giovedì 30 aprile 2015

Costituzione, il brutto pasticcio di una riforma sbagliata

L’isteria con cui il governo avanza nella discus­sione sulla riforma della Costi­tu­zione e sulla legge elet­to­rale è un fatto del tutto nuovo nel nostro paese, e per que­sto deve farci riflet­tere. La neces­sità di attuare le riforme, da noi con­di­visa, non può pre­scin­dere da un per­corso di con­fronto e di ascolto sul merito delle que­stioni, e invece il governo si limita all’affermazione, più volte ripe­tuta dal mini­stro Boschi, «abbiamo già discusso». Le riforme isti­tu­zio­nali per la loro spe­ci­fica natura devono essere appro­vate con il più ampio con­senso e non a colpi di maggioranza.
La Cgil da tempo sostiene il supe­ra­mento del bica­me­ra­li­smo per­fetto, l’istituzione di una Camera rap­pre­sen­ta­tiva delle Regioni e delle auto­no­mie locali e la modi­fica del Titolo V della Costi­tu­zione. La stessa modi­fica del Titolo V appor­tata nel 2001 sulla quale è una­nime il giu­di­zio nega­tivo per aver pro­dotto un con­fuso fede­ra­li­smo con una forte sovrap­po­si­zione tra le pre­ro­ga­tive dello Stato e quelle delle Regioni, ci dimo­stra che non basta volere il cam­bia­mento, biso­gna anche saperlo pro­muo­vere e soprat­tutto qualificare.
Nel merito della discus­sione, ciò che ci pre­oc­cupa mag­gior­mente è il com­bi­nato dispo­sto della modi­fica costi­tu­zio­nale con la nuova legge elettorale.
La riforma costi­tu­zio­nale pro­po­sta dal governo intro­duce un pro­ce­di­mento legi­sla­tivo far­ra­gi­noso e non fa della seconda camera un luogo di rap­pre­sen­tanza delle isti­tu­zioni locali ade­guato a defi­nire un nuovo equi­li­brio isti­tu­zio­nale, reso ancor più neces­sa­rio dall’accentramento di com­pe­tenze legi­sla­tive pre­vi­sto dalle modi­fi­che pro­po­ste nel Titolo V.
Per noi il pro­blema non è l’elezione diretta dei sena­tori, ma quali saranno i poteri della seconda camera del Par­la­mento. Se il Senato deve rap­pre­sen­tare le Regioni e le Auto­no­mie, in una logica di equi­li­brio tra Stato, Regioni e Comuni e con l’obiettivo di eser­ci­tare la neces­sa­ria coo­pe­ra­zione isti­tu­zio­nale tra i dif­fe­renti livelli di governo, deve poter votare le leggi che hanno una rica­duta ter­ri­to­riale, a comin­ciare dalle risorse. Nell’attuale testo di riforma, invece, si attri­bui­sce a Palazzo Madama la pote­stà legi­sla­tiva piena sulla Costi­tu­zione, ma non sui prin­ci­pali prov­ve­di­menti che inte­res­sano Regioni e autonomie.
Que­sta situa­zione, uni­ta­mente ad una legge elet­to­rale come l’Italicum, che pre­vede un bal­lot­tag­gio con regole sba­gliate e deter­mina una grave incer­tezza su chi sce­glie real­mente i depu­tati che sie­de­ranno a Mon­te­ci­to­rio, potrebbe por­tare ad una peri­co­losa con­tra­zione democratica.
Nella legge elet­to­rale, noi non con­te­stiamo che il pre­mio di mag­gio­ranza venga dato al secondo turno, ma rite­niamo che per quest’ultimo deb­bano valere regole diverse da quelle con­te­nute nel testo gover­na­tivo. L’Italicum non pre­vede né la pos­si­bi­lità dell’apparentamento, né una soglia che per­metta il bal­lot­tag­gio uni­ca­mente tra par­titi con una rap­pre­sen­tanza pari, almeno, al 50% degli elet­tori del primo turno, come avviene in Fran­cia per l’elezione dell’assemblea nazio­nale, dove in caso di man­cato supe­ra­mento di tale soglia il bal­lot­tag­gio è allar­gato ai primi tre candidati.
Senza que­ste pre­vi­sioni si rischia di dare la mag­gio­ranza asso­luta dei seggi a una forza poli­tica che ha con­qui­stato solo il 20% dei voti al primo turno. Al con­tra­rio, l’auspicata sem­pli­fi­ca­zione isti­tu­zio­nale che si avrebbe con il supe­ra­mento del bica­me­ra­li­smo per­fetto, richiede neces­sa­ria­mente un sistema elet­to­rale in grado di garan­tire un forte man­dato ai depu­tati, che renda l’aula di Mon­te­ci­to­rio la sede della rap­pre­sen­tanza poli­tica del paese in tutta la sua com­ples­sità, senza mor­ti­fi­care, in nome del prin­ci­pio di gover­na­bi­lità che deve essere comun­que tute­lato, il plu­ra­li­smo politico.
I muta­menti dell’organizzazione demo­cra­tica posti dalla moder­nità e i cam­bia­menti del sistema isti­tu­zio­nale pro­po­sti nei dise­gni di legge rimet­tono in discus­sione il rap­porto che esi­ste tra governo, par­la­mento e cit­ta­dini. Si pone dun­que l’esigenza di rive­dere, in modo ade­guato, gli stru­menti di par­te­ci­pa­zione attiva della popo­la­zione. Su que­sto fronte pen­siamo che con la riforma costi­tu­zio­nale si sia persa un’occasione: il governo ha appor­tato delle pic­cole e insuf­fi­cienti modi­fi­che al refe­ren­dum abro­ga­tivo e alla pro­po­sta di legge di ini­zia­tiva popo­lare, e nel pre­ve­dere l’istituzione del refe­ren­dum pro­po­si­tivo e di indi­rizzo lo ha riman­dato ad una suc­ces­siva legge costi­tu­zio­nale, senza fis­sarne cri­teri e para­me­tri, rin­vian­done di fatto la reale introduzione.
Poi­ché siamo nell’epoca delle isti­tu­zioni sovra­na­zio­nali e della velo­cità, c’è biso­gno di rie­qui­li­brare il rap­porto tra governo, par­la­mento e popolo attra­verso un’idea della demo­cra­zia che pre­veda l’espressione del popolo nel merito delle grandi scelte. Que­sta, secondo noi, deve essere la nuova fron­tiera degli stati demo­cra­tici moderni e deve diven­tare il prin­ci­pio di governo anche nei grandi stati, non solo nei pic­coli, altri­menti si rischia una demo­cra­zia rove­sciata in cui i governi deci­dono e i popoli si devono adeguare.

mercoledì 29 aprile 2015

Il Neoliberalismo americano

La generalizzazione della forma – impresa a ogni aspetto della realtà sociale trova il suo correlato d’applicazione individuale nell’homo oeconomicus, quest’ultimo diventa un elemento intangibile rispetto all’esercizio del potere, è chi obbedisce al proprio interesse, colui il cui interesse giunge spontaneamente a convergere con l’interesse altrui. Dal punto di vista della governamentalità l’homo oeconomicus è il soggetto e l’oggetto del laissez – faire, colui che è possibile, maneggiare e che risponde sistematicamente alle modificazioni sistematiche dell’ambiente sociale ad opera dall’economia di mercato, esso è eminentemente governabile.
Homo Oeconomicus e Soggetto di Diritto
Andando nel dettaglio si può osservare che il fenomeno dell’homo oeconomicus trova la sua origine nel soggetto d’interesse nato con l’empirismo inglese in particolare con Locke il quale definisce il soggetto non in base alla libertà, bensì come soggetto di scelte individuali e allo stesso tempo irriducibili e non trasmissibili. Il principio che guida la prassi di tale soggetto è appunto l’interesse, gli individui stipulano contratti si uniscono in gruppi sociali solo per tutelare i propri interessi. Ne segue che l’individuo atomizzato giacché soggetto d’interesse diventa il luogo di una vera e propria “meccanica degli interessi” che fonda la società stessa e che funziona in conformità a una logica egoistica – moltiplicatrice, infatti, più il soggetto seguirà il proprio interesse più si realizzerà un profitto generale, la volontà di ciascuno finirà così con lo accordarsi spontaneamente/involontariamente con la volontà e l’interesse altrui.
La “mano invisibile” del mercato e la necessaria ignoranza del sovrano
Per capire quanto vi sia di nuovo nel concetto, foucaultiano di homo oeconomicus dal punto di vista del problema del potere, il filosofo francese prende in esame la nozione d’interesse in Condorcet, per quest’ultimo l’interesse di ciascuno, il modo in cui tale interesse si realizza, è a legato a una massa di eventi che sfuggono agli stessi individui. Tuttavia allo stesso tempo l’interesse di questo individuo, senza che neppure lo voglia, si connette a tutta una serie di effetti positivi che faranno si che tutto ciò che per lui è vantaggioso andrà a profitto anche per gli altri. L’homo oeconomicus si trova così sia in un doppio involontario: involontari sono gli accidenti che gli capitano e involontario è il profitto che produce per la collettività senza averlo cercato – sia in un doppio indefinito: indefiniti, non totalizzabili sono gli accidenti che da cui dipende il suo interesse, indefinito è il profitto che produce per gli altri mentre produce il proprio. Doppio involontario e doppio indefinito fondano e danno effettività al calcolo individuale del soggetto d’interesse che a sua volta troverà il proprio correlato economico nella “mano invisibile” del mercato di A. Smith come meccanica che, permette il funzionamento dell’homo oeconomicus come soggetto d’interesse individuale all’interno di una totalità che gli sfugge e che tuttavia fonda la razionalità (irrazionale) delle sue scelte egoistiche. L’invisibilità del meccanismo economico comporta e fa in modo che nessun agente economico possa cercare il bene collettivo, non solo, nessun agente politico deve intervenire, il mondo dell’economia resta oscuro anche al “sovrano” e ciò per due motivi:
Il governo non deve ostacolare la ricerca dell’interesse individuale, inoltre il sovrano non può avere un punto di vista totalizzante sul meccanismo economico, poiché la razionalità economica è fondata proprio sull’inconoscibilità della totalità di tale processo. La razionalità dell’homo oeconomicus deve essere l’unica isola all’interno di un processo economico il cui carattere incontrollabile fonda la stessa razionalità del comportamento atomistico dell’homo oeconomicus. Il liberalismo nasce dunque dall’incompatibilità tra la molteplicità non totalizzabile caratteristica dei soggetti d’interesse e l’unità totalizzante del potere sovrano.
L’homo oeconomicus fa decadere il potere sovrano nella misura in cui mette a nudo l’incapacità da parte del sovrano di dominare la totalità dell’ambito economico. Da questo punto di vista l’uomo – impresa rappresenta la sfiducia politica nei confronti della concezione giuridica del sovrano. Come fa il potere a ovviare a tale situazione? Cioè a intervenire in maniera puramente formale nell’ambito economico senza però che l’azione di governo risulti totalmente paralizzata? Prima di tutto il sovrano dovrà occuparsi di tutto tranne che del mercato, secondo il sovrano dovrà rispettare l’evidenza delle leggi di mercato, ciò vorrà dire che il potere statale dovrà sorvegliare il corretto andamento del processo economico. Tuttavia tali situazioni sono a uno sguardo attento solamente virtuali, la soluzione consisterà nel fatto che la governamentalità sarà assicurata da un nuovo ambito di riferimento che integri l’homo oeconomicius e soggetto di diritto nella misura in cui fanno parte di un insieme complesso. L’arte di governo liberale trova il proprio riferimento, il proprio terreno d’azione nell’invenzione nel concetto di società civile.

martedì 28 aprile 2015

Scuola, l'avvio del nuovo anno scolastico sarà "un calvario"

