legge 199/2016 e la legge regionale n. 28/2006 che espressamente prevedono l’obbligo in capo alle committenze pubbliche di prevedere sia negli appalti e sia nel beneficio delle risorse pubbliche, la regolarità contributiva, il rispetto della contrattazione collettiva nazionale e integrativa con revoche e sanzioni per la mancata applicazione delle stesse. “Ad oggi – conclude Deleonardis – nessuno dei destinatari della mail ha ancora risposto. Un silenzio inaccettabile. La nostra proposta è una lotta di civiltà giuridica che mira ad attualizzare e dare applicazione alla legislazione vigente ma evidentemente, visto il silenzio di tutti, deduciamo che le istituzioni non sono intenzionate ed interessate a combattere al nostro fianco questa battaglia: il tema della legalità non interessa proprio nessuno, succubi del mercato e di un’idea di scambio tra lavoro e diritti”.

Sono quasi 5mila le aziende appartenenti ai diversi settori merceologici delle province di Bari e di Barletta – Andria – Trani “visitate” dagli ispettori del Ministro del Lavoro nell’anno 2016. In una ispezione su due sono state riscontrate irregolarità, 2348 sono state le infrazioni per numero di lavoratori accertati di cui in nero 1618. L’agricoltura è il settore maggiormente colpito dove la percentuale di sommerso si attesta intorno all’86%, seguono i servizi e la ristorazione all’83%, il manifatturiero al 77%, al 70% il commercio. I numeri li diffonde direttamente il Ministero in un report nazionale che non fa altro che fotografare una situazione più volte sottolineata e denunciata dalla Cgil.
“Il lavoro nero continua a rappresentare la piaga maggiore per il territorio – spiega Giuseppe Deleonardis, segretario generale Cgil Bat –, a cui si aggiunge un altro fenomeno altrettanto grave che è quello delle varie infrazioni ed evasioni contrattuali e in materia di sicurezza sul lavoro che si attestano al 60% con picchi del 68%. Serve maggiore qualità del lavoro ma soprattutto serve che i sindaci e le istituzioni smettano di stare a guardare in silenzio".
Deleonardis ricorda che insieme a Cisl e Uil la Cgil ha chiesto ai sindaci della provincia Bat di attivare tutte le iniziative in grado di intercettare le risorse comunitarie e avviare percorsi virtuosi per lo sviluppo, costruendo occasioni di confronto tra le parti sociali ed il partenariato economico e sociale: "Abbiamo proposto la sottoscrizioni di due protocolli - spiega - uno sulle relazioni sindacali con le amministrazioni comunali e sui bilanci e politiche di welfare comunale e l'altro sulla costruzione di percorsi di governance in grado di rilanciare le politiche di sviluppo per cogliere le opportunità messe un campo dall’Europa ed un altro sugli appalti pubblici. Ma dopo mesi dall’inizio delle trattative - spiega il segretario Cgil - il bilancio è sconfortante: solo con quatto comuni abbiamo firmato il primo accordo (quello sulle relazioni sindacali) mentre nessuno dei sindaci interpellati fino ad ora ha dimostrato interesse a stabilire criteri in materia di concessioni e appalti pubblici di lavori, forniture, servizi, responsabilità solidale e clausola sociale".
“Riteniamo che proprio alla luce dei dati sul nero emersi dalle ispezioni - continua Deleonardis - sia più che mai urgente che almeno le pubbliche amministrazioni si facciano promotrici della cultura del lavoro di qualità e che prestino una particolare attenzione nel momento in cui fanno un affidamento diretto o procedano con l’aggiudicazione di un appalto se è vero come è vero che i settori in cui si annidano le maggiori irregolarità, oltre all’agricoltura, sono quelli della ristorazione e dei servizi ma anche sociale, sanità ed istruzione non se la passano meglio, infatti in questi settori, sempre secondo il Ministero un lavoratore su due è a nero”.
Cgil, Cisl e Uil il ancora a giugno scorso sono tornate a scrivere ai dieci sindaci del territorio per sollecitare la costruzione di un percorso che, unitamente alle politiche di sviluppo e all’incremento dell’occupazione, punti alla qualità del lavoro e dei diritti. Obiettivo questo rientrante in una battaglia più generale sulla legalità prevista anche dalle norme legislative in materia di lotte e contrasto al lavoro nero e a tutte le forme di irregolarità, quali la legge 199/2016 e la legge regionale n. 28/2006 che espressamente prevedono l’obbligo in capo alle committenze pubbliche di prevedere sia negli appalti e sia nel beneficio delle risorse pubbliche, la regolarità contributiva, il rispetto della contrattazione collettiva nazionale e integrativa con revoche e sanzioni per la mancata applicazione delle stesse. “Ad oggi – conclude Deleonardis – nessuno dei destinatari della mail ha ancora risposto. Un silenzio inaccettabile. La nostra proposta è una lotta di civiltà giuridica che mira ad attualizzare e dare applicazione alla legislazione vigente ma evidentemente, visto il silenzio di tutti, deduciamo che le istituzioni non sono intenzionate ed interessate a combattere al nostro fianco questa battaglia: il tema della legalità non interessa proprio nessuno, succubi del mercato e di un’idea di scambio tra lavoro e diritti”.

venerdì 1 settembre 2017

Economisti e istituzioni di primo piano ora ammettono che la globalizzazione aumenta la disuguaglianza

Tutti abbiamo sentito dire che la globalizzazione fa crescere l’economia per tutti e aumenta la nostra ricchezza… Ma ora gli economisti e le organizzazioni più importanti iniziano a dire che la globalizzazione aumenta la disuguaglianza.

