mercoledì 30 novembre 2016

Il referendum nell’Italia dei guelfi e ghibellini

L’argomento più forte del bravo D’Alimonte è che “l’Italia è l’unico Paese dell’unione europea con due Camere che hanno gli stessi poteri”. Sarà vero, forse. Che argomento è, però? Anche del voto alle donne si sarà certo pensato, a un certo punto, da qualche parte: siete pazzi; voto alle donne!… Non c’è alcun altro paese con un’anomalia analoga…
Anche noi dell’ accozzaglia , come ha ripetuto per ultimo Landini, avremmo voluto cambiare l’anomalia del bicameralismo perfetto, forse non tutti. Non per esempio io militante a titolo personale nell’accozzaglia, che da vecchio perdigiorno non butterei niente prima di averci guardato dentro e fatta la raccolta differenziata.
L’articolo 70 della Costituzione vigente che prevede due Camere con pari poteri è lungo tre quarti di riga: La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere ; l’indice dei cambiamenti suggeriti da D’Alimonte per l’articolo 70, utilizza 35 righe su due colonne a stampa del Sole , senza contare i titoli in grassetto.
Osservando con attenzione il modello delle due Camere, anzi della Camera dei Deputati e del Senato si può ricordare che qualcuno chiedeva “una Camera sola” e altri si opponeva temendo i pericoli di un giudizio unificato (Togliatti, tanto per fare un nome, voleva togliere di mezzo, con il Senato, ogni retaggio monarchico). Una discussione accesa riguardò anche il vincolo di mandato escluso nella nostra Costituzione all’articolo 67 e che certuni vorrebbero oggi inserire finalmente, lamentando i famosi “cambi di casacca”. Torniamo alla previsione di due letture parlamentari per approvare il governo e i suoi bilanci e quindi di due Camere. Esse avevano la stessa funzione di approvare il governo o negargli la fiducia, erano però volutamente molto diverse tra loro come forma, contenuti, significato. Un incompetente come me avrebbe potuto notare che all’inizio della repubblica e della sua Costituzione erano previste almeno sei differenze di qualità presenti al tempo della prima votazione politica, il 18 aprile 1948. Non tutte hanno resistito ai tempi, già molto prima del referendum del 4 dicembre 2016, ma alcune sono ancora in campo. In ogni caso queste erano le diversità mostravano queste caratteristiche:
la prima era relativa alla durata e alle scadenze. I deputati restavano in carica cinque anni e i senatori sei. A sistema avviato, l’anno del voto per la Camera sarebbe coinciso con quello del Senato solo ogni trenta anni;
la seconda, che vige ancora, è la differenza di età per il voto attivo. 21 (la maggiore età, ora a 18 anni) e 25 anni;
la terza riguarda il voto maggioritario a elezione diretta (65% dei votanti) per il Senato a fronte di quello proporzionale per la Camera;
la quarta era la differenza dei collegi: più piccoli quelli del senato: si prevedeva di eleggere 237 senatori ai quali aggiungere i senatori a vita e gli ex presidenti della repubblica;
la quinta riguardava l’età dei candidati senatori: 40 anni contro i 25 dei deputati;
la sesta consisteva nel diverso numero dei membri delle due assemblee: 574 contro appunto 237+ 5+X, dove X indica la possibile presenza di presidenti della repubblica al termine dell’incarico. Oggi, come è noto, si tratta di 630 deputati e 315 senatori+ 5 senatori a vita + i presidenti emeriti della repubblica.
La Costituzione riuniva nella Nazione un popolo di ricchi e poveri, come dicevano i cattolici, (padroni e proletari dicevamo noi), di operai e contadini, terroni e polentoni, uomini e donne, giovani staffette partigiane e vecchi filosofi del prefascismo. Teneva infatti conto che vi erano i giovani aperti al futuro, ma ignari di tutto e i fratelli maggiori che avevano fatto e subìto la guerra, lottato nella resistenza, che erano scampati alle persecuzioni, sopravissuti al fascismo, aperti alla democrazia; la Costituzione rispecchiava i problemi del tempo, le diverse esperienze, la volontà di cambiare il mondo; anche però la coscienza di essere in molti e dover convivere con gli altri, insegnare loro con saggezza e amicizia e imparare da essi, quel tanto o poco che sapevano più di noi.
In complesso l’idea di avere due letture per lo stesso governo era una garanzia: la democrazia, la pace sociale, l’accettazione dell’altro partito e di noi stessi non erano a rischio; anzi sarebbero continuate e continuate nei decenni avvenire. Era la sicurezza che si sarebbe discusso e discusso prima di scegliere il modo finale.
Per errore o disattenzione, o forse per le conseguenze della Guerra fredda allora in voga, si cominciò subito a smantellare la combinazione originale di Costituzione – il doppio strato di protezione – e legge elettorale. Alla questione eminente, politica, della sopravvivenza del proprio campo, si aggiunse la ricerca di vantaggi materiali per la propria parte o di scudi per ovviare all’eccesso di forza economica e sociale dell’avversario e a questo fine si saccheggiò la Costituzione, costruendovi, sopra e sotto, (alla luce del sole e di nascosto) vantaggi e privilegi, prebende e pensioni.
Ora si vuole cambiare e cambiare di nuovo. Anche quelli del no dicono di volerlo fare, di averlo anzi fatto senza successo. Per il futuro alcuni di loro affermano di voler scegliere i tempi per eliminare la doppia lettura secondo la propria ispirazione. Ma è proprio la doppia lettura che sarebbe opportuno conservare, in Italia, tra guelfi e ghibellini quali siamo, da circa un millennio. Si tratta dell’unico modo realistico per conservare l’alternanza (delle alternative) e la nostra storia comune, quella del passato e quella del futuro.

martedì 29 novembre 2016

L’economia del referendum

Mancano meno di due settimane al fatidico voto e il terreno politico è arroventato già da mesi da parecchie dichiarazioni e falsità riguardo lo scenario post referendum. Si susseguono scenari apocalittici da entrambi gli schieramenti, e ormai si è davvero passato il limite delle bestialità, in una campagna refendaria davvero di cattivissimo gusto. Tralasciando quelli che sono gli aspetti politici, tecnici e istituzionali della riforma, noi analizzeremo qui il lato prettamente economico. Per cominciare partiamo dallo scenario più esilarante, quello che è stato fatto quest’estate dal centro studi della Confindustria, che senza spiegare minimamente quali dati abbia usato, e benché meno quali modelli matematici, prevede in caso di vittoria del Sì un aumento di PIL del 4%, un aumento degli investimenti del 17% e 600 mila occupati in più. Insomma ricomincia il miracolo italiano. A parte questi scenari inverosimili, si possono delineare due ipotesi razionali in merito a quello che succederà. In caso di vittoria del NO, possiamo attenderci qualche giorno di turbolenza sulle borse a causa dell’instabilità che piomberà sul governo Renzi, ma occorre tenere a mente che già due giorni dopo la Brexit la Borsa di Londra era in netta ripresa. D’altronde, anche la borsa americana non ha subito il tracollo che ci si aspettava dopo l’elezione di Trump (in parte perché i mercati si sono tardivamente resi conto che il programma del presidente-eletto è alquanto pro-business). Se le borse non hanno reagito secondo le attese è anche perché la situazione bancaria europea rimane molto precaria, a causa dei risicatissimi margini dovuti ai tassi di interesse ai minimi storici e della enorme quantità di titoli tossici e di crediti deteriorati che appesantiscono i bilanci. Un attacco speculativo, per esempio sulla Borsa di Milano, potrebbe far crollare una qualsiasi delle nostre banche che si porterebbe dietro a catena tutte le altre, dando inizio al tracollo dell’intero settore bancario europeo. Ecco perché i grandi investitori non hanno mantenuto la parola con attacchi speculativi dopo la Brexit e l’elezione di Trump, perché ne andava anche del loro interesse, con buona pace della loro credibilità.
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Andamento dell’indice S&P 100 sull’ultimo anno. Dopo le turbolenze nei giorni precedenti alle elezioni di Trump, l’indice è tornato a crescere a velocità di crociera (Fonte: Il Sole 24 Ore).
In caso di vittoria del SI, possiamo attenderci una bella impennata in Borsa, giacché i grandi investitori e le grandi banche d’affari si sono già espressi in favore di questa riforma, I sostenitori del Sì promettono grandi investimenti interni, che tuttavia si possono fare anche senza riforma (ma che andrebbero comunque fatti in deficit e l’Europa non li approverebbe, come già fatica ad approvare la spesa fuori dal patto di stabilità per i terremoti) e grandi investimenti provenienti dall’estero. Eppure, non si trova il motivo per cui per attirare investimenti si debba modificare la nostra Costituzione. Gli Stati Uniti hanno la stessa Costituzione da più di 200 anni, ma a nessuno è venuto in mente di modificarla per avere più investimenti. La Costituzione rappresenta la legge fondamentale dello Stato, riguardante i suoi principi democratici, perché dovremmo aderire a questo ricatto?
Si può entrare poi più nel merito della riforma, e visto che nel quesito referendario viene citato il “contenimento dei costi delle istituzioni” vediamo se è veramente così. Il governo sostenitore della riforma parla di un grande risparmio di 500 milioni; anche qui non si capisce perché ridurre il discorso sulla legge fondamentale dello Stato ad una mera questione di costi. In questo senso, allora, la forma di stato più economica è la dittatura, ma non forse la più auspicabile. La stima più affidabile su cui possiamo fare riferimento è quella della Ragioneria Generale dello Stato, che stima un risparmio di 48 milioni di euro, attraverso tagli alle Indennità, tagli alle spese di svolgimento del mandato, spese alla diaria, ecc. Dato che il costo del Senato quest’anno si attesterà sui 540 milioni, l’8.8% sul totale dei costi della Camera Alta, si tratterebbe di un risparmio piuttosto risicato. E ciò perché si manterrebbe intatto tutto l’impianto del Senato, con tutti i suoi funzionari e i suoi dipendenti. Ancora più risicato se lo confrontiamo con la spesa di tutta la pubblica amministrazione che si attesta su 830 miliardi circa. Si tratterebbe di un risparmio dello 0.006%, circa un caffè all’anno per ogni italiano. Sarebbe più proficua in termini di risparmio una seria legge sugli appalti piuttosto che lo stravolgimento della carta costituzionale. Ecco dunque profilarsi la dimensione della pagliuzza negli occhi del nostro fratello. Dalla nostra analisi si evince che il lato economico è totalmente ad uso e consumo della propaganda populista del Sì per accaparrarsi il voto degli indecisi. In luce di ciò, possiamo sbilanciarci concludendo che il lato economico della riforma sia pressoché irrilevante, e che occorre pertanto soffermarsi su quelle che sono le implicazioni tecniche e politiche della riforma oggetto di voto referendario.