L’avvio del prossimo anno scolastico “sarà quasi un calvario per le scuole italiane”. Lo sottolineano gli esperti di Tuttoscuola, che puntano il dito contro il ritardo di approvazione definitiva della legge sulla Buona Scuola. Un “ritardo inevitabile anche se si decidesse in extremis di spacchettare il piano di assunzioni”. Per Tuttoscuola i 101 mila docenti di cui il Miur ha previsto l’assunzione, “con ogni probabilità arriveranno verso Natale” e fino ad allora dovranno essere nominati supplenti, senza poter garantire ai ragazzi una continuità didattica.
La differenza rispetto ai ritardi e le difficoltà, che accompagnano ogni anno l’avvio dell’anno scolastico, è che questa volta le difficoltà potrebbero riguardare la totalità dei territori. Inoltre nelle grandi città metropolitane, “dove le procedure di nomine hanno ormai cronicamente tempi lunghi” gli esperti prevedono che “vi potrebbero essere in successione più nomine di supplenti fino all’arrivo dell’avente titolo: prima i supplenti nominati dal dirigente scolastico, poi quelli nominati dagli ex-provveditorati agli studi (Usp) e poi i nuovi immessi in ruolo. “In barba alla continuità didattica”.
Italicum come la Buona Scuola? Questa settimana cominciano il dibattito e le votazioni su due leggi che riguardano, da una parte, il funzionamento del sistema politico in generale (il cosiddetto Italicum sulla legge elettorale), e dall’altra il funzionamento del sistema scolastico, il Ddl sulla Buona Scuola. “Se Renzi appare sempre più deciso a far passare la nuova legge elettorale alla Camera anche rischiando la spaccatura del Pd e giungendo a chiedere il voto di fiducia su di essa, - sottolineano gli osservatori - analoga sembra essere la prospettiva del Disegno di legge sulla scuola”.
Lungo l’iter parlamentare della riforma infatti, ci sono circa 2.400 emendamenti, da vagliare, senza contare “l’opposizione dura e unitaria (anche se con sfumature e motivazioni diverse) dei cinque sindacati ‘rappresentativi’ e delle tante sigle soprattutto di precari”. Allo stesso tempo urgono misure necessarie per l’assunzione dei cocenti precari. “Anche in questo caso, - comentano gli esperti - recepito un certo numero di emendamenti, sostenuti anche dall’interno della maggioranza, potrebbe riaffacciarsi l’ipotesi del ricorso al decreto legge, e non solo per le assunzioni. Destini paralleli per le due leggi simbolo dell’era Renzi?

lunedì 27 aprile 2015

Scandali nel mondo finanziario, due pesi e due misure. Anche così la crisi arricchisce i soliti noti

Sono passati ormai quasi sette anni dallo scoppio della crisi e le speranze che molti allora avevano, in relazione a quanto era emerso sulla scena, che si arrivasse ad una profonda riforma del sistema finanziario, sono andate per la gran parte deluse.
Certo, qualcosa è stato fatto nel frattempo negli Stati Uniti ed in Europa (soprattutto nel primo paese), ma molto di meno di quanto sarebbe stato necessario; nella sostanza, così, la situazione non sembra molto migliorata da allora. Ogni tanto, in relazione a qualche avvenimento che conferma che il quadro non è confortante, qualcuno lancia degli allarmi sull’arrivo più o meno prossimo di una nuova crisi, ma poi tutto rientra nell’ordine.
In questo breve articolo abbiamo raccolto alcune delle notizie apparse di recente sulla stampa più o meno specializzata a proposito dei problemi finanziari che continuano a manifestarsi in misura importante dai due lati dell’Atlantico.
La condanna della Deutsche Bank
Uno degli scandali più gravi e più significativi di cui abbiamo avuto notizia dopo la crisi hanno riguardato la manipolazione del Libor, l’indice di riferimento sulla piazza di Londra, per la maggior parte dei prestiti che vi vengono negoziati e che ammontano attualmente a 350 trilioni di dollari.
Si è scoperto già qualche anno fa che una quindicina di grandi banche internazionali truccavano i dati sulla consistenza di tale indice per guadagnarci ovviamente più denaro. Il caso mostra, tra l’altro, come il sistema finanziario internazionale sia ormai per la gran parte una gigantesca associazione a delinquere tollerata dagli stati e dagli enti di regolazione.
Già sei banche sono state così condannate a pagare delle multe molto elevate in proposito; ora è la volta della Deutsche Bank, obbligata in questi giorni dalle autorità statunitensi e britanniche a versare una penale di ben 2,5 miliardi di dollari, di cui circa 2,3 miliardi a varie autorità degli Stati Uniti, 0,2 miliardi a quelle inglesi. Diversi altri istituti seguiranno nei prossimi mesi.
Gli strali dei regolatori si sono poi anche diretti contro sette funzionari della banca tedesca - nessuno dei quali di alto livello-, di cui è stato chiesto dalle autorità americane il licenziamento.
La riflessione che si può fare in proposito è quella relativa alla poca verosimiglianza della responsabilità di funzionari di rango relativamente poco elevato, mentre i vertici della banca sono stati lasciati in pace. Possibile che essi non sapessero della manipolazione dei tassi?
Ma la notizia appare coerente con il fatto che dallo scoppio del primo scandalo ad oggi (essi sono ormai decine) nessun alto dirigente è stato condannato dalla giustizia americana o da quella inglese, mentre sono stati colpiti o dei cani sciolti, come a suo tempo Henry Madoff, o dei funzionari di basso rango.
Si registra in effetti in questi giorni un altro caso, quello del britannico signor Navinder Singh Sarao, di cui le autorità Usa chiedono ora l’estradizione. Egli avrebbe usato tecniche manipolatorie sui mercati finanziari ed avrebbe in particolare provocato, cosa abbastanza inverosimile, il crollo improvviso della borsa di New York il 6 maggio 2010; ma lo stesso tipo di manovre vengono usate tutti i giorni dalle grandi istituzioni. Perché prendersela solo con un operatore indipendente di non grande rilievo?
Il caso della HSBC
La HSBC è una grande banca britannica ed una delle più grandi del mondo. Anche essa è stata coinvolta in molte inchieste internazionali negli ultimi anni ed è stata chiamata a pagare multe molto salate alle autorità di vigilanza; il suo caso appare ancora più grave complessivamente di quello della Deutsche Bank. La deplorazione del suo comportamento passato è stata unanime. Nessun dirigente dell’istituto è stato peraltro condannato per cattivo comportamento.
Ma ora la banca, alla vigilia delle elezioni britanniche, ha appena annunciato che forse abbandonerà Londra come suo quartier generale, ciò che comporterebbe, tra l’altro, la perdita di molte migliaia di posti di lavoro nella City e che si trasferirà probabilmente ad Hong Kong.
La ragione ufficiale della paventata mossa appare quella relativa al fatto che i costi fiscali e quelli regolamentari appaiono in Gran Bretagna, a detta dei responsabili dell’istituto, come ormai troppo pesanti. Anche questa notizia appare per molti versi incredibile.
La Grecia, l’Ucraina, il Fondo Monetario Internazionale
Questa volta la vicenda riguarda non delle singole istituzioni, ma dei paesi.
In questi giorni il fondo monetario internazionale sta esaminando con molta durezza, insieme alle autorità dell’Unione Europea e alla BCE, la pratica della Grecia e la trattativa sembra molto difficile, tanto che si paventa una prossima rottura delle trattative con gravi conseguenze per il paese. Si fanno richieste impossibili e si fa la faccia feroce.
Ma in queste stesse settimane le stesse autorità stanno esaminando un altro dossier, quello dell’Ucraina. Il paese era messo molto male già prima dello scoppio della “rivoluzione” di piazza Maidan, tanto che si paventava il crack. Ma ora con le spese della guerra, la perdita di una parte del territorio, la persistenza di vasti fenomeni corruttivi negli apparati pubblici, la situazione si è ancora aggravata e il paese appare sull’orlo del fallimento.
Questa volta, però, il fondo monetario e le autorità europee fanno gli occhi dolci. Il dossier è stato analizzato in modo molto veloce; il fondo ha presto deciso di intervenire prestando al paese quasi alla cieca ben 17,5 miliardi di dollari; non solo, ma tale prestito è subordinato al taglio del debito pubblico, da parte della stessa Ucraina, per 15,3 miliardi di dollari. Lo stesso fondo incoraggia così il paese a non pagare i creditori, ipotesi che suscita enorme scandalo nel caso greco.
Anche l’Unione Europea e gli Stati Uniti faranno la loro parte, con degli altri prestiti.
Certamente due pesi e due misure. Chissà poi perché…
Avanti sino al prossimo scandalo.

domenica 26 aprile 2015

Quanto vale l’agricoltura italiana?

In quest’epoca per sembrare decisi e veritieri occorrono numeri e percentuali, qualcosa che colpisce subito l’attenzione di chi vuole ascoltare (o nel nostro caso di chi vuol leggere); affinché un ragionamento politico abbia la possibilità di poter essere dibattuto occorre collegarlo al mero ragionamento economico. Qualità della vita? No, grazie. Accontentiamo allora il grande pubblico e parliamo chiaramente, quanto vale l’agricoltura italiana? 48 miliardi di euro all’anno, circa il 17% del Pil nazionale. Per non parlare di quanto perdiamo a causa delle “agromafie”: 15, 4 miliardi di euro all’anno. Adesso abbiamo guadagnato l’attenzione dei più.
Siamo il terzo produttore europeo nel comparto agricolo, e non si tratta solo di “buon cibo” o “buona cucina”, questo è un settore, specialmente in Italia, con enormi potenzialità. Non abbiamo un progetto, un disegno lungimirante riguardo alle politiche agricole dai tempi del ventennio: ricordate la battaglia del grano e la lotta per le bonifiche? Oltre a una lacuna abissale per quanto riguarda i programmi lungimiranti, non c’è tutela di questo settore da parte della classe dirigente nostrana. Il cibo italiano è tra i cibi maggiormente contraffatti al mondo e ogni anno perdiamo milioni e milioni di euro per la non-salvaguardia dei nostri prodotti. In ambito europeo siamo sobbarcati di prodotti agricoli scadenti che, ben miscelati con prodotti nostrani di marchi D.O.P. e altamente qualificati dal punto di vista nutrizionale, vengono offerti sul mercato come prodotti di alta qualità. Un esempio? Esiste una vera e propria speculazione che gioca sulle percentuali affinché un olio “standard” diventi magicamente “extra vergine”. Un altro punto fondamentale sono le condizioni ambientali di alcuni storici territori come la “terra dei fuochi” o le coltivazioni di riso nella pianura padana che non hanno nulla da invidiare quanto ad inquinamento. Non esiste prevenzione in questo settore, eppure, se “lo chiede l’Europa”, siamo capaci di abbattere centinaia di ulivi secolari in Salento a causa della “xylella” fastidiosa senza muovere un dito danneggiando economicamente un territorio splendido.
In Europa siamo 500 milioni di persone delle quali solo 9 milioni lavorano stabilmente nel settore primario sfamando il resto della popolazione. Dall’inizio del nuovo millennio i prezzi dei prodotti agricoli crescono sempre più e la domanda di cibo mondiale aumenta esponenzialmente. Una vera e propria sfida scientifica su come far rendere di più i propri terreni e su come aumentare la produzione. Le multinazionali alimentari (le stesse che sponsorizzano Expo) come la Monsanto rispondono che il futuro sono gli OGM e preparano il campo con il T.T.I.P. , ma chi ci guadagna? Di certo non i coltivatori italiani che saranno schiacciati dalle holding. C’è una vasta prateria dove si può investire, creare nuovi posti di lavoro e soprattutto guadagnare salvaguardando la qualità della vita. Per una volta perché non siamo noi i primi a intraprendere un nuovo percorso?