L’Ufficio Nazionale di Ricerca Economica (NBER) – la più grande organizzazione di ricerca economica degli Stati Uniti, che vanta come membri numerosi premi Nobel e dirigenti del Consiglio dei Consulenti Economici – a maggio ha pubblicato un rapporto secondo il quale:

“Le recenti tendenze verso la globalizzazione hanno aumentato la disuguaglianza negli Stati Uniti, aumentando in maniera sproporzionata il reddito dei più ricchi.

L’aumento della competizione delle importazioni ha avuto un effetto deleterio sui lavori manifatturieri, ha portato le aziende a migliorare la loro produzione e causato una diminuzione dei redditi dei lavoratori.”

Il NBER  spiega che la globalizzazione permette ai dirigenti di utilizzare il sistema a proprio vantaggio:

Questo articolo esamina il ruolo della globalizzazione nel rapido aumento dei redditi più alti. Grazie all’utilizzo di un’ampia fonte di dati riguardanti migliaia di dirigenti presso aziende degli Stati Uniti tra il 1993 e il 2013, scopriamo che le esportazioni, così come la tecnologia e la dimensione dell’azienda, hanno contribuito all’aumento dei compensi dei dirigenti. Isolando le variazioni nell’export non legate alle azioni e alle qualità dei dirigenti, mostriamo che la globalizzazione ha influenzato il salario dei dirigenti non solo attraverso il mercato, ma anche in altri modi. Inoltre, shock esogeni alle esportazioni hanno aumentato i compensi dei dirigenti per lo più attraverso i bonus anche in casi di cattiva gestione, elemento che conferma l’ipotesi che la globalizzazione ha aumentato le opportunità per i dirigenti di acquisire rendite di posizione. Nel loro insieme, questi risultati indicano che la globalizzazione ha giocato un ruolo più centrale nella rapida crescita dei compensi ai dirigenti e della disuguaglianza americana di quanto si pensasse, e che l’acquisizione di rendite di posizione è una tassello importante del quadro complessivo.”

Un documento della Banca Mondiale sostiene che la globalizzazione “potrebbe aver portato a un aumento della disuguaglianza dei salari”. Fa notare che:

“Dati USA recenti suggeriscono che i costi dell’aggiustamento per chi lavora in settori esposti alla competizione delle importazioni cinesi sono molto più alti di quanto precedentemente ipotizzato. Il commercio potrebbe aver contribuito ad aumentare la disuguaglianza nelle economie ad alto reddito…”

La Banca Mondiale cita inoltre l’economista premio Nobel Eric Maskin, secondo cui la globalizzazione aumenta la disuguaglianza in quanto aumenta la disparità di competenze dei diversi lavoratori.

Un rapporto del Fondo Monetario Internazionale nota che:

“Un alto livello di commercio e flussi finanziari tra i paesi, in parte reso possibile dalle scoperte tecnologiche, è comunemente ritenuto causa di un aumento della disuguaglianza di reddito… Nelle economie avanzate, la capacità delle aziende di adottare tecnologie per ridurre l’impiego di manodopera e la tendenza a spostare le produzioni all’estero sono state citate come fattori importanti nel declino del settore manifatturiero e nell’aumento del divario di compenso tra le diverse competenze (Feenstra and Hanson 1996, 1999, 2003) …

È stato mostrato che i flussi finanziari in aumento, in particolare gli Investimenti Esteri Diretti (IDE), e i flussi di portafoglio, aumentano la disuguaglianza sia nelle economie avanzate, sia nei mercati emergenti (Freeman 2010). Una possibile spiegazione è la concentrazione di attività e passività straniere in settori relativamente caratterizzati da maggiori competenze ed elevato livello di tecnologia, che spinge verso l’alto la richiesta e i salari dei lavoratori più qualificati. Inoltre, gli IDE potrebbero indurre cambiamenti tecnologici specifici per competenze, essere associati a contrattazioni salariali divise per competenze, e risultare in un aumento della formazione dei lavoratori già formati anziché di quelli meno formati (Willem te Velde 2003). Inoltre, Investimenti Diretti in uscita dalle economie avanzate in settori a bassa competenza, potrebbero di fatto risultare relativamente ad alta competenza nei paesi a cui si rivolgono nelle economie emergenti (Figini and Görg 2011), accentuando così la richiesta di lavoratori ad alta formazione in questi ultimi paesi. La deregolamentazione finanziaria e la globalizzazione sono stati inoltre citati come fattori determinanti per l’aumento della ricchezza finanziaria, della relativa intensità di competenze, e dei salari all’interno dell’industria finanziaria, uno dei settori a crescita più rapida delle economie avanzate (Phillipon and Reshef 2012; Furceri and Loungani 2013).”

La Banca dei Pagamenti Internazionali – La “Banca Centrale delle Banche Centrali”  – nota inoltre che la globalizzazione non è tutta rose e fiori. Il Financial Times spiega:

“Tuttavia tre recenti articoli di esponenti di spicco della Banca dei Pagamenti Internazionali si spingono oltre, sostenendo che la globalizzazione finanziaria stessa rende i cicli di boom e crash molto più frequenti e destabilizzanti di quanto sarebbero altrimenti.”