lunedì 28 novembre 2016

I valori supremi della Costituzione traditi dalla riforma

La Corte Costituzionale ha affermato che ci sono dei valori supremi sui quali si fonda la Costituzione, che non possono essere sovvertiti o modificati nemmeno da leggi di revisione costituzionale. Questi principi supremi affermati soprattutto nella prima parte della Costituzione sono in gioco nella seconda, che ne dovrebbe garantire l’attuazione; ma proprio questi sono ora disattesi o traditi nella riforma sottoposta al voto popolare del 4 dicembre.
La sovranità popolare
I - Il primo principio, che sta scritto all’inizio della stessa Costituzione, è quello della sovranità popolare. Dice l’art. 1: “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Questo principio è il fondamento di tutta la Costituzione. In rapporto ad esso la Costituzione sta o cade.
La statuizione di questo principio è frutto di secoli di lotte, è costata lacrime e sangue, ed è il punto di svolta della storia dai regimi assoluti a ordinamenti di libertà. Passare dalla condizione di sudditi a quella di sovrani, cambia infatti la vita, cambia il destino delle persone e dei popoli.
Che la sovranità sia di uno solo, di un monarca o di tutti, è decisivo anche per l’alternativa suprema, che è quella tra la guerra e la pace. Quando, più di un secolo fa, nel settembre 1911 l’Italia dichiarò guerra alla Turchia per prendersi la Libia, dando inizio a quel conflitto con l’Oriente e con l’Islam che dura ancor oggi, tutto avvenne in segreto e come se niente fosse, col Re che era in vacanza a San Rossore, Giolitti che se ne stava a Dronero e il Parlamento che era chiuso per ferie. Nel 1944 quando nel radiomessaggio del sesto Natale di guerra Pio XII fece la storica scelta a favore della democrazia disse che forse, se avessero avuto la democrazia, i popoli avrebbero potuto impedire la guerra. Nel 1969 un popolo di sovrani in America e nel mondo diede vita a un grandioso movimento pacifista che poi costrinse gli Stati Uniti a ritirarsi dal Vietnam e a porre fine a quella guerra. Ciò mostra l’importanza del principio della sovranità popolare.
Ora questo principio supremo è violato nella proposta di Costituzione sottoposta a referendum in molteplici modi.
Prima di tutto il Senato, che continuerà ad avere vastissime competenze legislative e politiche, non sarà più eletto dal popolo; esso sarà designato, checché dica il documento firmato da Cuperlo, da 904 consiglieri regionali, cioè da politici appartenenti alla nomenclatura e ai partiti che comandano nelle Regioni.
In secondo luogo la sovranità popolare è violata dalla elevatissima distorsione del rapporto di proporzionalità tra i voti espressi dal popolo e i seggi attribuiti, a causa della legge elettorale maggioritaria oggi vigente che trasforma in modo ineguale i voti in seggi; si dice che sarà cambiata ma intanto la riforma si vota con quella.
Il principio della sovranità popolare è violato inoltre dalla dissuasione dalla partecipazione politica (un manifesto del PD prometteva, in cambio del Sì al referendum, la diminuzione dei “politici”).
E poi c’è il fatto che una volta eletto il primo ministro con tutti i suoi deputati, per il popolo sovrano non ci sarà più niente da fare per cinque anni, essendo artificialmente assicurato un governo di legislatura, e dunque i cittadini perdono di cinque anni in cinque anni il diritto sancito dall’art. 49 della Costituzione di concorrere a determinare la politica nazionale.
Inoltre è violato il principio che la sovranità popolare si esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione, perché tra queste forme e questi limiti la Costituzione prevede che il popolo non elegga direttamente il presidente del Consiglio, ma che questo sia nominato dal presidente della Repubblica; invece secondo la legge elettorale connessa alla riforma costituzionale “il capo della forza politica” che vince le elezioni e ottiene il premio di governabilità è automaticamente, la sera stessa, acclamato come presidente del Consiglio, anche se il presidente della Repubblica che secondo la Costituzione lo dovrebbe nominare, sta dormendo.
Ma la lesione più grave del principio di sovranità consiste nel portare a compimento quel passaggio della sovranità dal popolo ai mercati che da tempo ci chiedono la Trilaterale, Gelli, la banca Morgan, l’Europa, gli ambasciatori americani: una riforma che appunto, come oggi si dice, era attesa da trent’anni e che neanche Berlusconi era riuscito a realizzare. Ma questo transito della sovranità dagli uomini ai mercati, è precisamente ciò che depreca il papa quando denuncia la bancarotta di una società in cui il denaro governa invece di servire e in cui vengono salvate le banche ma non le persone.
Il lavoro come fondamento della Repubblica
II – Il secondo principio supremo, che figura nello stesso incipit della Costituzione, è il principio lavorista, perché’ l’Italia è concepita come una Repubblica fondata sul lavoro. È un principio straordinario che attua il rovesciamento cristiano del servo in signore. Il lavoro che era la schiavitù addossata al servo, è ora riconosciuto come la dignità stessa dell’uomo. Questo principio, insieme con l’art. 4 che riconosce il diritto al lavoro e prescrive alla Repubblica, cioè alla politica, di renderlo effettivo, fa sì che siano costituzionalmente obbligatorie politiche di piena occupazione. La piena occupazione non è un’opzione facoltativa, una variabile dipendente dalle scelte ideologiche dei governanti, è un obbligo costituzionale, è ciò che la Repubblica, secondo la Costituzione, non può non fare.
Ma questo è impedito dall’art. 117 della nuova Costituzione che ribadisce in modo ancora più stringente il vincolo già previsto nel testo oggi vigente, stabilendo che la potestà legislativa è esercitata nel rispetto “dei vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione Europea” (prima si parlava con minore precisione di “comunità europea”). Ma l’ordinamento dell’Unione Europea è un ordinamento che trasforma in regime la scelta economica neo-liberista e l’ideologia della sovranità dei mercati. Esso tutela la competizione e la concorrenza in quello che chiama il “mercato interno”, che sarebbe poi la stessa Europa, e all’art. 107 proibisce gli aiuti concessi dagli Stati o il trasferimento di risorse statali alle imprese, cioè proibisce l’intervento dello Stato nell’economia, sotto pena di una condanna da parte della Commissione europea o di un giudizio davanti alla Corte di giustizia europea.
Ciò vuol dire, tra le altre cose, che politiche di piena occupazione, che sarebbero costituzionalmente dovute, sono costituzionalmente proibite da questa seconda parte della Carta che vincola la legislazione ai diktat europei.
E proprio qui c’è il punto di caduta finale della nuova Costituzione. Essa modifica la forma di Stato, perché svuota il sistema delle autonomie restaurando il centralismo statale; modifica la forma di governo perché trasforma il governo parlamentare in potere monocratico elettivo di legislatura, come quello dei sindaci, e perciò in un premierato mascherato; modifica i compiti e i fini della Repubblica, perché come dice la relazione che accompagnava il disegno di legge di riforma Renzi-Boschi, l’obiettivo è di adeguare la Repubblica “alle nuove esigenze della governance europea e alle relative stringenti regole di bilancio”; e queste tre modifiche della forma di Stato, della forma di governo e dei fini della Repubblica nel loro insieme portano a compimento il lungo processo, cominciato già qualche decennio fa, di trasferimento della sovranità dal popolo ai mercati.
Una democrazia parlamentare
III – Il terzo principio fondamentale che è tradito dalla riforma è quello per il quale la nostra non è una democrazia dell’investitura, ma è una democrazia parlamentare. Nella democrazia parlamentare l’architrave di tutto il sistema è l’istituto della fiducia, perché è grazie alla fiducia del Parlamento che il governo può sorgere, ed è a causa della perdita della fiducia che un governo può cadere, come è giusto che sia se un governo, a giudizio della maggioranza parlamentare, invece del bene comune produce un male comune.
Ma la riforma attacca e sostanzialmente distrugge l’istituto della fiducia che non sarà più la fiducia del Parlamento, perché a metà del Parlamento, che resta bicamerale, cioè al Senato, questo potere viene tolto; e quanto alla fiducia che resterà nel potere della sola Camera, essa non sarà più una fiducia parlamentare, ma un atto interno di partito, perché un solo partito, il cui segretario o il cui capo sarà il presidente del Consiglio, grazie alla legge elettorale disporrà di 340 voti alla Camera, sicché la fiducia sarà non il frutto di una valutazione politica, ma una atto dovuto per disciplina di partito.
Per cui ci sarà, almeno formalmente, una democrazia, ci sarà un Parlamento, ma non ci sarà più una democrazia parlamentare.
Il ripudio della guerra
IV – Il quarto principio supremo tradito dalla riforma è il principio pacifista, per il quale l’Italia ripudia la guerra, ogni guerra che non sia quella corrispondente al “sacro dovere” della difesa della Patria, inteso come popolo e territorio. Tale principio avrebbe dovuto semmai avere maggior tutela, dopo che il Nuovo Modello di Difesa varato nel 1991, ha spostato i confini fino ai pozzi di petrolio, alle dighe e ai popoli del Medio Oriente e la patria è stata identificata con gli interessi economici dell’Occidente da difendere anche militarmente in tutto il mondo globalizzato.
Invece la riforma rende più facile e mette in mano ad una sola persona la scelta della deliberazione di guerra, dalla quale il Senato, cioè mezzo Parlamento, è proprio quello che secondo i riformatori dovrebbe più direttamente rappresentare le popolazioni locali, è tagliato fuori; la semplificazione che dà più estesi e più facili poteri al presidente del Consiglio funzionerà anche per la decisione sull’impiego delle Forze Armate e sulla guerra, e la sovranità popolare sarà completamente esclusa dalla decisione sulla pace e sulla guerra.
Il principio internazionalista
V – Il quinto principio supremo abbandonato nella riforma è il principio internazionalista, perché in tutte le nuove norme che riguardano la formazione e l’attuazione delle prescrizioni dell’Unione Europea non c’è il minimo accenno ad una intenzione riformatrice degli stessi Trattati Europei per guardare al di là dell’Europa ai fini della costruzione di un ordine di pace e di giustizia fra le Nazioni.
Inoltre non c’è il minimo accenno a una riforma del diritto di asilo e a un’accoglienza degli stranieri e dei migranti secondo le nuove dimensioni del fenomeno che secondo alcune stime arriverà a coinvolgere 250 milioni di profughi, di fuggiaschi, di rifugiati nell’anno 2050.
Né c’è il minimo accenno all’ultima discriminazione che una Costituzione democratica dovrebbe abolire: la discriminazione della cittadinanza, la quale limita i diritti fondamentali e l’esercizio dei diritti politici e sociali ai soli cittadini, con l’esclusione degli stranieri. Una vera riforma del Senato sarebbe una riforma che non ne facesse l’ultima trincea dei vecchi localismi, ma ne facesse un Senato dei popoli, dove sedessero i rappresentanti non solo dei cittadini, ma delle persone di tutte le nazioni, le lingue e le culture che abitano in Italia e dormono sotto il suo cielo.

venerdì 25 novembre 2016

Jobs Act: calano ancora le assunzioni, i voucher macinano record su record

Inps. Renzinomics: con il taglio degli incentivi diminuiscono i contratti stabili. Le assunzioni stabili calano del 7,7%, i voucher aumentano del 34%. Manca poco al referendum, il governo affronta le conseguenze delle sue politiche sul lavoro.
Nei primi nove mesi dell’anno sono calate le assunzioni a tempo indeterminato a causa del taglio degli sgravi contributivi per i neo-assunti con il Jobs Act ed è continuato il boom dei voucher. Tra gennaio e settembre 2016 sono stati venduti 109 milioni e 553.754 mila «buoni lavoro» (+34,6%). È stato quasi raggiunto il record del 2015, quando ne sono stati staccati più di 115 milioni. Per l’Osservatorio sul precariato dell’Inps a settembre le nuove assunzioni a tempo indeterminato sono state 925 mila 825 a fronte del milione e 368.405 mila dei primi nove mesi del 2015. C’è stata una riduzione del 32% rispetto al periodo in cui il governo ha previsto la decontribuzione previdenziale piena. La stessa che vorrebbe ora assicurare per i soli assunti a Sud. L’occupazione prodotta dai fondi pubblici destinati alle imprese è ormai inferiore sia al 2015 che al 2014, quando il Jobs Act e gli sgravi non c’erano. Nei primi nove mesi del 2016, nel settore privato, il saldo tra assunzioni e cessazioni, è stato +522 mila, in calo rispetto al 2015 (+666 mila), ma superiore a quello registrato nei primi nove mesi del 2014 (+378 mila). Il saldo totale dei contratti stabili, cioè le assunzioni a tempo indeterminato comprese le trasformazioni e meno le cessazioni a tempo indeterminato, resta positivo nei primi tre trimestri del 2016 con 47.455 unità, ma è inferiore rispetto all’anno scorso ( un clamoroso meno 90% rispetto al saldo di 519.690 unità del 2015) e rispetto al 2014 quando il saldo era di oltre 104 mila unità.
***Il girone infernale del popolo dei voucher
La tendenza è nota da almeno un anno ed è stata confermata ancora una volta dall’Inps. Sono i fondi statali a produrre occupazione, non le imprese. E non può che essere così, visto che manca la domanda. Dopo l’abolizione dell’articolo 18 per i nuovi assunti, il Jobs Act continua a funzionare sui licenziamenti. L’osservatorio Inps ha confermato l’aumento dei licenziamenti complessivi (+4%) con un boom per quelli disciplinari (+28%), soprattutto nelle imprese con più di 15 dipendenti (+32%). Per il presidente dell’Inps Tito Boeri «ci sono state letture dei dati sui licenziamenti un pò affrettate – ha spiegato Boeri – il tasso di licenziamento è in calo». L’aumento dei licenziamenti è compatibile con un calo del tasso di licenziamento nel periodo considerato (dal 4,2% al 4,1%) ed è dovuto all’aumento generale dell’occupazione a tempo indeterminato. Nello specifico, la crescita dei licenziamenti disciplinari per giusta causa o giustificato motivo sarebbe dovuta anche alle dimissioni on-line, «una procedura ancora molto complicata soprattutto per i lavoratori stranieri» sostiene Boeri. Questi lavoratori si sarebbero resi irreperibili senza dare le dimissioni online. I datori di lavoro sarebbero stati costretti al licenziamento disciplinare.
«Al crescere degli incentivi crescono le assunzioni e, purtroppo, viceversa. Temiamo che tale fenomeno, del tutto prevedibile, spinga le imprese verso forme di lavoro non stabili e non sempre tutelate. Dimostrazione ne è la costante crescita dell’utilizzo dei voucher – sostiene Guglielmo Loy, segretario confederale della Uil. Loy sostiene che un ruolo lo abbia anche la gig economy, l’economia dei servizi on-demand via app per smarthphone: «È un mercato non definito e non regolato: quello che nasce dalle piattaforme digitali produce, spesso, un’occupazione a basso costo».