venerdì 24 aprile 2015

Il bar spot di Renzi

Di solito i bari e i prestigiatori si guardano bene dallo svelare i propri trucchi, il modo con cui fanno spuntare assi o tesoretti dalla manica, il sistema con cui estraggono conigli dal cappello. Ma Renzi che deve ormai sostituire la fumisteria dell’uomo del nuovo con un consolidamento oligarchico di potere via legge elettorale, non ce l’ha fatta a tacere e ha finalmente svelato la miserabile trama attraverso cui si è svolta la sua ascesa, l’alfa e l’omega della sua narrazione.
Domenica scorsa a Mantova, mentre era lì a promettere soldi che non ci sono per il terremoto del 2012, secondo il suo solito metodo di imbonitore per allocchi, ha finalmente svelato il suo segreto: “è meglio fare degli errori che stare nella palude”. Non è soltanto l’ammissione esplicita della fallibilità del suo governicchio ormai alle prese con i nodi che vengono al pettine, ma l’espressione di tutta la sua strategia e filosofia del consenso: non ha importanza ciò che si fa, dove si vuole andare, ma il moto stesso che sia reale o immaginario, che sia un twitter o una normativa. Se poi all’interno di questo kinetoscopio mediatico si realizzano progetti infami come il job act, passando dalla palude all’inferno, la cosa non danneggia più di tanto: sul piano psicologico, almeno a breve termine, prevale la senzazione che si cambi qualcosa, che si abbia l’impressione di dinamicità.
Renzi fa parte di quella generazione che parla nativamente il linguaggio muto del liberismo e della pubblicità dove ciò che conta è il contenuto emotivo, non la sostanza, dove si impongono il marchio, il brand e non gli oggetti concreti. Questo linguaggio da emisfero destro, che ha soppresso del tutto quello politico e razionale parla di “riforme” senza mai specificare quali e perché: il cambiamento è comunque positivo secondo i modi di pensiero imposti dal mercato. Parla di democrazia senza curarsi di andare a vedere dentro la scatola nera della reale possibilità di partecipazione dei cittadini e permettendo di attribuire il passaporto democratico a tutto e il contrario di tutto. Del resto la politica è ormai sprofondata in un vuoto pneumatico, si è ridotta a pura gestione di un’economia che fa la legalità piuttosto che esserne regolata o meglio a pura gestione della politica espressa da poteri reali non elettivi. Dunque il ricorso a una lingua fatta di evocazioni e suggestioni è obbligato, si costituisce come comunicazione senza informazione.
Il cammino è stato lungo perché dapprima questa mutazione di sostanza e di linguaggio è stata nascosta dietro la polemica contro la complessità di un discorso che escludeva gran parte dei cittadini, che “non parlava alla gente” e che alla fine è sfociata nello slogan e nel twitter cioè in cose che parlano alla gente per trarla in inganno. Il politologo americano Murray Edelman sosteneva che il linguaggio si definisce politico non perché usato dai politici, ma perché è il linguaggio attraverso cui si esprime una relazione di potere: l’espressione mediata dalla pubblicità non è altro che la prova di una nuova e inquietante natura di rapporto tra potere e cittadini nel quale il non detto, l’illusione o la bugia sistematica sono il correlato. Se però il vecchio Berlusconi e la sua banda, figli di un tempo precedente, usano platealmente un linguaggio di persuasione spottesca con la consapevolezza di farlo, spesso cadendo nella balla stratosferica (è di oggi la ridicola affermazione del relittuoso cavaliere di essere il terzo obiettivo dell’Isis) , Renzi considera tutto questo talmente naturale e consustanziale all’essenza del nuovo, da svelarlo senza troppe preoccupazioni. E soprattutto mostrando di non aver più alcuna percezione dei guasti che può fare l’abbassamento della capacità di comprensione e di azione razionale, come se si fosse su una giostra che gira incessantemente e torna sempre al punto di partenza.
Se questo crei sfiducia nei cittadini o non sviluppi invece una malriposta fiducia nel niente, è tutto da sperimentare. Se esalti o nasconda l’evidenza di un governo che non sa di cosa parla e che agisce sotto dettatura, è abbastanza incerto. Basta ricordare quanti fino a qualche anno fa ritenevano che Berlusconi avesse fatto un mucchio di cose, salvo chiudersi in un perplesso silenzio quando gli si chiedeva che cosa e quanti oggi amano il guappo di Rignano perché “almeno fa qualcosa” fino a quando ovviamente questo qualcosa non lo sentono proteso nelle loro basse terga. Renzi parla una lingua alla quale siamo perversamente abituati e che anzi è divenuto il linguaggio globale della politica: una narrazione che sembra l’interruzione pubblicitaria mentre viene trasmesso il film del liberismo selvaggio.

giovedì 23 aprile 2015

I super-ricchi hanno un nuovo modo per 'comprare' le elezioni

I SuperPAC che ricevono quasi tutti i loro fondi da un donatore unico sono quadruplicati nel 2014
Sempre più super-ricchi investono nella politica, denuncia l'agenzia di stampa indipendente ProPublica, prevedendo un'influenza senza precedenti dei miliardari americani nella campagna elettorale per le elezioni presidenziali del 2016.
"L''aristocrazia sta stringendo sempre più la presa sulla democrazia", ha detto a ProPublica Miles Rapoport, presidente di Common Cause, un gruppo di pressione che mira alla riduzione dell'influenza del denaro nella politica. "Sempre più "Super PAC" stanno diventando uno strumento per singoli donatori", hanno spiegato Robert Faturechi e Jonathan Stray di ProPublica, basando la loro conclusione su un'analisi dei registri federali.
I "Super PAC' sono comitati di raccolta fondi utilizzati nelle campagne (o anticampagne) elettorali. Non hanno diritto di donare i soldi direttamente ai candidati politici, ma grazie a due sentenze pronunciate nel 2010, possono accettare somme illimitate da corporazioni, sindacati, associazioni o singoli individui e spendere fondi illimitati in favore (o contro) di un particolare candidato o partito.
Durante le elezioni di medio termine del Congresso, nel 2014, ci sono stati 59 "Super PAC", in cui almeno l'80% dei fondi proveniva da un singolo donatore. In totale, questi comitati hanno raccolto 113 milioni dollari, quattro volte in più rispetto al 2012, hanno calcolato Faturechi e Stray. Oltre ai comitati dominati da un solo individuo, decine hanno ricevuto la maggior parte dei loro fondi da una società, un gruppo di lavoro o un'organizzazione di difesa: questi rappresentavano l'8,6% dei fondi raccolti da tutti i "Super PAC".
Nel 2016, la tendenza continuerà, dice ProPublica. "L'emergere di un unico gruppo di donatori è un altro esempio di come i cambiamenti delle leggi stanno dando una grande influenza a una manciata di finanzieri. Attraverso un 'Super PAC', un donatore può spingere per un'agenda specifica senza l'aiuto di nessuno", concludono gli esperti.

mercoledì 22 aprile 2015

La mattanza e la nostra corresponsabilità morale e politica

Almeno 1.600 morti dall’inizio dell’anno. Vit­time del neo­co­lo­nia­li­smo occi­den­tale, delle sue poli­ti­che di rapina, guerra, desta­bi­liz­za­zione. Vit­time anche, quei morti, delle poli­ti­che proi­bi­zio­ni­ste, quindi migran­ti­cide, di un’Unione euro­pea che ha get­tato alle orti­che per­fino i più basi­lari dei diritti umani — alla vita e all’asilo — sui quali pure si fon­dano i suoi ordinamenti.
Di fronte a quest’ultima strage, la più grave nella sto­ria degli esodi nel Medi­ter­ra­neo, la mise­ria poli­tica e morale delle isti­tu­zioni e di tanti lea­der, euro­pei e nostrani, si mostra in tutta evi­denza. In un’intervista per la Repub­blica, il pre­si­dente del Par­la­mento euro­peo, Mar­tin Schultz, pur deplo­rando (e ciò va a suo merito) l’abbandono della mis­sione Mare Nostrum in favore di Tri­ton, afferma che i respon­sa­bili delle morti dei migranti «sono gli sca­fi­sti, traf­fi­canti e cri­mi­nali»: quasi igno­rasse che ogni sistema proi­bi­zio­ni­sta è desti­nato a incre­men­tare traf­fici ille­gali e reti cri­mi­nali. Così egli fini­sce per legit­ti­mare la vul­gata che da molti anni copre ed elude le respon­sa­bi­lità della For­tezza Europa, sulla scia d’una ten­denza che, ahimé, ha avuto Gior­gio Napo­li­tano tra i più illu­stri divul­ga­tori. D’altronde, il Sal­vini che reclama il blocco navale inter­na­zio­nale davanti alle coste libi­che non fa che repli­care una tra­di­zione pur­troppo di matrice centrosinistra.
Come dimen­ti­care infatti l’eccidio che si con­sumò la notte tra il 28 e il 29 marzo 1997, quando una cor­vetta della Marina Mili­tare, la Sibilla, spe­ronò la Kater I Rades, facendo un cen­ti­naio di vit­time. In quel lon­tano 1997, men­tre il governo Prodi cer­cava d’arginare, col blocco navale mili­tare, il flusso di esodi dall’Albania, la Lega Nord con­du­ceva una cam­pa­gna for­sen­nata inci­tante alla cac­cia con­tro gli alba­nesi, fino all’istituzione di una taglia (come ad Acqui Terme) per ogni alba­nese «clan­de­stino» cat­tu­rato e rimpatriato.
Al di là della dif­fe­renza di stile e di les­sico, non molto diversa è oggi l’oggettiva con­ver­genza tra forze poli­ti­che diver­genti. Men­tre Sal­vini, reso ancor più sfre­nato dall’alleanza con l’estrema destra fasci­sta, spe­cula cini­ca­mente su ciò che ormai dovremmo chia­mare geno­ci­dio, Renzi non va oltre la dema­go­gia quando afferma, in un tweet, che «la bat­ta­glia di tutti deve essere con­tro i traf­fi­canti di esseri umani». Entrambi sono, in fondo, degna espres­sione della pro­fonda crisi, anche poli­tica, ideo­lo­gica e morale, dell’Unione euro­pea. Che si esprime dall’alto fino al basso degli umori popo­lari: è impres­sio­nante la valanga, via web, di com­menti com­pia­ciuti per la strage. E scon­for­tante è con­sta­tare come, sia pur con qual­che variante, tutto si ripeta secondo l’eterno ritorno di ciò che mai è stato ela­bo­rato e trasceso.
Ancor più scon­for­tante la con­sa­pe­vo­lezza della nostra impo­tenza. Certo, con­ti­nue­remo a mani­fe­stare (oggi ci saranno pre­sidi e sit-in in tutta Ita­lia) e a insi­stere nelle nostre riven­di­ca­zioni: il ripri­stino di una mis­sione di ricerca e sal­va­tag­gio in acque inter­na­zio­nali, simile a Mare Nostrum; la crea­zione di cor­ri­doi uma­ni­tari e il rila­scio di visti d’ingresso verso i vari paesi dell’Ue; il supe­ra­mento di Dublino III, così da per­met­tere ai rifu­giati di sce­gliere il Paese ove restare e da coin­vol­gere i diversi Stati dell’Unione. E tut­ta­via il tempo sarebbe ormai maturo per azioni poli­ti­che più inci­sive, ampie, ade­guate al geno­ci­dio di cui, nostro mal­grado, siamo cor­re­spon­sa­bili morali.

martedì 21 aprile 2015

Partiti fantasma, a pezzi, per una democrazia senza popolo

Non è esagerato parlare di partiti in pezzi: divisi e già scissi di fatto, sebbene formalmente si esiti ancora a lacerare l’involucro dell’unità. Osservando quanto accade in vista delle elezioni regionali di fine maggio, lo spettacolo è quello di una scomposizione di forze politiche e alleanze: la conseguenza fisiologica di uno sgretolamento progressivo delle identità, dei blocchi sociali, delle nomenklature. In pochi anni, non solo i «cartelli» elettorali sono invecchiati come se ne fossero passati dieci. La dimensione locale della politica ha subito un’involuzione che la fa apparire quasi impazzita. È il prodotto della subalternità del sistema dei partiti ad interessi che lo dominano e lo umiliano; e dell’impoverimento culturale di piccole tribù autoreferenziali che sommano i difetti del dilettantismo a quelli del professionismo del potere. Le tante inchieste della magistratura che convergono sulle cosiddette classi dirigenti locali confermano questa deriva. E fanno apparire molti Comuni e Regioni come epicentri di un’economia studiatamente inefficiente, funzionale al malaffare.
Lo iato tra livello nazionale e “periferia” non potrebbe essere più vistoso, dal Veneto alla Puglia. Ma rischia di suggerire una contrapposizione tra due fenomeni in realtà speculari. L’esplosione dei legami dentro e tra i partiti non è soltanto la Massimo Francocertificazione del fallimento di un’idea di federalismo. Riflette anche le scissioni sociali che sono avvenute in questi anni in un’Italia affacciata sul vuoto dell’azione politica. Sono la versione minore e moltiplicata delle migrazioni parlamentari registrate in questi anni alle Camere: indizi di un malessere ormai cronico. Le spaccature e le riaggregazioni locali nel centrodestra, nella Lega, perfino nel Pd, imitano alla perfezione i conflitti alla Camera e al Senato. Replicano “cambi di casacca” che non sono solo frutti dell’opportunismo: rivelano un trasversalismo privo di nobiltà, e alimentato da identità debolissime e stralunate. Il cemento è il micro-interesse, e tanti micro-narcisismi collettivi che rendono difficile qualunque aggregazione forte e duratura.
La domanda è se e chi riuscirà a ricompattare questo magma centrifugo. In apparenza, il modello verticale di Matteo Renzi lo sta facendo. Ma la distanza tra il premier o il capo della Lega, Matteo Salvini, o Beppe Grillo, i tre oggi in auge, e il caotico agitarsi di anonimi candidati regionali, non esalta solo la loro capacità di leadership. Finisce anche per sottolineare i loro limiti: quasi l’impossibilità, oltre che l’incapacità, di trasformare dall’alto una realtà prosaicamente mediocre e fuori controllo. La politica nazionale inspira a pieni polmoni i miasmi locali anche perché non appare in grado di trasmettere messaggi forti di rinnovamento come quelli che si sforza di offrire all’Europa. Il risultato è che a vincere sembra sia la “periferia” non governata, immutabile e misteriosa nei suoi gangli più oscuri: quelli che solo la magistratura finora tende a portare alla luce, Astensionismodelegittimando partiti che arrivano sempre dopo; e che mostrano riflessi difensivi automatici, lasciando ai giudici una supplenza di fatto che assume contorni ambigui e mostra limiti oggettivi, seguendo logiche non politiche. Sono fenomeni che corrodono quotidianamente la credibilità degli eletti, e si proiettano sulle scelte nazionali.
Vedremo come si evolverà la campagna elettorale. Ma il turbinìo di liste, unioni e rotture trasmette una pessima impressione. Il crollo della partecipazione a livello locale che si è registrato negli ultimi anni non è un segno di modernità “all’americana”: anche per la rapidità con la quale sta avvenendo, suona come la risposta patologica ad una rappresentanza inadeguata e malata. Se si dovesse confermare a maggio, significherebbe un rifiuto di metodi e di formazioni non disinvolti ma, appunto, ormai percepiti come “impazziti”. Sarebbe una sconfitta che nessuna riforma elettorale, né la prevalenza di uno schieramento sull’altro, potrebbero attenuare o nascondere. Il guaio maggiore, tuttavia, non sarebbe il fallimento di una politica locale che per paradosso oggi fornisce tanti governanti, premier compreso; né la scissione di alcuni partiti, ridotti a gusci di identità irriconoscibili. Il rischio vero è quello della scissione tra l’elettorato e chi non è in grado di offrirgli una scelta degna di questo nome. Sarebbe la premessa di una pericolosa democrazia con sempre meno popolo.

lunedì 20 aprile 2015

Pagati con i voucher lavoro, la nuova frontiera dello sfruttamento

Un bagnino di 19 anni racconta al Fatto che, per assistere i bagnanti dalle 8 del mattino alle 8 di sera, sarà pagato con i voucher lavoro. “Faccio orario completo per tre mesi e il datore di lavoro mi paga a fine stagione – racconta –. Mi dà 2 mila euro tutti in voucher. Poi mi richiama l’anno dopo”. Il ragazzo, per riscuoterli, dice che dovrà andare in almeno dieci diverse tabaccherie. O dividersi tra posta, banca e tabaccai. “Altrimenti si insospettiscono – dice –. Non che cambi nulla. Lo sanno tutti come funziona il sistema dei voucher. O mi accontento di questo metodo oppure il capo chiama un altro. Lavorare qui è sempre meglio che stare a casa senza fare niente”. E con il Jobs Act, l’uso dei voucher è destinato ad aumentare.
Secondo i dati dell’Inps, l’Istituto nazionale di previdenza sociale, in totale sono stati venduti 69.183.825 di voucher. Considerando che l’Italia ha 60 milioni abitanti circa, è come se ogni italiano ne avesse utilizzato almeno uno. E il volume economico che producono è pari a circa 70 miliardi di euro. Ad aprile 2012, in circolazione c’erano poco meno di 29 milioni di buoni lavoro. Nel 2013 si era arrivati a 43 milioni. “È la più grande operazione di lavoro nero legalizzato che ci sia nel nostro Paese – spiega Gugliemo Loy, segretario confederale della Uil –. Non si può neanche parlare di vero rapporto di lavoro: i vincoli sull’uso dei voucher sono minimi. Ci sono solo i tetti: il datore di lavoro può elargire al massimo 2 mila euro in voucher per ogni lavoratore, il lavoratore può guadagnare in voucher non più di 5 mila euro all’anno. Ma il datore di lavoro non ha limiti per quanto riguarda il numero di persone che può pagare con i voucher. Quindi potrebbe anche cambiarne uno al giorno e utilizzarne 300 all’anno”.
L’uso dei buoni lavoro è legato al cosiddetto lavoro occasionale accessorio, cioè quello che genera un reddito netto inferiore a 5 mila euro all’anno. Un voucher costa 10 euro e corrisponde al pagamento di un’ora di lavoro: 7,50 euro vanno al lavoratore, 1,30 euro alla gestione separata dell’Inps, 70 centesimi sono destinati all’assicurazione Inail e il resto compensa la gestione del servizio. L’intento con cui furono introdotti, nel 2003, era quello di limitare il lavoro nero e riuscire a tassare alcune attività saltuarie come il giardinaggio, l’assistenza domestica, le ripetizioni private e gli altri tipi di impieghi occasionali indicati nel decreto 276 del 2003. Poi, di legge in legge, di decreto in decreto, di circolare in circolare, le limitazioni sono cadute. Le prestazioni di lavoro accessorio sono stata estese a quasi tutti i settori produttivi e a tutte le categorie di lavoratori. E con il diminuire dei vincoli, è aumentato il ricorso a questo tipo di rapporto di lavoro.
“La formula funziona – spiega Elvira Massimiano, responsabile delle politiche del lavoro di Confesercenti – soprattutto nei casi in cui le imprese non riescono a far fronte al carico di lavoro con il personale fisso”. Per la Massimiano, poi, il tetto di 2 mila euro per le imprese è in alcuni casi troppo stringente. “Se fosse più alto, molte categorie ne beneficerebbero. Penso ai tirocinanti e ai praticanti: potrebbero essere pagati per il lavoro in più che fanno. Si porterebbe alla luce molto lavoro nero. Ed è una formula che il Jobs Act sta incentivando”. Secondo Confesercenti, i voucher lavoro sono utilizzati specie nei casi in cui il datore non riesce a sostenere i carichi di lavoro ricorrendo ai dipendenti regolarmente assunti. “È il caso dei weekend e della stagione estiva per le attività del settore del turismo – dice, ma ammettendo anche che si tratta dell’approdo degli imprenditori in difficoltà per la crisi –. Quando un’azienda non può fare una programmazione a lunga durata sui costi del personale, i voucher sono una salvezza”. Negli anni la vendita più estesa dei buoni lavoro è stata registrata nei settori del commercio, del turismo, dei servizi e di altre attività. Il primo decreto legge prevedeva, negli articoli dal 70 al 73, che il lavoro occasionale accessorio, pagato con i voucher, fosse riservato a “piccoli lavori domestici a carattere straordinario, compresa la assistenza domiciliare ai bambini e alle persone anziane, all’insegnamento privato supplementare, ai piccoli lavori di giardinaggio, nonché di pulizia e manutenzione di edifici e monumenti, alla realizzazione di manifestazioni sociali, sportive, culturali o caritatevoli, alla collaborazione con enti pubblici e associazioni di volontariato per lo svolgimento di lavori di emergenza, come quelli dovuti a calamità o eventi naturali improvvisi, o di solidarietà”. L’intenzione iniziale, però, è stata tanto snaturata che oggi questi settori rappresentano il minor campo di applicazione per i voucher lavoro. E il Jobs Act prevede proprio l’abrogazione degli articoli dal 70 al 73 del 276 del 2003.
“Quella dei voucher – spiega Corrado Barachetti, responsabile mercato del lavoro della Cgil – è diventata una politica principe di questo governo. Deve essere messa in cima alla scala della precarietà. Il recente abbozzo delle riforme contrattuali, con accento sul lavoro accessorio, rivede le tabelle pre Fornero e, alzando il tetto massimo di guadagno, genera solo un aumento del lavoro precario”. Nel riordino dei contratti previsto nel Jobs Act, infatti, i buoni subiranno un’ulteriore liberalizzazione. La bozza del decreto analizzata in consiglio dei ministri lo scorso 20 febbraio prevede che il limite di guadagno netto annuo per la definizione del lavoro occasionale accessorio passi da 5 mila a 7 mila euro. Secondo i rilievi della Uil i voucher producono 70 milioni di euro di elusione fiscale ogni anno: gli oltre 46 mila lavoratori pagati con i voucher genererebbero un mancato gettito dell’Irpef, l’imposta sul reddito, pari a 57,8 milioni di euro e un mancato gettito dell’Irap, imposta sulle attività produttive, di 12,2 milioni. “Il voucher non è imponibile per l’Irap e il lavoratore è esentasse – dice Loy della Uil – ed è pertanto un sistema che spinge i lavoratori verso il basso. Altro che contratti a tutele crescenti. Le aziende possono accordarsi e scambiarsi i dipendenti e, come se non bastasse, creano un danno alle casse dello Stato”.
Sul sito stranierinitalia, un utente chiede agli esperti: “Al momento ho un permesso di soggiorno per attesa occupazione. Ho trovato una persona che mi prende come baby sitter e mi paga con i buoni lavoro. Posso richiedere il rilascio del permesso di soggiorno con questo lavoro?” La risposta è “no”, nonostante la maggior parte degli stranieri (quella non pagata in nero) sia retribuita proprio con questa forma di pagamento. Il reddito percepito con il lavoro accessorio ha un’utilità esclusivamente integrativa. Con i buoni lavoro, insomma, non si hanno diritti: non si matura il Tfr, il trattamento di fine rapporto, non si maturano ferie, non si ha diritto alle indennità di malattia e di maternità, né agli assegni familiari. “Fino a due anni fa – spiega Isabella Pavolucci, della Filcam di Rimini – avevamo registrato un aumento del lavoro a intermittenza, quello cioè che permette al datore di chiamare il dipendente quando ne ha bisogno. Non era il massimo per il lavoratore, ma perlomeno poteva contare sulle garanzie e le tutele di un contratto. Invece abbiamo notato che parallelamente all’aumento della vendita dei voucher e alla loro graduale liberalizzazione, c’è stata una conseguente diminuzione di questo tipo di contratti”. E con il Jobs Act, dicono tutti, sarà anche peggio.
Per rendere più tracciabili i voucher, sarà introdotto l’obbligo per le aziende di acquistare i buoni solo con modalità telematiche e quello di comunicare alla Direzione territoriale del lavoro il luogo della prestazione e l’arco temporale in cui sarà usato (che non può superare i trenta giorni successivi all’acquisto). “In questo modo l’Inps crede di poter controllare la domanda – spiega Barachetti della Cgil –. Ma in realtà è una stupidaggine. Prima si acquistavano in tabaccheria, ora per via telematica. Forse così si assicura in automatico il contributo all’Inps ma non c’è alcuna operazione di controllo aggiuntiva. Il committente può prendere un voucher e farlo valere per due, tre, quattro prestazioni. Può far lavorare il dipendente 10 ore e pagarlo con soli cinque voucher”. Uno dei maggiori problemi dei voucher lavoro è legato ai controlli. L’ispettore del lavoro non può verificare orario d’inizio e fine del lavoro, limitandosi ad appurare che siano stati pagati i contributi. Inoltre, sempre il Jobs Act prevede la nascita di un’agenzia unica ispettiva del lavoro che dovrà occuparsi di sicurezza, infortuni, contribuzione e rispetto delle norme contrattuali. “Gli ispettori non riusciranno mai ad acquisire competenze complete in tutti e tre i fronti – commenta Barachetti – né a tenere sotto controllo in modo efficiente aziende e imprese. Quest’agenzia, prima di nascere, sembra già essere depotenziata. Inoltre, tutti gli ispettori nominati che avrebbero dovuto entrare in ruolo quest’anno, sono ancora precari. Non è previsto un euro per loro. Già sono sotto organico, figuriamoci se riusciranno a vigilare anche sui voucher”.

domenica 19 aprile 2015

Processo Cucchi: Procura e famiglia verso la Cassazione

La famiglia Cucchi non si arrende: è stata infatti notificata il 14 di aprile agli avvocati degli agenti della polizia penitenziaria il ricorso in cassazione sia da parte della Procura generale della Repubblica (a firma del sostituto procuratore Remus e del procuratore generale capo Marini) in merito al processo di primo grado, sia i ricorsi in cassazione da parte dell’avvocato Gamberini (per conto di Giovanni Cucchi) e dell’avvocato Anselmo (per conto di Rita Calori e Ilaria Cucchi) riguardo il proscioglimento dei tre agenti della penitenziaria.
Il processo Cucchi come prevedibile giunge alla sua fase conclusiva; dopo le sentenze di primo e secondo grado, che non sono riuscite ad assicurare alla giustizia il vero colpevole per l’omicidio di Stefano Cucchi, la famiglia di Stefano si rivolge alla Cassazione per cercare di fare chiarezza su un caso che, allo stato attuale, ha una verità processuale ma non effettiva. La conclusione del processo di appello ha infatti scagionato gli agenti della penitenziaria oltre ogni ragionevole dubbio, ma non ha suggerito alcuna possibile svolta che potesse dare alla famiglia Cucchi la verità sulla morte di Stefano. Può la Cassazione, che ha solo funzione di verificare la regolarità del processo, assolvere questo compito?

venerdì 17 aprile 2015

Il nuovo militarismo: a chi giova?