giovedì 24 novembre 2016

La Cina prevale sugli USA con la fine imminente del TPP

China's President Xi Jinping addresses audience during a meeting of the APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation) Ceo Summit in LimaLa battaglia per il dominio del commercio mondiale va a favore della Cina. Di fronte alle minacce di Donald Trump d’imporre barriere tariffarie e liquidare gli accordi di libero scambio, come l’alleanza TPP, Pechino tesse rapporti coi vari partner importanti di Washington. Nel XXIV vertice APEC è apparso chiaro che la fine imminente del TPP sia un’ottima opportunità per la Cina che, sorprendentemente, ha proposto ai Paesi che hanno firmato il TPP a febbraio la costruzione di un grande accordo di libero scambio, senza gli Stati Uniti.
L’influenza degli Stati Uniti nel commercio mondiale svanisce. Poco dopo la vittoria elettorale di Donald Trump su Hillary Clinton, la squadra del presidente Barack Obama ha sorpreso amici e nemici abbandonando, improvvisamente, la pressione intensa sul Congresso per la ratifica dell’accordo transpacifico di cooperazione economica (TPP). La fine del TPP è imminente. Secondo le disposizioni, per entrare in vigore è necessaria l’approvazione legislativa di almeno sei Paesi e, in parallelo, questi devono totalizzare l’85% del prodotto interno lordo (PIL) dei 12 membri. L’economia degli Stati Uniti ne rappresenta da sola oltre il 60%. Pertanto, una volta che Obama cede il TPP a Trump, è quasi certo sarà sepolto dal prossimo Congresso degli Stati Uniti. Michael Froman, rappresentante del commercio degli Stati Uniti, aveva già avvertito a luglio che se i legislatori del Paese non ratificavano il TPP, le “chiavi per il castello” della globalizzazione sarebbero passate alla Cina. Parole profetiche. Le aspirazioni imperiali di Obama sono fallite e gli USA non detteranno più le regole del gioco. Attualmente, la maggior parte del commercio si concentra in Asia, Cina in testa. I leader di Pechino lavorano da tempo su varie iniziative di libero scambio multilaterali, per consolidare l’influenza regionale e globale con il Partenariato regionale globale economico (RCEP) e L’Accordo per il libero commercio in Asia-Pacifico (FTAAP). Al XXIV vertice della Cooperazione economica Asia-Pacifico (APEC), tenutosi a Lima (Perù), Il Presidente della Cina Xi Jinping ha proposto ai Paesi firmatari del TPP diAmerica (Cile, Messico e Perù) e Oceania (Australia e Nuova Zelanda), l’adesione agli accordi di libero scambio promossi dal suo governo e all’Associazione delle Nazioni del Sudest asiatico (ASEAN). Ma quale delle due iniziative di libero scambio promosse dalla Cina davvero soppianterà il TPP?
Per Pechino sarà difficile attuare il FTAAP, che comprende gli Stati Uniti; perché se Donald Trump finora s’è categoricamente opposto al TPP, è chiaro che non sosterrà un’iniziativa sul libero scambio guidata dalla Cina. Si ricordi anche che Trump ha promesso agli elettori di abbandonare, o nel migliore dei casi rinegoziare, gli accordi di libero scambio che gli Stati Uniti hanno firmato negli ultimi decenni. A suo avviso, gli accordi come il North American Free Trade Agreement (NAFTA, per il suo acronimo in inglese) sono un disastro. In questo scenario, la Cina cerca di far aderire alla sua causa i principali partner commerciali degli Stati Uniti, con l’impegno a continuare a favorire la libera circolazione delle merci. Dal mio punto di vista, il RCEP è l’iniziativa di libero scambio che dà alla Cina la possibilità di colmare il vuoto che Washington lascia col TPP. “La Cina dovrebbe redigere un nuovo accordo che soddisfi le aspettative del settore e continuare lo slancio per la creazione di una zona di libero scambio”, dichiarava ai primi di novembre Li Baodong, Viceministro degli Esteri della Cina. Il RCEP comprende i Paesi membri del TPP meno Canada, Cile, Messico, Perù e ovviamente Stati Uniti. Con oltre 3 miliardi di abitanti, il RCEP comprende gli altri Paesi asiatici dal grande dinamismo economico: Cambogia, Cina, Corea del Sud, India, Indonesia, Filippine, Laos, Myanmar e Thailandia. Sorge allora la domanda se la RCEP sia una sorta di espansione del TPP, con la Cina che sostituisce gli Stati Uniti. Non esattamente. La portata della RCEP non è la stessa del TPP. Finora gli obiettivi della RCEP si limitano all’eliminazione delle barriere tariffarie. Il TPP, tuttavia, è molto più di un accordo di libero scambio, perché tra le altre cose, mette a disposizione delle grandi aziende i diritti di proprietà intellettuale, minaccia la protezione dell’ambiente, viola i diritti dei lavoratori e, per quanto poco, consegna ai tribunali internazionali la risoluzione delle controversie tra governi e aziende. Pertanto, diversi leader guardano favorevolmente al ‘piano B’ suggerito dai cinesi, tra cui il presidente del Perù Pedro Pablo Kuczynski, che crede che un accordo di libero scambio alternativo al TPP sia necessario. Sebbene i Paesi dell’Alleanza del Pacifico (composta da tre membri latino-americani del TPP, più la Colombia) sono interessati a continuare a mantenere ottimi rapporti con gli Stati Uniti, allo stesso tempo vogliono avere accordi con Cina e Russia.
Senza dubbio, l’incertezza politica che affligge gli Stati Uniti dopo le elezioni dell’8 novembre viene magistralmente sfruttata dal drago cinese. Di fronte alle minacce di Trump di aprire una nuova era protezionistica, la risposta di Xi è potente: la globalizzazione del commercio guidato da Pechino continuerà, con o senza appoggio di Washington.

mercoledì 23 novembre 2016

Il No e il nonostante

«Noi votiamo No, anche se lo stesso faranno molti altri che hanno idee politiche opposte alle nostre; non sono loro l’oggetto del voto del 4 dicembre, ma la legge fondamentale del Paese: la Costituzione italiana». libertàgiustizia online, 21 novembre 2016(c.m.c.)
Se Gad Lerner può dire di votare Sì nonostante Renzi, altri possono dire di votare No nonostante molti di coloro che votano No abbiano idee politiche non condivisibili. In altre parole, il voto sul referendum costituzionale non è un voto su o contro Renzi: e infatti c’è chi vota Sì, come Lerner, pur distinguendosi da Renzi. E’ vero anche l’opposto: si può votare No pur non avendo le stesse idee politiche di molti coloro che votano No.
Il referendum sulla Costituzione taglia trasversalmente le idee e le appartenenze e, nonostante lo abbia promosso il Governo Renzi, l’opposizione a quella proposta del suo Governo non si identifica necessariamente con il giudizio sul Governo. Il referendum non si propone di “mandare a casa” Renzi. Non è un plebiscito su di lui e sul suo esecutivo.
Dunque, distinguiamo la legge fondamentale da chi la usa. Noi votiamo No, anche se lo stesso faranno molti altri che hanno idee politiche opposte alle nostre; non sono loro l’oggetto del voto del 4 dicembre, ma la legge fondamentale del Paese: la Costituzione italiana.

martedì 22 novembre 2016

Rifugiati: dal "vade retro" al grande business

«Tra l’accettazione della “malaccoglienza” così com’è e la privatizzazione completa della sua gestione (che forse piacerebbe a qualcuno) c’è, deve esserci, una terza possibilità che è quella di una riforma profonda delle politiche attuali. Ma questa è possibile solo se si individuano e si rimuovono le cause che stanno alla base della cattiva accoglienza» spiegano da Lunaria, il cui rapporto fa un quadro del sistema dell'accoglienza dei rifugiati in Italia e in particolare a Roma.
«Alcune di queste, forse le più determinanti, non sono di competenza dei singoli amministratori locali o dei singoli Prefetti che gestiscono i servizi di accoglienza sul territorio - commentano i portavoce dell'associazione - Ci riferiamo in primo luogo alle scelte adottate dall’Unione Europea (frutto di un pessimo e per altro non ancora riuscito compromesso tra i Governi degli Stati membri) che da un lato continua a privilegiare le politiche del rifiuto (controllo dei mari e delle frontiere, rimpatri, cooperazione sporca con Paesi retti da dittature come il Sudan o la Somalia o in cui i diritti umani sono sistematicamente violati come la Turchia; espulsioni programmate verso Paesi, come l’Afganistan, che definire sicuri è un vero oltraggio); dall’altro non fa niente per fermare i conflitti, come quello siriano, nei Paesi di origine delle molte persone che arrivano, contribuendo ad alimentare i flussi di rifugiati. Vi sono però anche responsabilità squisitamente nazionali e locali, politiche e amministrative. Per quanto riguarda le prime, è quanto meno bizzarro che la crescita degli arrivi di migranti sulle nostre coste sia periodicamente evocata dal nostro Governo come un’“emergenza” per giustificare l’inadeguatezza del nostro sistema di accoglienza. Anche limitando al minimo l’orizzonte della nostra memoria, non è possibile fare a meno di ricordare ciò che successe già nel 2011, l’anno della cosiddetta “Emergenza Nord-Africa”: poco più di 62mila persone furono accolte solo grazie all’allestimento di un programma di accoglienza straordinario che, per altro, risultò altrettanto straordinariamente costoso. Oggi il numero di persone che giungono sulle nostre coste in cerca di protezione è molto più alto: sono già più di 145mila quelle arrivate quest’anno. E, a distanza di cinque anni, non siamo ancora preparati ad accoglierle bene. Tra le cause principali di questa cronica inadeguatezza vi è sicuramente la lentezza con la quale i principi assunti nel piano nazionale di accoglienza varato nel luglio 2014 da Governo, Regioni ed enti locali (coordinamento interistituzionale, distribuzione dell’accoglienza sul territorio) sono stati tradotti in concrete scelte politiche».
«Sono infatti molti i Comuni che si rifiutano di aderire alla rete Sprar, il cui ampliamento dovrebbe garantire il consolidamento di un sistema di accoglienza ordinario, coordinato e uniforme su tutto il teritorio nazionale. Ciò innesca un circolo vizioso che continua a riprodurre interventi in emergenza gestiti dal Ministero dell’Interno tramite i Prefetti, chiamati ad aprire nuove strutture temporanee in corrispondenza dei nuovi arrivi: a tutt’oggi, a livello nazio- nale, il 77% dei richiedenti protezione internazionale sono accolti nel sistema di accoglienza straordinaria costituito dai Cas, in capo alle Prefetture. La straordinarietà richiede procedure di emergenza, queste a loro volta favoriscono l’ingresso nella rete degli enti gestori di attori privi di esperienza, interessati più ai profitti che possono derivare dalla gestione dei servizi che alla loro qualità e ai diritti delle persone cui sono destinati. Lo spazio per la cattiva gestione e il cattivo trattamento delle persone si riproduce così all’infinito. In questo contesto va collocato il sistema di accoglienza romano, le cui disfunzioni hanno però concause specificamente radicate nelle scelte politiche e nelle prassi amministrative delle istituzioni cittadine, come purtroppo l’indagine su Mafia Capitale ha fatto emergere molto bene. Su queste si sofferma Il mondo di dentro. L’intreccio perverso tra politica, criminalità e affari che la Procura di Roma ha messo in luce con l’inchiesta “Mondo di mezzo” supera di gran lunga quanto in molti e da tempo hanno cercato di denunciare restando del tutto inascoltati. Del business che si è sviluppato attorno alla gestione dell’accoglienza dei migranti, dei richiedenti asilo e dei rifugiati così come dei cosiddetti “campi nomadi”, non solo a Roma, noi insieme a molti altri abbiamo parlato in più occasioni. L’inchiesta racconta un sistema di potere e di controllo economico della Capitale (e non solo) occulto e inquietante per la sua trasversalità e pervasività. I giudici non a caso lo hanno definito un sistema reticolare, esplicitando molto bene che l’utilizzo improprio delle risorse pubbliche ha oltrepassato in questa città qualsiasi confine politico, mettendo in relazione tra loro rappresentanti politici, amministratori, manager ed esponenti della malavita con storie politiche molto diverse tra loro. Sarà la magistratura a decidere se le contestazioni sollevate nel corso delle indagini preliminari abbiano o no un fondamento. Il nostro compito è invece quello di non dimenticare e di andare oltre una lettura esclusiva- mente emotiva, effimera e scandalistica di quanto successo per evitare che, relegata nelle aule del Tribunale l’inchiesta tuttora in corso, tutto torni a funzionare esattamente come prima».
«Per queste ragioni - proseguono i portavoce di Lunaria - abbiamo ritenuto utile ricostruire come è stato disegnato il sistema di accoglienza romano negli ultimi tre anni, quali sono stati gli attori in campo, le procedure seguite per affidare i servizi, le carenze strutturali e le prassi amministrative che hanno aperto il varco all’utilizzo improprio, per usare un eufemismo, delle risorse pubbliche stanziate. Perché, se è vero che le evidenze emerse lasciano trasparire vizi e carenze sistemici, innanzitutto nel funzionamento dell’apparato politico-amministrativo del Comune di Roma, uno dei compiti delle organizzazioni della società civile è quello di verificare se e quali provvedimenti siano stati adottati per rimuoverli, tentando di delineare alcune possibili vie di uscita. Noi pensiamo che le istituzioni pubbliche nazionali e locali debbano mantenere un ruolo centrale di indirizzo, coordinamento e controllo delle politiche di accoglienza, ma, per migliorare davvero i servizi rivolti ai richiedenti asilo nella nostra città, occorre identificare innanzitutto puntualmente le loro criticità per poi tracciare alcune delle possibili soluzioni.

lunedì 21 novembre 2016

Obama e i leader dell'Ue decidono di mantenere le sanzioni alla Russia un altro anno

Il presidente uscente Barack Obama e i leader dell'UE hanno deciso di mantenere le sanzioni contro la Russia per un ulteriore anno.
Nella sua ultima visita ufficiale in Europa, Obama si è oggi incontrato con i leader di Germania, Francia, Italia, Spagna e Regno Unito. Tra i principali temi all'ordine del giorno: l'estensione delle sanzioni contro la Russia, la cooperazione nel quadro della NATO, la lotta allo Stato Islamico (IS, ex ISIS / ISIL) in Iraq e la Siria, e le possibili nuove sanzioni contro Mosca per l'operato in Siria.
"I leader hanno concordato sulla necessità di lavorare insieme per sostenere l'agenda transatlantica, soprattutto per portare la stabilizzazione in Medio Oriente e Nord Africa, così come assicurare la risoluzione diplomatica dei conflitti in Siria e in Ucraina orientale", ha dichiarato il presidente uscente.
"I leader hanno inoltre affermato l'importanza di proseguire la cooperazione attraverso le istituzioni multilaterali, tra cui la NATO", ha aggiunto l&#
39;inquilino della Casa Bianca.
Curioso il fatto che un presidente uscente, dopo aver investito come "leader del mondo libero" il presidente di un altro paese, decida di vincolare chi lo sostiuirà a breve ad una decisione, il rinnovo delle sanzioni alla Russia, contraria all'indirizzo politico dichiarato in campagna elettorale.
Sempre venerdì il Segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha tenuto un discorso in un evento ospitato dal Fondo Marshall degli Stati Uniti (GMF) in Germania, dove ha detto che l'Europa e gli Stati Uniti "sono partner economici e commerciali stretti" e devono combattere le potenziali minacce per l'alleanza. "La Russia, che viola il diritto internazionale. I disordini in Nord Africa e in Medio Oriente. La crisi dei rifugiati e le migrazioni. Il terrorismo internazionale. La guerra ibrida. E i cyber-attacchi ". Questi sono i pericoli elencati da Stoltemberg per la Nato.

venerdì 18 novembre 2016

Già finito il bluff di Renzi sul “veto” al bilancio dell’Unione Europea

Come ampiamente previsto, quelli di Renzi era un bluff. La minaccia di “porre il veto” sul bilancio europeo è durata lo spazio di un paio di telegiornali. Di fronte al montare della rabbia tedesca per gli atteggiamenti “euroscettici” del governo italiano – tutti finti, alla disperata caccia di un consenso all'ultimo minuto – il veto è stato rapidamente derubricato a semplice astensione.
Del resto la mossa effettivamente fatta a Bruxelles da sottosegretario Gozi era stata la presentazione di una “riserva”, spacciata per “veto” solo a beneficio dei media italiani, Stamattina, infine, la scelta di fermarsi all'astensione, ritenuta comunque un “segnale di insofferenza”, visto che per l'Italia si tratta di una prima volta.
La Commissione guidata da Jean-Claude Juncker ha avuto le sue gatte da pelare su tutt'altri fronti, negli ultimi giorni. La discussione sul bilancio europeo – impegni totali a 157,88 miliardi e pagamenti a 134,49 miliardi – è in fondo quasi una minuzia, anche in termini finanziari. Di serissimo c'è infatti il terremoto globale annunciato dall'elezione di Donald Trump, che supera di gran lunga le preoccupazione sovranazionali per le tornate elettorali del 2017 in Francia, Olanda e soprattutto Germania.
Il documento presentato ieri dal “governo” continentale era già un esercizio di equilibrismo audace tra conferma degli orientamenti consolidati in materia di “patto di stabilità” e richieste ai “paesi in surplus” di fare di più per agevolare la crescita asfittica dell'intera area. In pratica, un avvertimento a Italia, Francia, Spagna, Portogallo, ecc, a rispettare i vincoli di Maastricht, compensato da un invito rivolto alla Germania.
Come sottolineano però gli esperti di tecnoburorazia brussellese, i trattati in vigore prevedono sanzioni per i paesi che sforano i limiti di deficit e debito, mentre nulla di simile è previsto per chi sta in surplus. Dunque il documento si affida a buon cuore della Germania – che in un anno elettorale farà comunque orecchie da mercante, privilegiando gli orientamenti “euroscettici” dell'opinione pubblica tedesca, per frenare l'ascesa di Alternative fu Deutschland.
Le sortite bizzose di Renzi hanno comunque già fatto saltare alcuni limiti di pazienza in quel di Berlino, tanto da stimolare una gestione della questione migranti in chiave “anti-italiana”.
Tanto più che la stessa Commissione, pur "comprensiva" con un governo fedele a rischio referendum, non ha potuto fare a meno di segnalare che la manovra presentata dall'Italia "potrebbe risultare in una deviazione significativa dall'aggiustamento verso l'obiettivo di medio termine". In altre parole: è fuori dalle regole…
Da qualsiasi parte la si prenda, insomma, la partita nell'Unione Europea si rivela non maneggiabile dall'establishment italiano, in particolare. Ma tutti i paesi – tra problemi elettorali e “populismo avanzante” – si trovano a giocare la stessa parte nello stesso tempo. Il che non può che allargare le crepe in una costruzione indifferente – programmaticamente – ai bisogni e i timori delle popolazioni.

giovedì 17 novembre 2016

Ancora regali alle imprese...Il bonus produttività

L'economia stagna, la ripresa non c'è, i divari sociali ed economici sono sempre piu' grandi, sullo sfondo delle elezioni Usa che potrebbero, con il protezionismo, mettere in discussione le politiche di austerità di stampo tedesco, il Governo Renzi cosa fa? Decontribuzione alle imprese, sgravi e coinvolgimento "paritetico" dei lavoratori e delle lavoratrici nell’organizzazione del lavoro. E' l'ultima idea del Governo che potrebbe scaturire in un emendamento alla legge di Bilancio, la prospettiva non è certo nuova, ossia l'ennesimo sgravio contributivo per le aziende. Ma la novità sono questi cosiddetti i comitati paritetici che puzzano di concertazione 2.0. Sgravi nella attuale manovra di bilancio ne esistono già , per esempio dal 2017 è previsto un tetto di 3mila euro per i premi di produttività con detassazione al 10%. Ma l'obiettivo del Governo è ancora più ambizioso, mettere in soffitta e archiviare la contrattazione sindacale favorendo accordi paritetici tra impresa e sindacato (accordi al ribasso che intensificheranno i ritmi produttivi) in presenza dei quali il tetto passa da 3 a 4 mila euro Ma la strategia del Governo non finisce qui e se fino ad oggi il limite individuale del reddito era di 50 mila euro , un domani sarà di 80 mila, giusto per coinvolgere nella pacificazione sociale anche l'area dei quadri Le conseguenze potrebbero essere nefaste, anzi senza dubbio lo saranno: Una parte saliente di salario sarà indirizzata ad incentivare il secondo livello, la parte stabile del salario (quella determinata dai contratti nazionali) è destinata a soccombere sotto i colpi della premialità L'azienda deve solo coinvolgere i lavoratori e allearsi con il sindacato , concludere un accordo finalizzato all'incremento della produttività e a parametrare le retribuzioni in base ai risultati. In questo modo i salari diventano una variabile dipendente dai profitti e il sindacato cogestore dello smantellamento dei contratti nazionali a favore di quelli di secondo livello. La motivazione in più per proseguire su questa strada sarà la decontribuzione, alla fine ai lavoratori diranno che questo sistema è conveniente (per le imprese ovvio) e magari si ricorrerà alla retorica del merito e dell'individuo tanto cara a Renzie per trasformare i lavoratori nei becchini dei loro stessi diritti. Non sappiamo ancora cosa succederà con la prossima Legge di Bilancio ma di sicuro, al di là delle cifre, che sia 4mila euro il tetto per la detassazione del salario di produttività in caso di partecipazione o 3 mila nel caso in cui la partecipazione non ci sia, bisogna comprendere la direzione e la finalità di queste politiche Abbiamo già spiegato il depotenziamento del contratto di primo livello e lo stravolgimento ulteriore, e finale, del ruolo sindacale, c'è solo da capire se in questa ottica si muoveranno le imprese con altrettanta velocità del Governo visto che a settembre 2016 erano solo 15mila i contratti di secondo livello, aziendale o territoriali, che includevano i premi di produttività, e di questi meno di 1500 con i piani di partecipazione. Il motivo? Molte aziende preferiscono alla concertazione 2.0 una conflittualità visto che la normalizzazione sindacale non è ancora terminata e ci sono invece segnali continui di lotte e di rifiuto degli accordi al ribasso E questi segnali vanno potenziati nei prossimi mesi per evitare di trovarsi con un salario di secondo livello a farla da padrone, salari diversificati, zero diritti, tutele collettive ridotte ai minimi termini e i sindacalisti nel ruolo di controllori e garanti della produttività e dei profitti aziendali.

mercoledì 16 novembre 2016

Torna la deflazione, l’economia è ferma

Parlare dei dati sull'inflazione non sarà divertente, ma chiarisce alcune dinamiche economiche e sociali abbastanza decisive. Perché permettono di misurare la distanza abissale tra “narrazione” governativa e realtà empirica.
E stamattina l'Istat ha dato la sua mensile informazione sullo stato delle cose nel mondo dei prezzi,sottolinenado con garbo che siamo di nuovo in piena deflazione, dopo l'illusione di settembre, che aveva fatto sperare nel contrario.
Che i prezzi non salgano – nella media – potrebbe sembrare una buona cosa, specie se i salari sono fermi o addirittura in calo. E dal punto di vista del lavoratore dipendente con pochi soldi è certamente una buona cosa.
Ma sul piano macroeconomico è l'esatto contrario. Se i prezzi non salgono gli imprenditori non investono, perché significa che i consumi di massa sono fermi on in calo. Dunque, non c'è spazio per produrre di più. Al massimo si può puntare a sostituire alcuni prodotti con altri…
Nel mese di ottobre 2016, dice l'Istat, “l'indice nazionale dei prezzi al consumo per l'intera collettività (NIC) diminuisce dello 0,1% su base mensile e dello 0,2% su base annua (la stima preliminare era -0,1%) mostrando nuovamente tendenze deflazionistiche dopo la ripresa (+0,1%) di settembre”.
A determinare ancora una volta il calo è il prezzo dei prodotti energetici, trainati dal petrolio. Il quale – mediamente – non cala più, anche se ovviamente presenta sbalzi di prezzo quotidiani che su base mensile tendono a tracciare una linea piuttosto piatta.
Ma sono soprattutto i prodotti alimentari (specificamente i “non lavorati”, -0,4%, da +0,4% di settembre) a dare la cifra della crisi dei consumi di massa, ovviamente alimentata dai bassi salari e dalla pesante disoccupazione reale (ricordare sempre che i criteri statistici ufficiali riconoscono come “occupato” chi lavora anche una sola ora in una settimana).