Il militarismo e le spese militari sono ovunque in aumento, nel momento in cui la propaganda della nuova Guerra Fredda sembra dare i primi frutti. Le nuove "minacce" così tanto reclamizzate recano grandi profitti agli appaltatori militari e alla rete di think tank da loro pagata per produrre la propaganda in favore della guerra.
Ecco giusto pochi esempi:
Il governo tedesco ha annunciato la scorsa settimana che avrebbe acquistato altri 100 carri armati "Leopard": un incremento del 45 per cento nell'inventario del paese. La Germania aveva notevolmente ridotto il suo numero di carri armati poiché la fine della Guerra Fredda aveva comportato la fine di qualsiasi minaccia di un'invasione di terra dell'Europa da parte sovietica. Il governo tedesco ora sostiene che questi cento nuovi carri armati, che possono costare quasi mezzo miliardo di dollari, siano necessari per rispondere alla nuova intraprendenza russa nella regione. Non importa che la Russia non abbia né invaso né minacciato alcun paese della regione, tanto meno un paese membro della NATO.
Il bunker nucleare statunitense risalente all'epoca della Guerra Fredda e collocato sotto Cheyenne Mountain, in Colorado, rimasto del tutto chiuso durante i 25 anni successivi alla caduta del muro di Berlino, è stato riportato in vita. Il Pentagono ha impegnato quasi un miliardo di dollari per adeguare l'impianto al precedente livello operativo risalente ai tempi della Guerra Fredda. Il contractor statunitense della difesa Raytheon sarà il primo beneficiario di questo appalto. Raytheon è uno dei principali sponsor finanziari di certi think tank come l'Institute for the Study of War (Istituto per lo Studio della Guerra, ndt), che sfornano continuamente propaganda filo-bellica. Sono sicuro che questi grossi contratti rappresentino un buon rendimento dell'investimento.
La NATO - che a mio avviso avrebbe dovuto essere chiusa dopo che la Guerra Fredda si era conclusa - a sua volta sta ottenendo un proprio costosissimo aggiornamento. L'Alleanza ha commissionato una nuova sede a Bruxelles, in Belgio, nel 2010, che dovrebbe essere completata nel 2016. L'edificio si presenta come un artiglio orrendo, e il costo finale - se mai sarà finito - ammonterà a ben più di un miliardo di dollari. Ossia oltre il doppio di quanto originariamente preventivato. Che inutile spreco! C'è forse da stupirsi se i burocrati e i generali della NATO cercano continuamente di terrorizzarci con le favole sulla nuova minaccia russa? Hanno bisogno di giustificare i loro piani di espansione!
Allora, chi è il vero nemico? I russi?
No, il vero nemico preso di mira è il contribuente. Il vero nemico è la classe media e i settori produttivi dell'economia. Noi siamo le vittime di questa nuova spesa militare fuori controllo. Ogni dollaro o euro speso in una minaccia artificiosa è un dollaro o un euro tolto dell'economia reale e sprecato in keynesismo militare. Si tratta di un dollaro rubato da un piccolo imprenditore e che non sarà investito in innovazione, né destinato alla ricerca per combattere le malattie, e nemmeno donato a enti di beneficenza che aiutino i bisognosi.
Uno dei miti più onnipresenti e pericolosi del nostro tempo è che le spese militari vadano a vantaggio di un'economia. Ciò non potrebbe essere più lontano dalla verità. Tale spesa avvantaggia un sottile strato di élites ben ammanicate e ben remunerate. Distoglie risorse scarse destinate a soddisfare le esigenze e le aspirazioni di un popolo e le canalizza verso la fabbricazione di mezzi di distruzione. I costi possono essere nascosti dal fatto che le banche centrali stampano moneta, ma sono alla fine concretizzati nella costante distruzione di una valuta.
Le élites sono terrorizzate dal fatto che la pace possa finalmente scoppiare, il che sarà un male per i loro profitti. Questo è il motivo per cui stanno cercando di affossare l'accordo sull'Iran, impedire il disgelo con Cuba, scatenare un nuovo "Terrore Rosso" proveniente da Mosca. Non dobbiamo farci ingannare nel credere alle loro bugie.

giovedì 16 aprile 2015

L’Italia spende 80 milioni al giorno in spese militari

Poi dicono che non ci sono i soldi, in Italia, per far funzionare scuole, ospedali, asili, università, ricerca, trasporti pubblici per tutti, tutela dei beni culturali, difesa del suolo, e nel mondo per dar da mangiare agli affamati e bere agli assetati, da far morire meno bambini... Il manifesto, 14 aprile 2015
La spesa mili­tare ita­liana, cal­co­lata al tasso di cam­bio cor­rente dollaro/euro, è salita da 65 milioni di euro al giorno nel 2013 a circa 70 nel 2014.
Anche nell’ipotesi che resti inva­riata nel 2015 (cosa impos­si­bile per­ché la Nato preme per un aumento), la spesa annuale del 2014 equi­vale, all’attuale tasso di cam­bio, a 29,2 miliardi di euro, ossia a 80 milioni di euro al giorno.
Ciò emerge dai dati sulla spesa mili­tare mon­diale, pub­bli­cati ieri dal Sipri. Più pre­cisi di quelli del Mini­stero della difesa, il cui bud­get uffi­ciale ammonta nel 2014 a 18,2 miliardi di euro, ossia a circa 50 milioni di euro al giorno. Ad esso si aggiun­gono però altre spese mili­tari extra-budget, che gra­vano sul Mini­stero dello svi­luppo eco­no­mico per la costru­zione di navi da guerra, cac­cia­bom­bar­dieri e altri sistemi d’arma e, per le mis­sioni mili­tari all’estero, su quello del Mini­stero dell’economia e delle finanze. L’Italia è al 12° posto mon­diale come spesa mili­tare
Net­ta­mente in testa restano gli Stati uniti, con una spesa nel 2014 di 610 miliardi di dol­lari (equi­va­lenti, all’attuale tasso di cam­bio, a 575 miliardi di euro).
Stando ai soli bud­get dei mini­steri della difesa, la spesa mili­tare dei 28 paesi della Nato ammonta, secondo una sua sta­ti­stica uffi­ciale rela­tiva al 2013, ad oltre 1000 miliardi di dol­lari annui, equi­va­lenti al 56% della spesa mili­tare mon­diale sti­mata dal Sipri. In realtà la spesa Nato è supe­riore, soprat­tutto per­ché al bilan­cio del Pen­ta­gono si aggiun­gono forti spese mili­tari extra bud­get: ad esem­pio, quella per le armi nucleari (12 miliardi di dol­lari annui), iscritta nel bilan­cio del Dipar­ti­mento dell’energia; quella per gli aiuti mili­tari ed eco­no­mici ad alleati stra­te­gici (47 miliardi annui), iscritta nei bilanci del Dipar­ti­mento di stato e della Usaid; quella per i mili­tari a riposo (164 miliardi annui), iscritta nel bilan­cio del Dipar­ti­mento degli affari dei vete­rani. Vi è anche la spesa dei ser­vizi segreti, la cui cifra uffi­ciale (45 miliardi annui) è solo la punta dell’iceberg.
Aggiun­gendo que­ste e altre voci al bilan­cio del Pen­ta­gono, la spesa mili­tare reale degli Stati uniti sale a circa 900 miliardi di dol­lari annui, circa la metà di quella mon­diale, equi­va­lenti nel bilan­cio fede­rale a un dol­laro su quat­tro speso a scopo militare.
Nella sta­ti­stica del Sipri, dopo gli Stati uniti ven­gono la Cina, con una spesa sti­mata in 216 miliardi di dol­lari (circa un terzo di quella Usa), e la Rus­sia con 85 miliardi (circa un set­timo di quella Usa). Seguono l’Arabia Sau­dita, la Fran­cia, la Gran Bre­ta­gna, l’India, la Ger­ma­nia, il Giap­pone, la Corea del sud, il Bra­sile, l’Italia, l’Australia, gli Emi­rati Arabi Uniti, la Turchia. La spesa com­ples­siva di que­sti 15 paesi ammonta, nella stima del Sipri, all’80% di quella mondiale.
La sta­ti­stica evi­den­zia il ten­ta­tivo di Rus­sia e Cina di accor­ciare le distanze con gli Usa: nel 2013–14 le loro spese mili­tari sono aumen­tate rispet­ti­va­mente dell’8,1% e del 9,7%. Aumen­tate ancora di più quelle di altri paesi, tra cui: Polo­nia (13% in un anno), Para­guay (13%), Ara­bia Sau­dita (17%), Afgha­ni­stan (20%), Ucraina (23%), Repub­blica del Congo (88%).
Ogni minuto si spendono nel mondo a scopo militare 3,4 milioni di dollari, 204 milioni ogni ora, 4,9 miliardi al giorno
I dati del Sipri con­fer­mano che la spesa mili­tare mon­diale (cal­co­lata al netto dell’inflazione per con­fron­tarla a distanza di tempo) è risa­lita a un livello supe­riore a quello dell’ultimo periodo della guerra fredda: ogni minuto si spen­dono nel mondo a scopo mili­tare 3,4 milioni di dol­lari, 204 milioni ogni ora, 4,9 miliardi al giorno. Ed è una stima per difetto della folle corsa alla guerra, che fa strage non solo per­ché porta a un cre­scente uso delle armi, ma per­ché bru­cia risorse vitali neces­sa­rie alla lotta con­tro la povertà.

mercoledì 15 aprile 2015

Cosa c’è dietro l’enorme pressione fiscale che opprime l’Italia e altri paesi occidentali ?

In Italia e in buona parte del mondo occidentale la pressione fiscale sta diventando sempre più altissima e insostenibile.
Quasi tutti ormai denunciano ciò, ma sono ancora ben pochi quelli che cercano di capire ciò che sta eventualmente dietro ciò.
Difatti, al di là delle mere questioni economiche e sociali che possono portare all’aumento del fisco da parte dei governi, dietro alla spropositata pressione fiscale odierna ci sono progetti, interessi e convergenze politiche ben più ampie .
Tenendo conto che la classe media è sempre stata il motore delle economie occidentali, da tempo sembra che ci sia l’obiettivo di distruggerla da parte di certe scellerate politiche fiscali e non, politiche che più ai meri interessi di questo o quel governo, sembrano dipendere da gruppi di potere che dirigono o cercano di dirigere la politica.
Infatti, la pressione fiscale “stranamente” colpisce sempre più spesso i settori produttivi delle nazioni, specialmente la piccola e media borghesia, mentre non tocca quasi minimamente l’attuale cosiddetta “alta borghesia” rappresentata dalla grande finanza e da certe compagnie industriali e imprenditoriali multinazionali.
Le varie agenzie fiscali come Equitalia o la statunitense I.R.S. sono solamente degli esecutori, e non causa principale del problema, che va ricercata semmai negli interessi dei gruppi di potere egemoni che tendono a distruggere ogni possibile ed eventuale concorrenza, e mirando al proseguimento di determinati progetti, usano assai spesso la politica e a volte anche apparati governativi come strumento per i propri interessi.
Com’è chiaro ormai a molti, l’obiettivo di tali “poteri forti”, che vanno dall’alta finanza alle multinazionali più potenti passando per altre influenti lobby, è la costruzione di un nuovo modello sociale, che miri a rendere sempre più obsoleta l’influenza della classe media, portando verso una direzione più oligarchica e meno democratica, con la sempre più crescente divisione tra due classi: la cosiddetta “élite” dei super-ricchi e il popolo considerato “schiavo” di essi, senza l’equilibrio che garantivano gli elementi della classe media, che verranno per la maggior parte impoveriti, mentre solo una piccolissima minoranza potrà entrare a far parte delle classi più influenti.
Anche se detto così, ciò sembra ancora inverosimile e “catastrofista”, è proprio quello che gradualmente sta avvenendo, e non è altro che l’obiettivo economico del cosiddetto “Nuovo Ordine Mondiale” e dei gruppi di potere che ne stanno dietro.
Non a caso, tali gruppi di potere per consolidare la loro “guerra di classe” hanno spesso e volentieri diretto e guidato “opposti” schieramenti ideologici e politici, sia di destra che di sinistra, innescato o strumentalizzato conflitti di interessi economici, per giungere a una “sintesi” che facesse il loro interesse prima di tutto, con qualche contentino per le categorie che si voleva avvantaggiare momentaneamente.
Dal loro punto di vista, l’utilizzo del “capitalismo selvaggio” e di comunismo e ideologie cosiddette “liberal” è geniale, essendo entrambi, per motivi diversi, basati sulla distruzione della classe media.
Il punto è che ovviamente l’utilizzo di ciò non ha a che vedere con gli interessi di questi gruppi: essi non vogliono il “libero mercato” liberale/liberista, o la “società senza classi” socialista, ma per i “non adatti” al loro sistema, la spietata concorrenza e mercificazione ( per ciò hanno usato e/o usano il consumismo e il liberismo selvaggio ) e una sempre più forte massificazione/collettivizzazione ( per ciò hanno usato e/o usano il comunismo o presunto tale ).
Intanto, si è arrivati a demonizzare tutta la classe media in sé, vista da parte liberal/liberista come troppo poco “flessibile”, e da parte comunista/liberal etichettata demagogicamente come “sfruttatrice” in sé, non tenendo conto del fatto che la parte sfruttatrice esistente in essa è praticamente una minoranza, e spesso e volentieri i propagandisti di tali ideologie o sono legati ad essa, o difendono gli interessi dei gruppi di potere ancora più forti, per scopi puramente d’interesse e tutt’altro che “rivoluzionari” ( per fare un’esempio, si pensi al super-ricco “rivoluzionario” George Soros, ma ciò vale anche per tanti altri ).
Per concludere, c’è da dire che di tali tematiche, già trattate ampiamente su questo blog, sarebbe necessario parlarne in modo più approfondito in altri articoli, per fare comprendere meglio la questione.