Stesso discorso per i Servizi ricreativi, culturali e della cura della persona; la cui crescita si azzera dal +0,6% di settembre. Del resto, se si contraggono i bisogni primari (alimentari), a maggior ragione lo faranno quelli, diciamo così, “non essenziali” per la semplice sopravvivenza.
Una conferma diretta viene dai cosiddetti “prodotti ad alta frequenza di acquisto”, il famoso “carrello della spesa”, ossia i beni di primissima necessità, che aumentano solo dello 0,1% in termini congiunturali (su base mensile) e registrano invece una crescita su base annua stabile ad appena lo 0,2%.
Ne deriva che l'inflazione di fondo scende velocemente, passando in un solo mese dal +0,5% di settembre allo 0,2 del mese successivo.
Dunque, dice l'Istat, l'inflazione acquisita per il 2016 risulta pari a -0,1%.

martedì 15 novembre 2016

BERNIE SANDERS: “PRONTO A LAVORARE CON TRUMP PER MIGLIORARE LE CONDIZIONI DEI LAVORATORI”

Traduciamo la breve ma significativa dichiarazione di Bernie Sanders riguardo l’elezione di Donald Trump, pubblicata ufficialmente sul sito del Senato USA. Molto pragmaticamente e senza catastrofismo, Sanders riconosce le ragioni fondamentali (economiche) che hanno portato a questo risultato, e in un passaggio piuttosto inaspettato si dice disposto a lavorare con Trump nella misura in cui questi intende fare qualcosa per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori americani. (In effetti, nel suo primo discorso dopo la vittoria, Trump ha annunciato un programma piuttosto espansivo per l’economia: taglio di tasse e ampia spesa a deficit, con investimenti pubblici in infrastrutture che creino “milioni di posti di lavoro”)

Burlington, 09 novembre 2016 – Il senatore Bernie Sanders questo mercoledì ha emesso la seguente dichiarazione a seguito dell’elezione di Donald Trump come Presidente degli Stati Uniti:
“Donald Trump ha attinto alla rabbia di una classe media in declino, che è logorata ed esasperata dall’establishment economico, politico e mediatico. La gente è stanca di orari di lavoro sempre più lunghi e paghe sempre più basse, di vedere posti di lavoro pagati dignitosamente spostarsi verso la Cina o altri paesi a basso livello salariale; è stanca di miliardari che non pagano alcuna tassa federale sul reddito; è stanca di non potersi più permettere l’istruzione universitaria per i propri figli – e tutto questo mentre i ricchi diventano sempre più ricchi.
“Nella misura in cui Donald Trump è serio nel voler perseguire politiche volte a migliorare la condizioni di vita delle famiglie della classe lavoratrice in questo paese, io e altri progressisti siamo pronti a lavorare con lui. Nella misura in cui invece vuole perseguire politiche razziste, sessiste, xenofobe e anti-ambientaliste, ci opporremo vigorosamente.”

lunedì 14 novembre 2016

La democrazia è passata di moda

Democrazia è una parola passata di moda. Le cose migliori oggi si fanno senza democrazia: in campo economico, politico, perfino culturale, e nell’informazione. Esiste un movimento culturale che -prove alla mano- stigmatizza la democrazia. Il referendum che ha sancito la volontà dei cittadini britannici di uscire dall’Unione europea -la cosiddetta “Brexit”- ha dato uno slancio inatteso al “movimento”. E nessuno l’ha scritto meglio della politologa Nadia Urbinati, all’indomani della consultazione di fine giugno: “Brexit ci ha catapultato indietro di svariati decenni, quando scrittori e uomini di cultura teorizzavano il dispregio per la ‘democrazia’: il nome di un pessimo governo perché governo degli ignoranti (corsivo nostro, ndr), di chi non sapeva capire il ‘vero’ interesse del Paese perché non aveva beni da difendere o carriere da coltivare”. In sostanza, la logica è che gli ignoranti -ovvero il suffragio universale- blocchino le possibilità di chi non lo è. “La società della meritocrazia si rivolta contro la società dell’eguaglianza, e prova a far circolare l’idea che la competenza, non l’appartenenza alla stessa nazione, debba consentire l’accesso alla decisione politica”, ancora Urbinati.
Ci sono dunque decisioni, quelle che richiedono conoscenza e riflessione maggiore, che non dovrebbero essere prese da tutti. Una cittadinanza basata sull’accesso alla competizione economica “e non sull’eguale potere nella partecipazione alla vita collettiva e politica”.
Purtroppo -per fortuna- la democrazia per il momento non prevede compromessi, ed è previsto che il “pacchetto” sia preso per intero: compresa l’eventualità che qualcuno voti Donald Trump, per capirci; compresa l’eventualità che qualcuno la pensi diversamente da me, compresa l’eventualità che votino persone impreparate.
Il tema è piuttosto chiedersi che cosa viene raccontato ai cittadini per convincerli a votare in un modo o nell’altro (oppure a non votare). Quali menzogne -come nel caso di Brexit, ma mica solo quello- vengono spudoratamente utilizzate.
La perdita di “sensibilità” democratica abbraccia molti campi, e vorremmo raccontarvi un paio di casi che ci sono capitati. A ottobre il ministro della Difesa Roberta Pinotti è stata in Arabia Saudita (una monarchia assoluta, a proposito di democrazia). Insieme ad Amnesty International e Rete disarmo abbiamo chiesto conto della visita, e se vi fossero stati accordi in materia di vendita di armi. Una preoccupazione legittima: i sauditi sono impegnati in un attacco allo Yemen stigmatizzato dall’Onu stessa, e utilizzano bombe provenienti anche dall’Italia. La replica del ministero è stata una minaccia di querela (via Twitter, tra l’altro…). Non risposte (doverose da parte di un’istituzione democratica, che deve rendere conto ai cittadini del suo operato) a domande legittime, ma lo spauracchio di un’azione legale.
La seconda storia è per noi più delicata. Dopo aver a lungo studiato la proposta di revisione costituzionale in vista del referendum del 4 dicembre, abbiamo pubblicato un piccolo volume, dal titolo esplicito: “Le ragioni del NO”. Lo abbiamo realizzato grazie al crowdfunding, e abbiamo deciso di non venderlo in libreria, ma solo attraverso i nostri canali “alternativi”: le presentazioni, i dibattiti, le botteghe del commercio equo e solidale. Un po’ come quando, nel 2011, ci battemmo per il referendum contro la privatizzazione dell’acqua. È il nostro modo di fare informazione, e la maggior parte dei negozi di fair trade ha accolto la nostra proposta, ma non tutti. A fine settembre un nostro lettore, impegnato in un’associazione che gestisce una bottega, ci ha scritto che non riusciva “veramente a capire questo vostro accanimento sul referendum e questo schierarsi così palese” e che per questo motivo, oltre a non rinnovare l’abbonamento, si sarebbe “battuto anche per non vendere più la vostra rivista nella nostra bottega”. Tradotto: se non la pensi come me, limito la tua possibilità di parola. Niente Voltaire che muore per le opinioni altrui, stavolta, niente Gramsci che odia chi non parteggia, che odia gli indifferenti.

giovedì 10 novembre 2016

Renzi-Juncker, il referendum è alle porte

C’è un pregio che obbiettivamente va riconosciuto al Presidente Juncker: sembra essere immune al virus del politicamente corretto che ha colpito mortalmente il mondo occidentale. Se non ci avesse abituati sobbalzeremmo sulla sedia, di fronte a quelle verità innocenti che ogni tanto spara a giornalisti abituati a dichiarazioni di facciata. L’ultima, che ha già fatto il giro delle prime pagine dei giornali, riguarda la battaglia degli “zerovirgola” in corso da alcuni mesi tra Commissione e Governo Italiano. “Me ne frego” delle critiche italiane, in sostanza, le parole di Juncker, che poi ha rilanciato con stime spannometriche tanto quanto quelle del Governo sui costi extra di terremoto e migranti. Ha ricordato, infine, come l’Italia avesse promesso un deficit all’1,7%, invece che il 2,4% dell’ultimo Def, e si arrogato il merito di averci già concesso 19 miliardi di flessibilità extra grazie alle sue riforme del Patto di Stabilità. O almeno… questo è quanto riportato dai principali quotidiani italiani. Le parole di Juncker in realtà sono state in francese. Un ben più interpretabile “je m’en fous”, che in italiano si può rendere con una gamma di espressioni che vanno dal “non m’importa” al “me ne fotto”. In più non erano dirette specificamente all’Italia, ma a chiunque dica che “le politiche di austerità con questa Commissione stiano continuando come in precedenza”. Probabile riferimento all’Italia dunque, della quale stava parlando poco prima, ma in generale al fronte anti-austerity (fonte). Nonostante ciò, i vertici del Governo italiano hanno colto la proverbiale palla al balzo per esibirsi in una muscolare levata di scudi. Il notorio cuor di leone Gentiloni, ministro degli Esteri, ha manifestato tutto il suo disappunto con un tweet che ha ricordato il miglior Bersani, quello che smacchiava giaguari per hobby.
Renzi ne ha invece approfittato per un poco di populismo, che qualche giornalista dell’Huffington Post ha deciso di rendere ancor più populista: “Sui soldi alle scuole tiro dritto” il titolo, un poco più articolata la retorica del premier. È qui però che emerge il dato politico della vicenda. Al governo fa comodo la querelle con Bruxelles almeno quanto fa comodo a Juncker. Entrambi sono stati condannati alla garrota, sanguinolento metodo d’esecuzione in voga nella Spagna di qualche decennio fa. Legati ad un palo con la corda stretta intorno al collo, il machiavellico meccanismo dell’euro sta facendo lentamente girare la manovella che fa stringere il cappio, fino al soffocamento dei condannati. Per Renzi il discorso è chiaro. Si lamenta sempre della “politica degli zerovirgola”, ma chi la sta in realtà facendo è lui, adesso che si trova a dover fare i conti col Patto di Stabilità e con l’Euro. Il Pil, se cresce, cresce di qualche decimale appena, mentre quello potenziale intanto va distruggendosi. Se il reddito non sale però il consenso scende, mentre Renzi il 4 dicembre ne avrà un gran bisogno. Da qui la lunga manfrina con Bruxelles per qualche zerovirgola di flessibilità in più, inutile se non per far imbufalire gli euroburocrati, dato che la manovra resta di per sé restrittiva. Per essere espansiva una politica di spesa deve essere, per definizione, a deficit, cioè avere un disavanzo primario, al netto degli interessi sul debito. Noi, purtroppo, siamo in avanzo primario euroimposto più o meno dal ’92, guarda caso cioè da quando abbiamo smesso di crescere al passo col resto del continente.
Vediamo di chiarire. Un’economia è composta sostanzialmente da tre parti: privato, pubblico, estero. Se uno dei tra settori è in deficit, gli altri devono compensare. Cioè, se lo Stato drena continuamente risorse al settore privato attraverso l’avanzo primario (incassa più di quanto spende), il privato o si contrae, perché perde liquidità, o si indebita. Dunque un avanzo primario è sostanzialmente depressivo per l’economia, dunque riduce la crescita, dunque il budget per l’anno successivo, dunque aumenta il peso del debito pubblico. Essendo il debito italiano particolarmente alto, e dato che utilizziamo sostanzialmente una valuta straniera che ci viene prestata a tasso di mercato (cioè alto), se non c’è crescita non c’è possibilità di ripagare il debito e il peso degli interessi diventa sempre maggiore, spingendo in deficit il bilancio e riducendo le possibilità di spesa, già compresse dal fiscal compact. Lo ha ammesso, sostanzialmente, anche Padoan in un’intervista per il Messaggero. Ha senso dunque attaccarsi, come è Renzi stesso a fare, agli “zerovirgola”, quando il problema è strutturale ed è legato all’ingresso nell’Unione Europea? Sì, un significato ce l’ha, ed è politico, non economico. L’Unione non è molto popolare in questo periodo, le principali forze d’opposizione sono più o meno dichiaratamente euroscettiche e gli ultimi sondaggi sul referendum non lasciano troppo speranze a Renzi, che ha deciso di giocare la carta del populismo di maniera sperando di rubare qualche “zerovirgola” di consenso a Lega e 5Stelle. Veniamo a Juncker. Anche lui è alla garrota. Lo è per il suo lascito storico, il ricordo che rimarrà di lui nella memoria collettiva, che non sarà certamente positivo, specie a fronte delle roboanti promesse di inizio mandato. Lo è anche perché stretto in una morsa, i Paesi del Sud bisognosi di politiche fiscali lasse da una parte, Germania e affini dall’altra. Lo è, infine, perché, come Renzi, si è accorto di non avere potere che non sia apparenza. Dunque entrambi giovano del battibecco continuo per tentare di disorientare, a colpi di storytelling, un’opinione pubblica sempre meno propensa a sostenere l’ordine degli “zerovirgola”. Soprattutto, entrambi vogliono che passi il Sì, così l’Italia potrà finalmente fare quelle riforme strutturali che Moody’s giudica essenziali per dare un outlook positivo al Paese. Chissà, dopo i voucher forse arriveranno le figurine Panini.

mercoledì 9 novembre 2016

Usa in declino, il presidente non conta più nulla

Queste elezioni non contano niente, perché ormai il presidente degli Stati Uniti non ha più potere. La politica ha perso peso nella società. Mi sembra un fatto evidente. Le nostre vite vanno avanti indipendentemente dalle decisioni dei politici, perché ormai sono altri i fattori che determinano le scelte, il futuro e la qualità della nostra vita, dalla tecnologia globale alle questioni più locali. Ma lo avete visto Barack Obama? Sembrava l’uomo nuovo, incarnava le virtù che avrei voluto nel politico capace di guidarci verso il futuro, e invece non è riuscito neppure a chiudere la prigione di Guantanamo. Se il capo della Casa Bianca non ha la forza di produrre anche un minimo cambiamento tipo questo, come possiamo pensare che abbia la capacità di influenzare le grandi tendenze della storia? Il potere della politica, e in particolare quello del presidente degli Stati Uniti, che un tempo chiamavamo leader del mondo libero, sono decisamente diminuiti. E questa campagna, nel frattempo, ha parlato del nulla. Quale doveva essere il tema principale? Il declino del peso degli Stati Uniti nel mondo.
Negli Anni Cinquanta, subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, io ero soldato nelle forze armate. Mi schierarono prima in Germania e poi in Italia, il paese da cui era emigrato mio padre, calabrese, all’epoca del fascismo. Tutti ci volevano bene, tutti Gay Taleseamavano gli Usa. Eravamo una forza positiva nel mondo, e andare in giro con la divisa era un orgoglio. Ora invece nessuno ci rispetta: persino le Filippine si permettono di sfotterci. Allora eravamo una forza positiva, che cercava di stabilizzare il mondo e orientarlo verso valori democratici condivisi. Poi però abbiamo deciso di intervenire ovunque, per imporre i nostri interessi, stabilendo chi è buono e chi è cattivo. Questo ha provocato una reazione negativa globale contro gli Stati Uniti, ma nessuno ne ha parlato durante la campagna presidenziale. Il risentimento interno ha spinto tanto la candidatura di Trump tra i repubblicani, quanto quella di Sanders tra i democratici durante le primarie. Non avete notato l’insoddisfazione della gente nelle strade? Gli americani della classe media faticano ad arrivare alla fine del mese.
La riforma sanitaria di Obama è stata un disastro, e molta gente è ancora costretta a decidere se mangiare o andare dal medico. A causa di questa crisi economica, poi, anche le tensioni razziali sono riesplose, con i neri sempre emarginati, e i bianchi terrorizzati dalle minoranze che conquistano il paese. Chi descrive la sfida tra Clinton e Trump come la più importante dei tempi moderni, perché considera il candidato repubblicano pericoloso per la libertà e il modello di vita americano, putroppo ha torto. Dico purtroppo, nel senso che neppure Trump riuscirebbe a fare quello che ha promesso, o minacciato. Chiunque verrà eletto verrà paralizzato, dal Congresso, e dai veti incrociati dei vari poteri in concorrenza. Il risultato è che nulla si muoverà e il paese resterà impantanato. No, la mia non è una visione troppo pessimistica. Sono vecchio. Morirò senza veder tornare l’America amata da tutto il mondo, in cui ero cresciuto da bambino.

martedì 8 novembre 2016

Soppressione di Equitalia. Tra inganno e propaganda

Tra le tante bufale con le quali sistematicamente il premier Renzi ci bombarda il cervello, quella relativa alla presunta soppressione di Equitalia è probabilmente la più clamorosa.
In palese caduta di consensi, in affanno rispetto al referendum "ammazza democrazia", il premier gioca la carta “soppressione Equitalia” per provare a carpire qualche consenso in vista dell'appuntamento del 4 dicembre.
E così: fuori "Equitalia s.p.a.", ormai troppo invisa ed impopolare agli occhi dell’opinione pubblica, e dentro “Agenzia delle Entrate Riscossione”, ente pubblico economico sotto la vigilanza del Mef, dalla denominazione più rassicurante.
Secondo un copione ormai consolidato, si cambia ingannevolmente il nome, si lascia intatta la sostanza, e si prova a prendere per i fondelli lavoratori e cittadini.
Come abbiamo sempre sostenuto, il vero problema è rappresentato dall'aver consegnato una attività come la riscossione delle imposte, che per definizione non potrebbe che essere pubblica, ad un soggetto privato che ha puntato sulla ricerca del profitto derivante dai diritti di riscossione.
Con il passaggio da Equitalia spa al nuovo, si fa per dire, ente pubblico economico "Agenzia delle Entrate Riscossione", quelle degenerazioni che hanno caratterizzato la pretesa impositiva della “vecchia” Equitalia ed insite nel perseguimento del profitto, verranno integralmente riproposte perché l’ ente pubblico economico ha comunque come scopo lo svolgimento di una attività di lucro.
Dunque, tutti quei meccanismi (aggi, interessi moratori e quant’altro) che facevano schizzare oltremodo la pretesa impositiva e che hanno fatto la disgrazia in particolar modo di quei contribuenti appartenenti alle fasce sociali più basse, verranno riproposti, sotto mentite spoglie e con qualche cambio di denominazione.
D'altronde, nei confronti di quelle stesse regole d’ingaggio contro le quali ora si scaglia il governo, nulla è stato fatto in questi anni permettendo così che continuassero a lievitare al di là di ogni ragionevolezza.
La natura palesemente ingannevole e propagandista dell'operazione che si sta mettendo in campo è tutta qua.
Su tutto, poi, aleggia il rischio che la trasformazione di Equitalia da spa ad ente pubblico economico possa divenire prodromica alla trasformazione di tutto il comparto fiscale in ente pubblico economico.
Una ipotesi realistica, sia perché all’interno del governo ci sono spinte in questa direzione, sia perché, in questi anni, il meccanismo è stato ben avviato mutando la funzione sociale del Fisco da strumento di contrasto all’evasione, in ente di consulenza delle grandi imprese e delle banche, in nome della tanto sbandierata tax compliance.
Un termine che in questi anni ha coperto qualsiasi provvedimento volto ad allargare così tanto le maglie della legge da consentire a grandi imprese e banche di non pagare le tasse "legalmente", in tutta tranquillità.
Una politica fiscale socialmente criminale figlia di quella logica aberrante secondo la quale per rendere appetibile investire in Italia occorrere abbattere il costo del lavoro ed abbassare il carico fiscale sulle imprese.
E così il Fisco, da strumento redistributivo necessario anche per finanziare lo Stato sociale, finisce con l'acuire le diseguaglianze sociali, scaricando tutto il peso della tassazione sui redditi da lavoro dipendente e sui pensionati, mentre i servizi pubblici vengono drasticamente ridotti.
E’ all’interno di questa logica, dunque, che vanno collocate quelle misure contenute nel decreto fiscale e nella legge di stabilità: la riproposizione della vergognosa voluntary disclosure, (anche nella versione domestica), e la riduzione di ben 3,5 punti percentuali dell’IRES, l’imposta pagata dalle società di capitali.
Un ennesimo regalo alle imprese e in particolar modo a quel settore bancario ed assicurativo che maggiormente si avvantaggerà dei rilevanti risparmi di imposta che ne conseguiranno.
Sarà forse perché Confindustria si è apertamente schierata per il SI al referendum?

lunedì 7 novembre 2016

Referendum, menzogna contro democrazia

Le ragioni del «no» sono persino troppe. Una forte mobilitazione è indispensabile per opporsi a una riforma costituzionale costruita sul falso e sull’inganno che cela la sua reale sostanza, antidemocratica e illiberale, con trucchi miserabili.
Lunga è la catena dei «falsi», a cominciare dagli obiettivi dichiarati:
1. Fine del bicameralismo paritario è l’ingannevole slogan. Ma il Senato, in posizione di parità con la Camera esattamente come adesso, partecipa ancora alla più alta forma di legislazione, la revisione della Costituzione e in molti casi alla legislazione ordinaria. Si approvano infatti secondo le regole del bicameralismo paritario leggi di forte rilievo politico: elezione del Senato (art. 55), referendum, Unione europea, ineleggibilità e incompatibilità con l’ufficio di senatore, elezioni e ordinamento di comuni e città metropolitane, e altre ancora (art. 70, comma 1). Il Senato, inoltre, in modi vari e differenziati, ha voce sulla legislazione intera.
2. Falso è anche l’altro facile slogan: iter legislativo semplificato, mentre l’unica semplificazione non riguarda il procedimento legislativo, ma la fiducia al governo che sarà data dalla sola Camera. Basta leggere i commi 3-4 del nuovo articolo 70 per rendersi conto di come l’iter legislativo venga «semplificato»: «Ogni disegno di legge approvato dalla Camera deve essere immediatamente trasmesso al Senato», il quale, entro dieci giorni, può disporre di esaminarlo, e, nei trenta giorni successivi «può deliberare proposte di modifica del testo», e in tal caso si torna alla Camera per la pronuncia «definitiva». Lo schema ha però alcune varianti; a seconda della materia su cui verte la legge e dell’atteggiarsi dei consensi, si prevedono iter legislativi diversi per tempi, termini e maggioranze. In conclusione, per «semplificare», al procedimento attuale si sostituisce una pluralità di procedimenti – sette dice Gaetano Azzariti che ha avuto la pazienza di contarli – più l’ulteriore variante di un possibile intervento del governo nel procedimento legislativo (art. 71, ultimo comma). Incertezze e confusioni apriranno conflitti, che la riforma stessa ritiene inevitabili preoccupandosi di indicare chi dovrà comporli: i presidenti di Camera e Senato d’accordo fra loro. E se non trovassero l’accordo? Una «semplificazione complicante», la si potrebbe definire!
3. È falso che il Senato conti poco e non abbia funzioni di rilievo, come si ripete per toglier peso alle critiche verso la sua inqualificabile composizione (consiglieri regionali che si eleggono fra loro ed eleggono 21 sindaci!). Minimizzarne il ruolo fa parte dell’inganno. Tanto rumore per nulla è l’idea che si vuole accreditare: è inutile perder tempo a discutere sulla composizione di un organo che non conta nulla, che fa cose poco importanti. L’argomento, che si ritorce contro chi lo propone – se il Senato non serve a nulla, perché non abolirlo eliminando le enormi spese di apparato, servizi, sede? – è assolutamente falso.
Il Senato partecipa intanto alla funzione legislativa, la più importante funzione da sempre riservata al popolo sovrano o ai suoi rappresentanti che un sistema democratico non consente sia affidata a un organo scollegato dai cittadini. Proprio questa funzione rende quella composizione più difficile da giustificare, per il costante collegamento di essa con il popolo; un principio antico che attraversa la storia, dai pensatori medievali come Marsilio da Padova, ai massimi giuristi della modernità come Hans Kelsen. L’affermazione di poter fare, da solo, le leggi del suo regno fu una delle accuse a Riccardo II, che poi ritorna negli atti di deposizione di Giacomo II e Carlo I. E su quel principio, risalente agli albori della storia, si basa per intero la nostra struttura costituzionale: la sovranità – disse Meuccio Ruini alla Costituente – «spetta tutta al popolo», e dunque, «il fulcro dell’organizzazione costituzionale» è nel parlamento «che non è sovrano di per sé stesso, ma è l’organo di più diretta derivazione del popolo: e come tale […] ha la funzione di fare le leggi». L’anomala composizione del Senato figlio della riforma, in una democrazia non è assolutamente compatibile con le funzioni ad esso attribuite. Ma il governo non ha consentito ripensamento alcuno.
Al Senato, oltre alla legislazione, restano altre rilevanti funzioni co-stituzionali come l’elezione del presidente della Repubblica e dei giudici costituzionali; e qui, addirittura, grazie alla riforma, il Senato aumenta il suo peso e i senatori diventano determinanti in una scelta tanto delicata per l’equilibrio delle istituzioni di garanzia.
4. È falso che la riforma aumenti le garanzie, come si insiste a dire della modifica delle maggioranze necessarie all’elezione del presidente della Repubblica, organo di garanzia che deve essere super partes. Ad evitare che diventi, invece, espressione della maggioranza di governo la Costituzione esige un ampio consenso: per le prime tre votazioni la maggioranza dei due terzi, dal quarto scrutinio in poi, la maggioranza assoluta dei componenti. La riforma invece, a partire dal settimo scrutinio, prescrive la «maggioranza dei tre quinti dei votanti». La modifica è presentata come un vanto della riforma; sostituendo la maggioranza assoluta (metà più uno) con i tre quinti – si dice – si alza il quorum necessario all’elezione del capo dello Stato e dunque si aumenta la garanzia. Una falsità anche questa, ma il trucco è evidente: la nuova maggioranza richiesta è di tre quinti dei «votanti», non più dei «componenti»; il che fa una bella differenza! La norma svuotata di senso rende agevole al governo e ai suoi fedeli eleggere («portarsi a casa», nel linguaggio del premier e della sua ministra) un presidente su misura. Nel segno del comando, si potrebbe dire, dell’unico comando, che non deve trovare ostacoli sul suo cammino; tantomeno un capo dello Stato indipendente, garante della Costituzione!
Ma è solo un tassello del disegno complessivo. Sempre in tema di istituzioni di garanzia, nella legge di riforma la competenza a eleggere cinque giudici della Corte costituzionale non è più del parlamento in seduta comune; tre li elegge la Camera, che ha 640 membri, e due il Senato che ne ha 100. I numeri parlano. Il divario di potere tra Camera e Senato è evidente, com’è evidente la voglia di mettere le mani sulla Corte attraverso i senatori, «uomini di paglia», la cui obbedienza è persino più sicura di quella di deputati, eletti con una legge truccata, ma pur sempre «eletti» dal popolo.
5. È falso che la riforma costituzionale non cambi la forma di governo. È vero che il testo non ne parla, ma il trucco è proprio qui. La trasformazione risulta da un disegno complessivo il cui perno non è la riforma costituzionale ma la legge elettorale, approvata anch’essa con frenetica velocità perché, senza l’Italicum, la riforma costituzionale non poteva raggiungere l’obiettivo finale: verticalizzare il potere e gestirlo senza ostacoli e limiti.
Siamo di fronte a un doppio inganno (o doppia «furbata»): il primo sta nel modificare la forma di governo in modo indiretto (e meno appa-riscente) con legge ordinaria, la legge elettorale e il suo bel «premio», perno di tutto. Il secondo inganno sta nell’apparente rispetto della condizione richiesta dalla Corte costituzionale per l’attribuzione del premio, l’indicazione di una «soglia». Ma la soglia del 40 per cento prevista dall’Italicum è del tutto fittizia, è apparenza pura, scritta per non mostrare in modo vistoso il contrasto con la sentenza 1/2014. Il 40 per cento in realtà non interessa a nessuno, è un semplice schermo; se non lo si raggiunge, interviene infatti il ballottaggio per il quale nessuna soglia è richiesta. Il trucco è qui, attraverso il ballottaggio il legislatore ha aggirato la sentenza costituzionale: le due liste più votate partecipano qualunque percentuale abbiano ottenuto al primo turno. Così, anche conseguendo un risultato modesto (il 20 per cento o meno) chi vince piglia tutto, e una minoranza esigua, grazie al premio, può dominare il sistema intero: parlamento, governo, istituzioni di garanzia.
Il ballottaggio è la chiave per cambiare la forma di governo, per arrivare in modo traverso all’elezione diretta del premier. Due liste vi partecipano e, nella competizione a due, il vincitore, forte della vittoria, tenderà ad attribuire al voto popolare il valore di un’investitura personale. Così il ballottaggio, fase finale del procedimento di elezione della Camera dei deputati, assumerà il senso di una decisione popolare finalizzata a investire di potere il governo e il suo capo. Il quale – come già Berlusconi – potrà definirsi «l’unto del Signore».
Senza mutare il testo si supera la forma di governo parlamentare; e non per avvicinarsi al modello presidenziale americano col suo sistema di «freni e contrappesi», di limiti reciproci fra «poteri» rigorosamente separati e indipendenti, ma piuttosto al modello autoritario novecentesco che l’Italia ha costruito ed esportato.
6. È falso che la riforma non tocchi la forma di Stato: la democrazia costituzionale ne risulta travolta. Travolta per primo è il sostantivo, «democrazia». I cittadini alla fine sono rimasti senza voce: con un Senato non più eletto dal popolo ma da consiglieri regionali che si eleggono fra loro; con le province abolite che però funzionano ma senza un organo eletto dai cittadini; con una Camera dove, alterata la rappresentanza, domina una maggioranza artificiale creata distorcendo l’esito del voto. Una Camera in cui una simile maggioranza – che può essere una minoranza esigua – è in grado di dominare le istituzioni tutte estendendo la sua influenza oltre la sfera politica, alle stesse istituzioni di garanzia. Così un gruppo di potere può dominare senza trovare limiti politici – le altre forze sono ridotte all’irrilevanza – e neppure limiti giuridico-costituzionali.
Neutralizzati i contrappesi del sistema costituzionale repubblicano, nessun limite infatti è stato creato dal nuovo sistema per contenere l’enorme potere prodotto dai meccanismi distorsivi; nessun freno è posto al concentrarsi di potere nel governo e nel suo capo cui il parlamento non si contrappone, obbedisce. Troppo forte è il vincolo creato dai meccanismi elettorali perché i parlamentari, legati a doppio filo a un vertice da cui dipende la loro rielezione, possano mostrarsi indipendenti.
«Democrazia costituzionale» rischia così di divenire espressione vuota: travolto il sostantivo, è travolto anche l’aggettivo che la qualifica. Il potere, senza limiti e freni, potrà dispiegarsi liberamente, alla faccia del costituzionalismo, della separazione dei poteri, degli «immortali princìpi del 1789», che Mussolini odiava. Non dobbiamo permetterlo!
Il referendum non è – non deve essere – scontro su una persona: non interessa la sorte di Renzi, interessa salvare la «democrazia costituzionale», i nostri diritti, i valori repubblicani. Un triste conformismo vela la vita della Repubblica; la libera stampa, l’informazione tutta già ne risente. Vogliamo liberarci dal pericolo che la nebbia offuschi il nostro orizzonte.