martedì 14 aprile 2015

La produzione industriale continua a calare

E' imbarazzante vedere con quale costanza i dati oggettivi dell'economia sbugiardano un governo di contaballe. O megio: sarebbe imbarazzante per il governo, se avesse cognizione di cosa sia la vergogna.
Dice l'Istat, pubblicando i dati della produzione industriale nel mese di febbraio, che andiamo sempre peggio: rispetto a gennaio c'è stato un calo dello 0,2% (tenendo conto dei giorni effettivi lavorati), e addirittura dell'1,1% nei primi due mesi dell'anno rispetto allo stesso periodo del 2014.
Per chi si vuole proprio drogare di ottimismo - vedi Repubblica - c'è un +0,6% rispetto al mese precedente, ma solo grazie alla destagionalizzazione. Ma è il dato precedente - quello chiamato "tendenziale" - a essere davvero indicativo.
In termini tendenziali, infatti, c'è piena conferma dell'andamento recessivo non appena si guarda ai diversi comparti: gli aumenti si registrano neell'energia (+3,5%) e nei beni strumentali (+2,0%); diminuiscono invece i beni intermedi (-2,8%) e, in misura più lieve, i beni di consumo (-1,4%).
E dire che, per motivi legati alla ripresa del mercato europeo dell'auto, i dati relativi alla fabbricazione di mezzi di trasporto sono volati addirittura del +16,3%. Una cifra (anche considerando l'importanza che ancora ricopre il settore auto sul totale della produzione italiana) che tiene quasi a galla tutta la produzione industriale. Altrimenti sarebbe un disastro. Le diminuzioni maggiori si registrano infatti nei settori dell'attività estrattiva (-13,4%), delle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-7,7% in quello che dovrebbe essere uno dei settori di punta del made in Italy) ) e della metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (-4,9%).
Ma naturalmente la comunicazione mainstream, obbediente agli ordini di palazzo Chigi e della Troika, continua a "intravedere segnali si ripresa". Deve trattarsi di una macchia sul cannocchiale...

lunedì 13 aprile 2015

La crisi è finita? No, sta per esplodere...

Mentre in molti continuano a raccontarci la favola della crescita che sta per ripartire, basta fare ancora “qualche piccolo sacrificio” - Renzi in Italia, Christine Lagarde per il Fmi – da qualche altra parte si vanno preparando per la prossima tempesta di dimensioni globali.
Non ne stanno parlando in qualche “pensatoio” senza responsabilità operative, ma ai vertici delle principali banche d'affari del pianeta. Strutture multinazionali per definizione, con terminali in ogni angolo del globo e analisti dedicati ad ogni area significativa di business.
A rompere il ghiaccio è stato Jamie Dimon, un paio di giorni fa. Di mestiere fa l'amministratore delegato di Jp Morgan, squalo della finanza secondo soltanto a Goldman Sachs, e in quanto tale ha inviato ai suoi soci la periodica lettera di informazioni in cui viene dipinto un quadro niente affatto roseo.
La tesi è semplice: una nuova crisi sta per abbattersi sui mercati finanziari. Nessun verbo al condizionale. L'unica incertezza è sul quando esploderà e a partire da quale punto. Sono domande centrali per uno che sposta quotidianamente denaro da una parte all'altra del globo – non deve farsi sorprendere nell'ora e nel posto sbagliato – ma assai meno pressanti per noi che non abbiamo un soldo.
A noi interessa soprattutto sapere che un'altra crisi finanziaria, di dimensioni superiori a quella del 2007-08 e con effetti deciamente più devastanti, si va “caricando” nelle viscere del sistema internazionale. E nessuna sa come tenerla sotto controllo.
Dimon impiega ben tre pagine del suo rapporto (poco meno del 10% del testo completo) a disegnare scenari plausibili, per consentire ai suoi soci di prendere decisioni razionali, tempestive, conservative. Due cose gli sembrano comunque certe; una fase caratterizzata da "mercati più volatili" e "un rapido deprezzamento delle valutazioni". Tempesta e grande velocità nell'accumulare perdite, se si sbagliano le mosse.
In fondo Dimon è solo il più “operativo” tra le cassandre che stanno vedendo crescere i segnali di tempesta. Lo scorso anno, un report dell'economista britannico George Magnus, analista della banca svizzera UBS e uno dei pochi ad aver previsto l'esplosione della bolla dei subprime. avvertiva che l'attuale calma sui mercati è la classica "quiete prima della tempesta". Proprio come quella che aveva preceduto il 2008.
Idem ha fatto, poco dopo, il francese Jacques Attali, sul settimanale L’Express, precedendo lo scoppio di una crisi finanziaria con conseguenze durissime soprattutto in Europa.
Stabilito che ci sarà da ballare, il ragionamento di Dimon e degli altri profeti di sventura passa ad esaminare chi è che ci rimetterà per primo – o con costi maggiori – la ghirba.
Rassicurando i soci, Dimon ha ricordato che la capacità di assorbire eventuali shock da parte delle banche è stata molto limitata dalle nuove regole su capitali e liquidità. In fondo sono state salvate dai governi, hanno i bilanci parzialmente ripuliti, hanno scaricato la maggior parte della zavorra alle banche centrali (prima alla Federal Reserve, ora anche alla Bce). Quindi non saranno le banche a essere travolte per prime, né a dare una mano per salvare il sistema.
Hedge fund e grandi gestori di fondi saranno invece costretti a intervenire e acquistare asset finanziari improbabili, ovviamente insieme ai governi nazionali. Uno schema solo in parte originale, anzi già collaudato, che alla fine scaricherà la gran parte dei costi direttamente sui risparmiatori: una volta come aderenti ai fondi di investimento, una volta come contribuenti degli stati nazionali, inevitabilmente costretti ad aumentare la tassazione per far quadrare i bilanci, e un'altra ancora come lavoratori dipendenti che perderanno il lavoro.
La cabala dei previsori indica però anche l'anno dell'esplosione: il 2015.
Attali, per esempio, segnala che negli ultimi trent'anni le crisi finanziarie gravi si sono ripetute ogni sette anni: 1987 (il Dow Jones perse il 22,6% in una sola giornata); 1994 (crisi della valute emegenti); 2001 (scoppio della bolla dot.com); 2008 (bolla dei subprime negli Usa). Il problema è che non siamo ancora usciti da quest'ultima e già ne sta arrivando un'altra. Non c'è stata insomma possibilità di mettere a posto i vari sistemi e sottosistemi sconquassati dalla crisi del 2008. Per dire: da allora l'Italia ha perso oltre il 12% del Pil, la Grecia quasi il 30, e nenache la Germania ha davvero recuperato il gap con la situazione del 2007.
Il vero elemento che preoccupa i “professionisti dei mercati” è esattamente quello che hanno preteso a gran voce da sette anni a questa parte: la “droga liquida” emessa con assoluta generosità dalle grandi banche centrali (Federal reserve su tutti). Un oceano di denaro che continua a sgorgare da numerose sorgenti (Bce e Banca del Giappone, in questo momento) senza trovare da nessuna parte vere occasioni di valorizzazione. Ossia di profitto.
Questo oceano di denaro non ha avuto quasi nessun effetto sull'”economia reale”, sulla produzione o i servizi; se non quello, minore, di contenere i crolli di diversi settori. Soprattutto, però, quell'oceano di liquidità si è riversato sulle borse e sui “mercati paralleli”, quelli dove viaggiano prodotti “derivati” dal contenuto (o “sottostante”) irrintracciabile, oppure sulle quotazioni azionarie di borsa. In definitiva: quei prezzi delle azioni, oggi, sono gonfiati dalla droga e non corrispondono affatto – anzi! - alle condizioni di profittabilità delle aziende di cui portano il nome.
Questo fenomeno ha un nome: bolla. Ogni asset finanziario è sopravvalutato, costa troppo rispetto al suo (già incerto) valore. Facile dunque prevedere, per uno come Dimon, un botto fragoroso e velocissimo non appena la “bolla” incontrerà – come sempre avviene – il suo fatale spillo. Ossia l'occasione, magari minore e impensabile (com'è stato per i mutui subprime statunitensi), che fa saltare la catena di santantonio dei titoli finanziari. Con tutti che corrono a vendere e nessuno che si ferma a comprare. Noi consigliamo sempre di dare uno sguardo al film Margin call per farsi un'idea “da dentro” l'esplosione della bolla.
E sembra abbastanza credibile la previsione dell'Europa come epicentro dell'esplosione. In fondo è qui che la Bce sta cominciando a pompare liquidità – sostenendo i valori di borsa – proprio mentre la Federal Reserve Usa sta meditando di “tornare alla normalità”, rialzando i tassi di interesse. Persino la querula regina delle riunioni del Fmi, Christine Lagarde, ha dovuto ammettere che proprio in Europa il rischio è più alto per via, anche, di "crediti incagliati per 900 miliardi di euro, che stanno bloccando i canali del credito nell'Eurozona". Una cifra pari al 60% del Pil italiano, non un petardo.
C'è quindi chi azzarda anche la previsione del comparto che esploderà per primo:
Secondo la molti esperti, tra gli ultimi Lagarde, partirà dal mercato obbligazionario: ha superato i 100.000 miliardi di dollari (erano 70.000 miliardi nel 2007). Un mercato dalle dimensioni colossali, 50 volte il debito pubblico italiano, che sta consentendo alle grandi società statunitensi di scaricare il proprio debito in Europa, dove il costo del denaro è più basso. La prossima bolla a esplodere sarà quella dei bond.
Titoli di stato, ovvero debito pubblico, cioé il canale di scambio tra capitale multinazionale finanziario privato e possibilità di rifinanziamento del debito pubblico degli Stati. Vien quasi da ridere pensando con quale seriosità, per esempio, Schaeuble e Merkel continuano a bacchettare la Grecia mentre sotto le loro auguste poltrone è caricata una bomba nucleare da 100.000 miliardi...