venerdì 4 novembre 2016

Riforma illegittima di un parlamento illegittimo

«Questa riforma (pasticciata e incostituzionale perché viola l’elettività diretta del Senato, il principio di eguaglianza e di razionalità nella composizione del Senato, la rilevanza costituzionale delle autonomie regionali e così via) è stata criticata da ben dieci ex presidenti della Corte costituzionale. Il che non era mai accaduto finora». La Repubblica, 3 novembre 2016 (c.m.c.)
La ragione che già di per sé sola dovrebbe indurre gli elettori a votare No nel prossimo referendum costituzionale, è che il Parlamento eletto per la XVII legislatura è stato dichiarato radicalmente illegittimo dalla Consulta, avendo l’abnorme premio di maggioranza previsto dal Porcellum determinato un’«eccessiva sovra- rappresentazione della lista di maggioranza relativa», in violazione della rappresentanza elettorale, della parità del voto dei cittadini e della stessa sovranità popolare (così la Corte costituzionale nella sentenza n. 1 del 2014).
Infatti, per limitarci agli esempi più rilevanti, grazie al Porcellum, il Pd anziché 165 seggi ottenne 292 seggi, mentre il PdL anziché 148 seggi ne ottenne 97, la lista Monti anziché 57 ne ottenne 37 e il M5S anziché 166 ne ottenne 108. In forza degli ovvii fondamentali principi delle democrazie parlamentari, avrebbe quindi dovuto disporsi l’immediato scioglimento delle Camere da parte del Presidente della Repubblica e la convocazione dei comizi elettorali per un nuovo Parlamento.
Tuttavia la Corte costituzionale — alla luce dell’altrettanto ovvio principio secondo il quale le leggi elettorali sono «”costituzionalmente necessarie”, in quanto “indispensabili” per assicurare il funzionamento e la continuità degli organi costituzionali» — opportunamente avvertì che lo scioglimento delle Camere non avrebbe potuto avvenire se non dopo l’approvazione di nuove leggi elettorali, rispettose della rappresentanza elettorale e della parità del voto.
Pertanto, le leggi che fossero state successivamente approvate nella XVII legislatura — ancorché viziata — , avrebbero dovuto essere considerate legittime grazie al «principio fondamentale della continuità dello Stato» e dei suoi organi costituzionali (così, ancora, la Corte): un principio che però — si badi bene — non si pone, né si può porre, come “alternativo” al principio democratico: irrispettoso del voto popolare come fonte di legittimazione dell’operato delle Camere. Il che è tanto vero che nelle ultimissime battute della sentenza n. 1 del 2014, la Corte, nel richiamare gli articoli 61 e 77 della Costituzione, fa chiaramente comprendere che il principio della continuità avrebbe potuto valere tutt’al più per pochi mesi.
Ciò nondimeno, appena quattro mesi dopo la pubblicazione della sentenza della Consulta e due mesi dopo la costituzione del suo governo, il premier Renzi dava irresponsabilmente inizio ad un percorso di riforma costituzionale, che le opposizioni immediatamente e ripetutamente criticarono, in via preliminare, sia al Senato (e poi anche alla Camera), perché il disegno di legge Boschi si poneva in plateale contrasto con la sentenza della Corte costituzionale. Notevole e assai importante, in tal senso, è il documento contenente la questione pregiudiziale posta dai senatori Crimi, Endrizzi, Magili, Morra e altri (M5S), presentato il 4 luglio 2014, ovviamente respinto dalla maggioranza.
È bensì vero che, in quei primi mesi del 2014, lo scioglimento anticipato delle Camere avrebbe portato alle stelle lo spread nei confronti del Bund tedesco e quindi in quel momento era sconsigliabile. Tuttavia altro è continuare, nell’ordinaria funzione legislativa e di controllo, con un Parlamento delegittimato, ma per un periodo limitato del tempo, altro è l’azzardo istituzionale di dare inizio ad una mega riforma costituzionale con un Parlamento viziato dall’«eccessiva sovra-rappresentazione della lista di maggioranza relativa», con parlamentari “nominati” insicuri di essere rieletti e perciò esposti alla mercé del migliore offerente (le migrazioni da un gruppo all’altro sono state ben oltre 300!).
Non sto qui a ricordare le palesi violazioni procedurali che hanno costellato il procedimento di riforma costituzionale (irrituali sostituzioni di componenti della Commissione Affari costituzionali del Senato, privazione delle opposizione del diritto di avere un relatore di minoranza, applicazione del metodo del “super canguro” per porre fuori gioco gli emendamenti delle opposizioni, e così via) che hanno abbassato il disegno di legge Boschi a livello di una qualsiasi legge ordinaria, né sto a lamentare ancora una volta le plateali violazioni costituzionali poste in essere dalla riforma Boschi da me ripetutamente evidenziate in questo giornale.
È infatti sufficiente ricordare che questa riforma — pasticciata e incostituzionale perché viola l’elettività diretta del Senato, il principio di eguaglianza e di razionalità nella composizione del Senato, la rilevanza costituzionale delle autonomie regionali e così via — è stata criticata da ben dieci ex presidenti e da dieci ex presidenti della Corte costituzionale. Il che non era mai accaduto finora.
Piuttosto è doveroso sottolineare che, nonostante la sua gravità, la violazione della sentenza della Corte e l’illegittimità della XVII legislatura sembrano esser state “rimosse” dalla memoria dei sostenitori del Sì (penso all’intervista di Giorgio Napolitano del 10 settembre su questo giornale) o, quanto meno, “dimenticate” dai sostenitori del No (alludo a Massimo D’Alema, che ritiene che la XVII legislatura andrebbe sciolta alla sua scadenza del 2018!).
La gravità dell’accaduto è invece tale da configurare — qualora l’esito del referendum fosse positivo — un “fatto eversivo” della vigente Costituzione, che pertanto inciderebbe, con la forza del “potere costituente”, sui rapporti Stato-Regioni (e quindi sulla forma di Stato), sulla forma di governo nonché sulla stessa Parte prima della nostra Costituzione.
Cioè sulle forme di esercizio della sovranità popolare, sul principio di eguaglianza, sulla libertà di voto e sugli stessi diritti sociali. Il che avverrebbe grazie ad un Parlamento privo di contro- poteri, con un Senato ridotto ai minimi termini e incapace di funzionare e con i diritti delle opposizioni rimesse ai regolamenti parlamentari alla mercé della maggioranza.