domenica 12 aprile 2015

La Compagnia delle Grandi opere

Non tutto il bene viene per giovare… C’è più di un motivo – secondo me – per parafrasare l’antico e un po’ consolatorio detto popolare che si sforza di trovare un lato positivo anche nella malasorte… È il caso dell’indagine della Procura di Firenze esplosa a inizio settimana con effetti devastanti (per adesso) per uno di ministri più potenti (e quindi ingombranti) del Governorenzi: Mauriziolupi…
Effetti che è legittimo immaginare non si limiteranno alle dimissioni spontanee annunciate nel salotto di Brunovespa (come si conviene a statisti e stilisti di area centrodestra) e ratificate in un’aula parlamentare semivuota…
Effetti che – al contrario – dovranno venire confermati come duraturi nei prossimi giorni-settimane-mesi per quanto riguarda Ercoleincalza, l’uomo indicato come l’indiscusso ras del “sistema”, protagonista in vent’anni di innumerevoli clamorose inchieste ma di altrettante silenziose uscite di scena… (Per la indiscutibile abilità a districarsi tra le carte ma anche grazie a qualche “eccesso garantista” di alcuni giudici e alle generose prescrizioni che la legislazione ad personam bypartisan ha varato senza soste nel “secondo ventennio”)…
lupirenziIncalza è senza dubbio l’uomo chiave del malaffare che ha fatto delle Grandi Opere l’inesauribile “bancomat dei politici”. Gli inquirenti fiorentini devono aver deciso di tenerlo d’occhio dopo l’inchiesta che lo aveva coinvolto di striscio a proposito dei lavori di sotto-attraversamento della città. Lavori sovra-stimati, inutili e dannosi (come denunciato da sempre dai pochi amministratori onesti, dal movimento No Tav e dalla sua “costola europea” che ha fatto delle “Grandi Opere Inutili e Imposte” un tema entrato di diritto anche nei Forum Sociali Mondiali dove si “scopre” che gli attori finanziari e gli accaparratori di appalti sono sempre gli stessi, a tutte le latitudini! Se ne parlerà nei prossimi giorni a Tunisi dove sono gia arrivati alcuni dei “nostri delegati” nonostante il sanguinoso attentato al museo del Bardo).
Ma il “rischio” che l’anguilla degli appalti la faccia ancora una volta franca (sfuggendo anche alla sorte del suo vasto e variegato mondo di complici finiti nella ordinanza del 16 marzo) non è l’unico retrogusto amarognolo che avvertiamo. Un sapore sgradevole che rende un po’ diffidenti chi come noi dovrebbe leccarsi i baffi per il fatto che per tutta la settimana l’intera galassia di quotidiani dichiaratamente ostili “ai No Tav” (forse perché facenti capo a impregilo e caltagirone editori) ha dovuto pubblicare capi d’accusa e intercettazioni clamorose che dimostrano quanto le nostre tesi sulle vere ragioni per cui si spingono le Grandiopere fossero corrette (in qualche caso addirittura arrotondate per difetto!).
Ma ci sono a mio avviso almeno un altro paio di motivi per lagnarsi di “troppa grazia, santantonio”:
- il rischio, cioè, che tutto venga “spiegato” con l’ingordigia dell’Ingegnerincalza e della sua cricca di “professionisti”… Cosa su cui su cui la carta stampata ma ancor più i famigerati talk-show televisivi sembrano già virare non foss’altro per il bisogno di fare audience sbattendo il mostro in prima pagina e semplificando il complesso “quadro di sistema”;
- ma soprattutto la inevitabilità – per noi – di interpretare la “parte pre-assegnata” che i “professionisti dell’informazione ci riservano di volta in volta nel copione: dopo mesi trascorsi alla gogna come terroristi o – bontà loro – fiancheggiatori più o meno consapevoli dei medesimi (vale a dire troppo furbi o troppo fessi), torniamo a “funzionare” come quelli che per via della loro mania di denunciare ogni fonte di sperpero di denaro pubblico si sono imbattuti per primi in certi loschi giri e – inascoltati – ne hanno denunciato i rischi (e in qualche caso) i nomi e i cognomi fin lì sconosciuti ai più…
Entrambi gli scenari risultano poco raccomandabili: in entrambi possiamo godere di un quarto d’ora di luce di riflettori destinati a spegnersi non appena il palazzo si sia ripresa la scena. Cosa che potrebbe succedere anche molto presto perché dopo aver fatto fuori il ministro della compagnia delle grandi opere il premier provvederà a sostituirlo nel più telegenico dei modi: o con una “faccina pulita” del suo cerchio magico come la Serracchiani o di uno che nella sua strategia sin qui vincente vada a svolgere il ruolo di “foglia di fico” più o meno consapevolmente, più o meno docilmente: il fatto che circolino insistentemente (assieme a quello della governatrice assenteista del Friuli) i nomi di Cantone e Gratteri sembra svelare un disegno raffinato ma non inedito: chi non è più giovanissimo si ricorderà l’offerta berlusconiana a Di Pietro di ricoprire il dicastero di Piazza della Croce Rossa… Offerta che il sedicente “nemico” di Incalza finirà per accettare successivamente da Prodi.
Incontentabili? Può legittimamente apparire d’esser tali il considerare se non negativo, non sufficientemente positivo che si parli tanto di corruzione, e del poco raccomandabile primato in materia di tangenti che il settore una volta noto come dei “Lavori Pubblici” vanta dai tempi di Quintino Sella (nonostante la fama di amministratore irreprensibile – non sempre – del ministro sabaudo).
Ma i motivi mai come adesso dovrebbero essere comprensibili a tutti. Se il lungo, paziente lavoro degli inquirenti della città del giglio non verrà smontato dai meglio legali della casta (da Tittamadia a Paolaseverino, in attesa che scendano in campo principi forensi del calibro di Francocoppi) verrà dimostrato quello che già emerge chiaramente dall’ordinanza: che non solo gli affidamenti di ruoli delicatissimi come quelli di progettazione o soprattutto “Direzione Lavori”, ma tutta l’“architettura” (Incalza è anche architetto oltre che ingegnere…) che ha portato all’elenco delle opere da inserire in legge obiettivo, alla loro “gerarchia” e alle scelte progettuali sempre gonfiate delle medesime è irrimediabilmente inficiato dal “sistema”!
Non basta allontanare Incalza dalla “stanza dei bottoni” (se non sarà neanche sta volta per le inchieste speriamo “provveda l’anagrafe”)… E non solo perché chi lo sta sostituendo – il giovane e promettente burocrate di stato Paolo Emilio Signorini – è già incappato in incidenti e conflitti di interessi prima ancora di cominciare… Il problema, a monte di quello dei tecnici più o meno capaci ma corrotti, è quello dei politici più o meno corrotti ma incapaci!
Vogliamo passare brevemente in rassegna i titolari di infrastrutture&Trasporti che hanno preceduto Lupi? Da Matteoli a Burlando passando per il già citato Di Pietro che aveva sì allontanato (ma non troppo) Incalza, ma si era legato mani e piedi a un supporter di D’Alema – l’Avvocatobargone – che si rivelerà artefice incontrastato dello scandaloso, rinnovo delle concessioni autostradali (destinate a beneficiare i Benetton e i Gavio cui sarà “svenduta” la rete autostradale italiana realizzata interamente con soldi pubblici)!
E oggi per ironia della sorte (o piuttosto per organicità conclamata al sistema) Antonio Bargone figura a pieno titolo tra gli indagati di Firenze (essendo nel frattempo stato premiato con la presidenza dell’“autostrada di Matteoli”, la famigerata Livorno-Civitavecchia che ricalca lo stesso schema finanziario della Orte Mestre di Bonsignore tanto per ribadire – se ce ne fosse bisogno – che il “sistema” è bypartisan)…
Insomma: un paese normale si prenderebbe una pausa di riflessione di almeno un anno e affiderebbe a una autorità davvero indipendente l’integrale riscrittura di opere anche grandi (ma soprattutto piccole e diffuse) davvero prioritarie. Approfittandone magari per promuovere una vera e propria “riconversione dell’industria bellica” costituita dalle grandi imprese divenute pura intermediazione parassitaria grazie a un’altra “invenzione” dell’“archingegner” Incalza: il “General Contractor”… Un quadro nel quale – ripulite – potrebbero anche avere un ruolo positivo nella messa in sicurezza del suolo e delle scuole, e nel risanamento delle innumerevoli metastasi rappresentate dalle periferie urbane che oltre a rendere sgradevole e miserabile la vita di chi è costretto ad abitarvi soffocano i centri storici di pregio con i loro tentacoli di calcestruzzo ammalorato…
Si tratta di capire se un paese come il nostro oltre a non essere più normale possa essere in grado di darsi un programma tanto ambizioso: l’intercettazione telefonica secondo me più emblematica della intera inchiesta tenderebbe purtroppo a escluderlo: quando Giulio Burchi, presidente di Italfer – il 17 settembre dello scorso anno – parlando con un suo compagno di merende si confida: “Forse si sta bene solo in questo Paese qua… perché nei Paesi dove ci sono le regole secondo me si sta molto peggio… io ti dico la verità… che sono stato assolutamente… anzi nessuno mi può dire un cazzo… anche se qualche compromesso l’ho fatto anche io naturalmente come tutti… però i soldi che ho guadagnato in questo Paese di merda deregolarizzato… non li avrei mai guadagnati in Inghilterra o in America”.

sabato 11 aprile 2015

"Europa sull'orlo del collasso": geopolitico non solo economico

In Europa parlano tutti della crisi finanziaria ed economica, ma nessuno si interessa alle conseguenze geopolitiche, per esempio, dell'avvicinamento della Grecia alla Russia.
Atene potrebbe studiare un modo per uscire dall'unione monetaria e legarsi alla Russia, che da parte sua sta stringendo legami sempre più stretti con Turchia e Cipro. Il tutto porterebbe l'Europa allo sfaldamento.
In un'intervista concessa a Le Figaro, la giornalista e saggista francese Coralie Delaume scrive che "anche se l'uscita dall'euro non figurava nel programma elettorale di Syriza e anche se la maggioranza dei greci è contraria, stanno capendo che non hanno più scelta: o Grexit o sarà la capitolazione".
Il rifiuto di essere umiliati dall'Unione Europea ha giocato un ruolo importante nella vittoria elettorale del partito della sinistra radicale alle scorse elezioni generali.
Con Atene che fa fatica a trovare un sostegno in Europa e a ottenere l'erogazione di nuovi prestiti in cambio di riforme, Tsipras spera di avvicinarsi diplomaticamente ed economicamente alla Russia, in particolare tenuto conto che tra i due paesi corre buon sangue e sono da tempo in buoni rapporti.
"L'Unione monetaria europea si sta avvicinando alla sua dissoluzione ogni giorno di più". Gli europei non capiscono bene cosa stia succedendo. "D'un tratto, chi pensava che la Russia si sarebbe fermata in Ucraina ora la vede arrivare nel Mediterraneo".
Economicamente, politicamente, questa Unione Europea è un "fiasco sferico". "Da qualunque parti lo si guardi, si può constatare l'uniformità perfetta del disastro", scrive la giornalista e saggista, autrice di un testo critico sull'Europa dal titolo: "Europa. Gli Stati disuniti".
"Tutti sono convinti che la geopolitica sia un residuo del 19esimo secolo e che ora viviamo in un'epoca di economia e contabilità. L'Europa è diventata un buco nero".

venerdì 10 aprile 2015

Lavorate da casa: così vi sfrutteremo ancora di più

Non è la prima volta che affronto su queste pagine l’argomento del taylorismo digitale, e quanto leggo in due articoli recenti mi induce a tornare sul tema. Un pezzo del “New York Times” spiega perché il famoso venture capitalist John Doerr ha deciso di investire nella società di software Better Works: i lavoratori che adottano i suoi prodotti sono incoraggiati a mettersi reciprocamente in competizione, “misurando” i rispettivi risultati con metodi che richiamano quelli con cui si stabiliscono i punteggi dei videogame e/o dei programmi di fitness. Doerr si dice entusiasta di tale metodo, perché richiama il sistema Okr (Objectives and Key Results) che lui stesso aveva escogitato quando lavorava per la società Intel e che descrive così: si tratta di fare in modo che gli impiegati si auto attribuiscano degli obiettivi misurabili, e che rendano pubblici i risultati ottenuti, in modo che i colleghi possano metterli a confronto con i propri. Un sistema, commentano gli autori del pezzo, che smentisce l’opinione secondo cui il concetto di organizzazione scientifica del lavoro sarebbe un ferrovecchio.
In questo modo i principi di autonomia, responsabilità individuale e libertà da costrizioni gerarchiche dirette, elaborati dal management postfordista (e copiati di peso, come dimostra un bel libro di Boltanski tradotto da Mimesis intitolato “Il nuovo John Doerrspirito del capitalismo”, dalla cultura dei movimenti post sessantottini), vengono resi perfettamente compatibili con i principi del taylorismo: autocontrollo e autosfruttamento sostituiscono il controllo da parte di capiufficio e capisquadra. Non basta: per rendere ancora più efficace il sistema, occorre “emancipare” il lavoratore anche dalla vicinanza fisica con i capi, virtualizzare il loro rapporto. Ecco perché, come apprendiamo da un altro articolo pubblicato dall’“Huffington Post”, il telelavoro – dopo un periodo in cui sembrava avere perso appeal, smentendo le profezie entusiastiche dei guru della rivoluzione digitale – torna di attualità, al punto che anche Yahoo – società simbolo della New Economy, che qualche anno fa aveva imposto ai dipendenti che praticavano il telelavoro di rientrare in azienda – ha cambiato idea e ora favorisce l’esodo di chi preferisce lavorare da casa.
Questa inversione di tendenza si spiega con il fatto che molte ricerche hanno dimostrato che i lavoratori a domicilio sono più produttivi, lavorano più ore (perdendo consapevolezza della differenza fra tempo di lavoro e tempo libero), fanno meno pause, non si danno mai malati; in poche parole: si auto sfruttano selvaggiamente. Per spiegare questa docilità autoimposta alle esigenze di valorizzazione del capitale non basta evocare l’indebolimento dei rapporti di forza delle classi subordinate, logorate dagli effetti di decenni di “guerra di classe dall’alto”: disoccupazione, individualizzazione, desindacalizzazione, che li inducono a ingaggiare una spietata guerra fra poveri per “meritarsi” un salario; la catastrofe è in primo luogo frutto della disfatta culturale provocata dalla conversione delle sinistre all’ideologia liberista. Una conversione che, per la socialdemocrazia, ha assunto la forma della “sottomissione” (per citare Houellebecq) al dio mercato, per i “nuovi movimenti” quella dell’emancipazionismo individuale e identitario.

giovedì 9 aprile 2015

Def, documento di estro e fantasia

E' un'onda di numeri a caso quella che Matteo Renzi riversa sui giornalisti a Palazzo Chigi. In attesa di venerdì, quando il Governo presenterà ufficialmente il nuovo Documento di economia e finanza, martedì pomeriggio il Premier si produce in una conferenza stampa dai toni quanto mai berlusconiani. La sparata più grossa, come sempre, riguarda le tasse.
Il Presidente del Consiglio sostiene di averle ridotte addirittura per 21 miliardi: 10 dal bonus di 80 euro, otto dalla decontribuzione dei contratti e tre dal disinnesco di precedenti clausole di salvaguardia. Sorvoliamo sul fatto che la decontribuzione vale tre anni (poi addio) e sull'assurdità di considerare la mancata applicazione di una clausola di salvaguardia alla stregua di una riduzione delle tasse. Restiamo sui numeri.
Il 2 aprile scorso l'Istat ha fatto sapere che nel quarto trimestre del 2014 la pressione fiscale è risultata pari al 50,3%, in aumento di 0,1 punti percentuali su base annua. In tutto l'anno passato, invece, il dato ha raggiunto il 43,5%, in aumento anche in questo caso di 0,1 punti percentuali rispetto al 2013. Com'è potuto accadere, visti i 10 miliardi di riduzione dell'Irpef (per gli amici, "gli 80 euro") decisi a giugno scorso da questo governo? Semplice: se finanzi i tagli alle tasse centrali diminuendo le risorse da girare agli enti locali, questi ultimi compensano i mancati trasferimenti spingendo al massimo le accise locali.
Il meccanismo dei vasi comunicanti si ripete: è già accaduto e continuerà ad accadere. Secondo un focus della Uil, ad esempio, soltanto l'introduzione della Tasi e l'aumento delle addizionali Irpef regionali erodono oltre il 40% dei famosi 80 euro. Poi ci sono gli aumenti scattati a gennaio su sigarette, canone Rai, giornali e benzina (a proposito: come mai l'Eni non taglia mai il prezzo alla pompa in proporzione al crollo delle quotazioni del petrolio?). Si tratta di rincari che pesano sulle tasche di tutti gli italiani, non soltanto su quelle di chi beneficia dei famosi 80 euro, ovvero la classe media.
Basterebbe questo per smentire l'affermazione di Renzi secondo cui "non ci saranno aumenti delle tasse nel 2015". Ci sono già stati, Presidente. Ma Renzi non si ferma e arriva ad assicurare che quest'anno non arriveranno ulteriori tagli alla spesa pubblica. Lo dice proprio mentre il tandem Yoram Gugteld/Roberto Perotti - fresco di nomina al timone della spending review - si sta industriando per portare al Governo 10 miliardi di risparmi nel corso del 2015.
Ora, è verosimile che il duo delle meraviglie arrivi a una cifra del genere solo razionalizzando la spesa, senza tagliare nemmeno un euro ai bilanci degli amministratori? Certo che no, ma non è nemmeno questo l'aspetto più grave. Anche in caso di miracolo, infatti, quei soldi non basterebbero: 10 miliardi non sono pochi, ma le famigerate clausole di salvaguardia valgono 16,8 miliardi nel 2016 e addirittura 23 miliardi nel 2017.
"Non ci saranno tagli alle prestazioni per i cittadini", ribadisce il Premier, distillando rassicurazioni su scelte che non spettano a lui, "ma c'è bisogno che la macchina pubblica dimagrisca un po' e, se i sacrifici li fanno i politici o salta qualche poltrona nei consigli di amministrazione, male non fa". Nulla di più banale e populista, peccato che si scontri con la realtà dei numeri.
Ne sa qualcosa il ministro del Tesoro, Pier Carlo Padoan, il quale garantisce che "se la crescita sarà migliore delle attese le clausole di salvaguardia si disinnescheranno automaticamente". Non è esattamente il rigore scientifico che ci si aspetterebbe da un tecnico, ma lasciamo stare. Concentriamoci piuttosto sulle "attese": il governo prevede per quest'anno una crescita del Pil pari allo 0,7%. E' quanto verosimilmente riusciremo a incassare nell'anno del petrolio a prezzi di saldo e del Quantitative easing della Bce.
In pochi lo ricordano, ma a dicembre lo stesso Padoan aveva detto che il greggio a 60 dollari al barile prolungato nel tempo "potrebbe essere una buona notizia" e portare ad uno "0,5% di crescita in più". Oggi la quotazione del Brent è in risalita, ma al momento rimane comunque sotto i 57 dollari.
Quanto alla politica monetaria della Banca centrale, il programma di espansione abbatte i tassi reali sui titoli di Stato e indebolisce l'euro, rafforzando "l’attività economica - ha scritto il Centro studi di Confindustria -. I minori tassi alzano il Pil italiano dello 0,2% nel 2015 e di un ulteriore 0,4% nel 2016; il cambio più debole dello 0,6% in ciascun anno. La spinta complessiva è dunque pari allo 0,8% nel 2015".
Calcolatrice alla mano, tutto ciò significa che, senza il crollo del petrolio e l'apertura dei forzieri da parte della Bce, anche quest'anno avremmo dovuto esultare in caso di stagnazione.

mercoledì 8 aprile 2015

I sindaci provano ad opporsi al Governo ma la valanga di tagli è pronta a partire

Tutti a Palazzo Chigi, compreso il presidente del Consiglio, conoscono benissimo le difficoltà degli enti locali. Varare un piano da 256 milioni di tagli per le città metropolitane è irragionevole”. Nel suo percorso verso Def e legge di Stabilità, il premier Renzi dovrà vedersela con i comuni d’Italia. Sono troppi i “conti che non tornano” alla vigilia del varo del Documento economico e finanziario (venerdì), e del vertice Anci a Roma (giovedì). Firenze, Napoli e Roma sono le “città metropolitane” più colpite rispettivamente con tagli di 26, 65 e 87 milioni. Ma il rischio default interessa soprattutto migliaia di piccoli comuni, senza contare un altro bel grappolo di tagli che potrebbe arrivare dall’introduzione del criterio dei costi standard nella sanità. Ora l’esecutivo sta pensando alla local tax, che nelle intenzioni dovrebbe sostituire Imu e Tasi. Ancora non ci sono cifre, ma è chiro che tra ritocchi e trasferimenti di competenze l’operazione ha il senso di attribuire agli enti locali un potere di tassazione che il Governo avrà già “scontato” con i tagli nei trasferimenti.
Il capitolo dei tagli, tutti rigorosamente mascherati da “recupero di efficienza”, come non si stanca di ripetere il consigliere economico di Renzi, Gutgeld, oltre alla sanità riguarda anche altri settori come i trasporti. Difficile far passare come efficientamento, però, il taglio delle detrazioni fiscali, che il Sole 24 ore valuta per un miliardo e mezzo di risparmi, nonostante tutti gli abbellimenti di cui è capace Renzi tra una intervista e un twitter, e il taglio delle indennità di accompagnamento. Si tratta di voci che andranno ad incidere tutte direttamente sulla redditi e quindi sulla capacità di spesa degli italiani, e sul Pil.
L’Italia “non riparte”. E’ questa l’amara verità spiegata pochi giorni fa dal Wsj. Inevitabile, poi, che con queste misure torni ad impennarsi verso l’alto il peso del fisco, al contrario di quanto sostiene Renzi, che lamenta il mancato conteggio del bonus di 80 euro nell’allegerimento dell’Irpef. Insomma, siamo al solito gioco delle tre carte. E alle solite raccomandazioni all’indirizzo di Bruxelles, alla cui benevolenza il Governo italiano affida tutte le sue speranze di potersela cavare in autunno. Il ragionamento è facile quanto rimasticato: posto che il tasso di crescita “sperato” possa ritoccare di mezzo punto il il parametro sul deficit, sfruttando quindi la flessibilità Ue e una vaga ipotesi di posticipo del pareggio di un altro anno ancora, ci sarebbe qualche miliardo da destinare agli sgravi per le assunzioni.
Sembra la fotocopia della manovra precedente? Esatto. E' per questo che Renzi attraverserà tutti questi mesi insistendo sulla ripresa. Strappare un mezzo punto di crescita in più equivale a cavarsela e a tenere buoni i burocrati di Bruxelles.

martedì 7 aprile 2015

Non c’è nessuna crisi, gli oligarchi vogliono sacrifici umani

In passato alcuni lettori mi hanno contestato l’utilizzo dell’espressione “nazisti tecnocratici” in riferimento a certi personaggi che condizionano le leve di potere in Europa. Il tempo, sempre galantuomo, si è preso la briga di validare alcune mie passate intuizioni, rendendo sempre più palesi e scoperte le pulsioni omicidiarie che attraversano il Vecchio Continente. Preliminarmente tengo a precisare i contorni della mia analisi, conoscendo perfettamente le differenze che intercorrono tra il modello operativo del Fuhrer originale rispetto a quello abbracciato dal suo tardo-epigono Mario Draghi, vero dominus del progetto di annichilimento della civiltà europea ora in atto. Le scellerate condotte poste in essere dai nazisti originali traevano ispirazione dall’assorbimento di una filosofia occulta che non riconosceva dignità a tutti gli esseri umani. Il popolo germanico, ieri come oggi, si sentiva colpito nella sua ontologica purezza, minacciato da un meticciato composto da popoli inferiori da schiavizzare e polverizzare.
L’uccisione e la deportazione di neri, zingari ed ebrei, in questa ottica, risultava essere niente di più e niente di meno che un necessitato effetto collaterale da sostenere al fine di salvaguardare un interesse più alto (la salvaguardia della purezza del La Merkel con Schaeublepopolo germanico per l’appunto). I tedeschi di oggi, sempre manipolati da una èlite perversa, sentono di dover difendere con la stessa ottusa foga di allora un altro mito falso: ovvero la purezza del bilancio, messa in discussione adesso non più da neri ed ebrei, ma da imprecisate “cicale mediterranee” pronte a trascinare nella spirale del vizio i virtuosi discendenti di Ario. La pubblica opinione tedesca è palesemente manipolata da quelle stesse penne che, in Italia, tentano pateticamente di addossare al popolo greco la responsabilità della crisi in atto. L’idea del sacrificio rituale come momento “purificante” è da sempre parte della Storia. Oggi, però, in ossequio alle regole formali tipiche di una società apparentemente laica e tecnologica, anche il sacrificio rituale di massa deve giocoforza sublimarsi in maniera apparentemente neutra e incruenta.
Finita la premessa passiamo insieme dalla narrazione astratta al caso concreto. Il neoeletto premier greco Tsipras ha calendarizzato l’approvazione di una legge pensata per affrontare una “emergenza umanitaria”. Il termine “emergenza umanitaria”, utilizzato in termini asettici e non enfatici, testimonia la gravità della situazione. Un numero cospicuo di cittadini ellenici, infatti, rischia di morire di freddo, fame, malattie e stenti a causa delle misure di austerità impartite dalla famigerata Troika. Non c’è nulla di retorico o populista nel sottolineare un dato oggettivo e non contestabile. Molti bambini greci sono effettivamente denutriti; molte famiglie elleniche sono state per davvero gettate in mezzo ad una strada e molti malati sono realmente morti in conseguenza di mali curabili a causa della criminale soppressione del servizio sanitario universale. Cosa fanno i nazisti tecnocratici per impedire che il governo Tsipras spenda pochi spiccioli al fine di salvare la vita di molti suoi concittadini? Minacciano ritorsioni, proprio come i nazisti autentici protagonisti dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema. E Francesco Maria Toscanoperché i vari Juncker, Dijsselbloem, Schaeuble, Draghi e Merkel dovrebbero osteggiare l’approvazione di lievi misure umanitarie che appaiono nient’altro che buon senso agli occhi di qualsiasi uomo per bene?
Invito quelli pronti a rispondere perché “non bastano i soldi” a non dire, né pensare, fesserie, considerata anche l’immensa liquidità che il nostro banchiere centrale ha appena promesso di iniettare nel circuito finanziario europeo fino a data da destinarsi. E allora, perché? Perché gli odierni padroni credono di acquisire forza e vigore dal sacrifico del cittadino greco (italiano, portoghese o spagnolo poco importa), espressione di una umanità inferiore e molesta, da tenere sotto il calcagno di un potere crudele e imbellettato che non può rinnegare la sua ferocia senza al contempo negare in radice anche se stesso. Riuscite ora a spiegarvi la ratio di tanta malvagia pervicacia? Mettetevelo bene in tesa, non esiste nessuna crisi economica in atto. E quelli che provano a combattere una “stirpe nera” con le armi della sola macroeconomia sono degli sprovveduti (nella migliore delle ipotesi). La partita è un’altra. E la posta in gioco è decisamente più alta di quanto non sembri.