giovedì 3 novembre 2016

Nel governo invisibile: guerra, propaganda, Clinton e Trump

- Il giornalista statunitense Edward Bernays viene spesso presentato come l’inventore della propaganda moderna. Nipote di Sigmund Freud, il pioniere della psicoanalisi, Bernays inventò il termine “relazioni pubbliche” quale eufemismo per manipolazione e inganno. Nel 1929 convinse le femministe a promuovere le sigarette con donne che fumavano durante una parata a New York, un comportamento visto allora come assurdo. Una femminista, Ruth Booth, disse “Le donne! Devono accendere la nuova torcia della libertà! Combattere contro un altro tabù sessista!” L’influenza di Bernays va ben oltre la pubblicità. Il suo più grande successo fu convincere il pubblico statunitense ad entrare nella grande strage della prima guerra mondiale. Il segreto, disse, era “produrre il consenso” del popolo per “controllarlo e dirigerlo secondo la nostra volontà a sua insaputa“. Lo descrisse come “il vero potere decisionale nella nostra società” e lo chiamò “governo invisibile“. Oggi, il governo invisibile non è mai stato così potente e così poco compreso. Nella mia carriera di giornalista e regista non ho mai visto tale dilagante propaganda influenzare la nostra vita oggi, e così poco contestata. Immaginate due città. Entrambe sotto assedio da parte delle forze governative di questi Paesi. Le due città sono occupate da fanatici che commettono atrocità come le decapitazioni. Ma vi è una differenza essenziale. In una delle città, i giornalisti occidentali embedded coi soldati governativi li descrivono come liberatori e con entusiasmo annunciano battaglie e attacchi aerei. Ci sono immagini da prima pagina di questi eroici soldati che fanno la V di vittoria. C’è poca menzione di vittime civili. Nella seconda città, in un Paese vicino, accade quasi esattamente lo stesso. Le forze governative assediano una città controllata dagli stessi fanatici. La differenza è che questi fanatici sono supportati, attrezzati e armati da “noi”, Stati Uniti e Gran Bretagna. Hanno anche un centro mediatico finanziato da Gran Bretagna e Stati Uniti. Un’altra differenza è che le truppe governative che assediano questa città sono i cattivi, condannati per aver aggredito e bombardato la città, esattamente ciò che fanno i soldati buoni nella prima città. Confusione? Non proprio. È il doppio standard, essenza della propaganda. Parlo, naturalmente, dell’assedio di Mosul da parte delle forze governative irachene appoggiate da Stati Uniti e Gran Bretagna e dell’assedio di Aleppo da parte delle forze del governo della Siria, sostenute dalla Russia. Uno è buono; l’altro è cattivo. Ciò che viene raramente riportato è che entrambe le città non sarebbero state occupate da fanatici e devastate dalla guerra se Gran Bretagna e Stati Uniti non avessero invaso l’Iraq nel 2003. Tale crimine fu avviato da bugie sorprendentemente simili alla propaganda che ora distorce il quadro della guerra in Siria. Senza tale propaganda rullante travestita da informazioni, i mostruosi SIIL, al-Qaida, al-Nusra e il resto dei jihadisti non esisterebbero, e il popolo siriano non lotterebbe per la sopravvivenza.
1424287623278 Alcuni possono ricordare quei giornalisti della BBC che nel 2003 sfilavano davanti le telecamere per spiegare che l’iniziativa di Blair era “giustificata” da ciò che divenne il crimine del secolo. Le reti televisive degli Stati Uniti diffusero le stesse giustificazioni di George W. Bush. Fox News invitò Henry Kissinger a dissertare sulle menzogne di Colin Powell. Lo stesso anno, poco dopo l’invasione, ripresi un colloquio a Washington con Charles Lewis, il celebre giornalista investigativo. Gli chiesi: “Cosa sarebbe successo se i media più liberi del mondo avessero seriamente messo in discussione ciò che si è rivelata una rozza propaganda?” Disse che se i giornalisti avessero fatto il loro lavoro, “molto probabilmente non saremmo entrati in guerra con l’Iraq“. Fu una dichiarazione scioccante, confermata da altri giornalisti famosi a cui posi la stessa domanda, Dan Rather della CBS, David Rose dell’Observer e giornalisti e produttori della BBC, che vollero rimanere anonimi. In altre parole, se i giornalisti avessero fatto il loro lavoro, se avessero sfidato e studiato la propaganda invece di amplificarla, centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini sarebbero vivi oggi, e non ci sarebbero SIIL e assedi ad Aleppo e Mosul. Non ci sarebbe stata alcun atrocità nella metropolitana di Londra il 7 luglio 2005, né milioni di rifugiati in fuga e né campi miserabili. Quando l’atrocità terroristica ebbe luogo a Parigi a novembre, il presidente François Hollande inviò immediatamente aerei a bombardare la Siria, creando altro terrorismo, prevedibilmente prodotto dalla magniloquenza di Hollande sulla Francia “in guerra” e “spietata”. La violenza dello Stato e la violenza jihadista si nutrono a vicenda, un dato di fatto che nessun leader nazionale ha il coraggio di affrontare. “Quando la verità viene sostituita dal silenzio“, disse il dissidente sovietico Evtushenko, “il silenzio è una bugia”. L’attacco a Iraq, Libia, Siria si verificò perché i capi di ciascuno di questi Paesi non erano fantocci dell’occidente. Il record dei diritti umani di un Sadam o Gheddafi era irrilevante. Disobbedivano agli ordini e non cedettero il controllo del loro Paese. Lo stesso destino attese Slobodan Milosevic dopo aver rifiutato di firmare un “accordo” che richiedeva l’occupazione della Serbia e la conversione ad un’economia di mercato. I suoi abitanti furono bombardati e perseguiti a L’Aia. Tale indipendenza è intollerabile. Come ha rivelato WikLeaks, quando il leader siriano Bashar al-Assad nel 2009 respinse il gasdotto dal Qatar all’Europa, fu attaccato. Da quel momento la CIA programmò la distruzione del governo della Siria con fanatici jihadisti, gli stessi che attualmente tengono in ostaggio il popolo di Mosul e dei quartieri di Aleppo. Perché i media non ne parlano? Un ex-funzionario degli Esteri inglese, Carne Ross, responsabile delle sanzioni operative all’Iraq, disse, “Abbiamo fornito ai giornalisti pezzi accuratamente ordinati e li tenevamo a bada. Ecco come funzionava“.
L’alleata medievale dell’occidente, l’Arabia Saudita, a cui Stati Uniti e Gran Bretagna vendono miliardi di dollari in armi, attualmente distrugge lo Yemen, un Paese povero che nel migliore dei casi ha la metà dei bambini malnutrita. Guardate su YouTube e vedrete il tipo di bombe enormi, le “nostre” bombe, che i sauditi usano contro i villaggi della terra martoriata e contro matrimoni e funerali. Le esplosioni sembrano piccole bombe atomiche. Coloro che sganciano queste bombe dall’Arabia Saudita collaborano con ufficiali inglesi. Non se ne sente parlare al telegiornale della sera. La propaganda è più efficace quando il nostro consenso è prodotto da élite istruite ad Oxford, Cambridge, Harvard, Columbia e che fanno carriera nella BBC, The Guardian, New York Times, Washington Post. Tali media si presentano progressisti, illuminati, tribune progressive della moralità. Sono antirazzisti, ambientalisti, femministi e pro-LGBT. E amano la guerra. Allo stesso tempo difendono il femminismo e sostengono le guerre rapaci che negano i diritti a innumerevoli donne, anche alla vita. Nel 2011 la Libia, uno Stato moderno, fu distrutta con la scusa che Gheddafi compisse un genocidio contro il proprio popolo. Le informazioni fluivano, ma non vi era alcuna prova. Erano menzogne. In realtà, Gran Bretagna, Europa e Stati Uniti volevano ciò che amano chiamare “cambio di regime” in Libia, il più grande produttore di petrolio in Africa. L’influenza di Gheddafi sul continente e, in particolare, la sua indipendenza erano intollerabili. Così fu ucciso pugnalato alla schiena da fanatici sostenuti da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. Davanti le telecamere Hillary Clinton ne applaudì la morte orribile, dicendo: “Siamo venuti, abbiamo visto ed è morto!” La distruzione della Libia fu un trionfo mediatico. Mentre rullavano i tamburi di guerra, Jonathan Freedland scrisse sul Guardian: “Anche se i rischi sono reali, il caso d’intervento rimane forte“. Intervento. Una parola educata, benigna, molto “Guardian“, il cui vero significato per la Libia fu morte e distruzione. Secondo i propri dati, la NATO lanciò 9700 “attacchi aerei contro la Libia”, di cui oltre un terzo su obiettivi civili. Tra questi, missili con testate all’uranio. Vedasi le foto delle macerie a Misurata e Sirte, e le fosse comuni individuate dalla Croce Rossa. Il rapporto dell’UNICEF sui bambini uccisi dice “la maggior parte aveva meno di dieci anni“. Risultato diretto, Sirte è diventata la capitale dello Stato Islamico. L’Ucraina è un altro trionfo mediatico. I rispettabili giornali liberal come New York Times, Washington Post e The Guardian, ed emittenti tradizionali come BBC, NBC, CBS e CNN, hanno svolto un ruolo cruciale nel fare accettare al loro pubblico una nuova e pericolosa guerra fredda. Tutti hanno distorto gli eventi in Ucraina per mostrare una Russia malvagia, mentre in realtà il colpo di Stato in Ucraina nel 2014 fu opera degli Stati Uniti, aiutati da Germania e NATO. Tale sovversione della realtà è così pervasiva che le minacce militari di Washington alla Russia vengono ignorate; tutto è oscurato da una campagna di denigrazione e paura come quella che vissi durante la prima guerra fredda. Ancora una volta, i Russkoffs cercano d’infastidirci guidati da un nuovo Stalin, che The Economist raffigura come il diavolo. L’occultamento della verità sull’Ucraina è uno delle più totali censura che abbia mai visto. Fascisti che hanno progettato il colpo di Stato a Kiev, dello stesso stampo di coloro che sostennero l’invasione nazista dell’Unione Sovietica nel 1941. Mentre si hanno timori sull’avanzata dell’antisemitismo fascista in Europa, alcun capo menziona i fascisti in Ucraina, ad eccezione di Vladimir Putin, ma non conta. Molti media occidentali lavorano duramente per presentare la popolazione russofona dell’Ucraina come stranieri nel proprio Paese, come agenti di Mosca, quasi mai come gli ucraini che vogliono la federazione dell’Ucraina, come cittadini ucraini che resistono a un colpo di Stato orchestrato dall’estero contro il governo legittimo. Tra i guerrafondai regna quasi la stessa eccitazione dell’assemblea di classe. I banditori del Washington Post incitano alla guerra contro la Russia sono gli stessi che pubblicarono le menzogne sulle armi di distruzione di massa di Sadam Husayn.
edward_bernays-remodified Per la maggior parte di noi, la campagna presidenziale degli Stati Uniti è un fenomeno da baraccone in cui Donald Trump interpreta il ruolo del cattivo. Ma Trump è odiato da chi è al potere negli Stati Uniti per ragioni che hanno poco a che fare con il suo comportamento e le opinioni odiosi. Per il governo invisibile di Washington, l’imprevedibile Trump è un ostacolo al piano statunitense per il 21° secolo, mantenere il dominio degli Stati Uniti ed attaccare la Russia e forse la Cina. Per i militaristi di Washington, il vero problema con Trump è che nei suoi momenti di lucidità non vuole la guerra con la Russia; vuole parlare con il presidente russo, non combatterlo; dice che vuole parlare con il presidente della Cina. Nel primo dibattito con Hillary Clinton, Trump ha promesso di non essere il primo ad usare le armi nucleari in un conflitto. Ha detto: “Io certamente non effettuerei il primo colpo. Dopo aver scelto l’opzione nucleare, è finita“. I media non ne hanno parlato. In realtà che pensa? Chi lo sa? Si contraddice più volte. Ma ciò che è chiaro è che Trump è considerato una grave minaccia allo status quo dall’ampio apparato della sicurezza nazionale che guida gli Stati Uniti, a prescindere dall’inquilino della Casa Bianca. La CIA vuole vederlo sconfitto. Il Pentagono vuole vederlo sconfitto. I media vogliono vederlo sconfitto. Anche il suo partito vuole vederlo sconfitto. È una minaccia per i capi mondiali, a differenza di Clinton che non lascia alcun dubbio di esser pronta alla guerra contro la Russia e la Cina, due Paesi che possiedono armi nucleari. La Clinton ha l’esperienza, come si vanta spesso. In effetti, non ha più nulla da dimostrare. Come senatrice ha sostenuto lo spargimento di sangue in Iraq. Quando concorreva contro Obama nel 2008 minacciò di “distruggere completamente” l’Iran. Come segretaria di Stato, ha voluto distruggere i governi di Libia e Honduras e provocò la Cina. Ha promesso la no-fly zone in Siria, una provocazione diretta alla Russia. Clinton potrebbe diventare il presidente più pericoloso degli Stati Uniti della mia vita, un titolo dalla dura concorrenza. Senza alcuna prova, ha accusato la Russia di sostenere Trump e piratare le sue e-mail. Pubblicate da Wikileaks, le e-mail rivelano ciò che ha detto in privato, nel suo discorso ai ricchi e potenti, il contrario di ciò che dice in pubblico. Ecco perché è così importante mettere a tacere e minacciare Julian Assange. A capo di Wikileaks, Julian Assange sa la verità. E permettetemi di rassicurare tutti gli interessati, sta bene e Wikileaks funziona a pieno.
Oggi c’è la maggiore corsa agli armamenti degli Stati Uniti dalla seconda guerra mondiale, nel Caucaso e in Europa orientale, al confine con la Russia, in Asia e Pacifico, dove la Cina è il bersaglio. Ricordatelo quando il circo delle elezioni presidenziali si concluderà l’8 novembre, se Clinton vincesse, un coro di commentatori senza cervello ne celebrerà l’incoronazione come importante passo avanti per le donne. Nessuno ricorda le vittime di Clinton: donne siriane, donne irachene, donne libiche. Nessuno menziona le esercitazioni della protezione civile in Russia. Nessuno ricorda la “torcia della libertà” di Edward Bernays. Un giorno, il portavoce presso la stampa di George Bush definì i media “utili complici”. Venendo da un alto funzionario di un’amministrazione le cui bugie, aiutate dai media, causarono tanta sofferenza, tale descrizione è un avvertimento dalla storia. Nel 1946, il procuratore del Tribunale di Norimberga disse dei media tedeschi: “Prima di ogni grande aggressione avviarono campagne stampa volte ad indebolire le vittime e a preparare psicologicamente il popolo tedesco all’attacco. Nel sistema di propaganda, la stampa quotidiana e la radio furono le armi più importanti“.