lunedì 28 luglio 2014

RIDARE LA MONETA ALLO STATO

Il monopolio della banca centrale nell'emettere moneta in tempi di crisi provoca più problemi di quanti ne risolve.
Nel sistema economico attuale la moneta che definiremo "pubblica" è creata da banche centrali indipendenti dal potere politico, mentre lo Stato non può stampare moneta ma può agire esclusivamente attraverso il debito, un tipo di intervento che alla lunga può diventare insostenibile. D'altra parte, le banche private per mezzo del credito hanno la possibilità di creare liberamente una moneta che si può considerare di origine "privata".
Più precisamente, quando c'è crescita le banche private tendono a concedere prestiti molto generosi amplificando l'espansione, ma quando scoppia una crisi queste banche esasperano le difficoltà poiché in presenza di aspettative negative restringono il credito e quindi riducono l'offerta di moneta all'economia reale.
E' proprio durante una crisi che diventa cruciale il ruolo della moneta pubblica per sostenere l'economia.
Ma chi ha detto che il monopolio dell'emissione di moneta pubblica in capo alla banca centrale rappresenta il sistema più efficiente per contrastare una crisi? Perché lo Stato non può creare moneta in una fase di crisi? Se consideriamo il patrimonio economico e la legittimazione democratica, lo Stato è in grado di dare garanzie ben maggiori sul valore della moneta rispetto alle banche centrali che possiedono lingotti d'oro e non hanno nessuna responsabilità sociale.
Se lo Stato creasse moneta la banca centrale ne perderebbe il monopolio. Per questo la proposta che abbiamo fatto è eversiva: i titoli di Stato dovrebbero funzionare non solo come riserva di valore ma anche come strumento di pagamento e cioè dovrebbero circolare ed essere scambiati sul mercato per finanziare spese correnti e in conto capitale.

Eppure vi sono esperienze storiche in cui lo Stato ha creato la moneta: ai tempi di Abraham Lincoln negli Stati Uniti e con Hjalmar Schacht, ministro dell'Economia nonché Presidente della Reichsbank nella Germania degli anni trenta. Il presidente Lincoln aveva bisogno di denaro per finanziare la guerra civile e i banchieri internazionali gli offrirono un prestito al 24-36% di interesse; Lincoln rifiutò la loro richiesta perché non voleva gettare la nazione in un debito insostenibile e avanzò una proposta al Congresso affinché approvasse una legge che autorizzasse a stampare banconote del Tesoro degli Stati Uniti.
Così Lincoln ignorò le pressioni dei banchieri e fece stampare oltre 400 milioni di dollari per pagare i soldati e gli impiegati e per comprare le forniture per la guerra. Le banconote statali permisero di finanziare le spese militari dell'esercito nordista che nel giro di un paio di anni riuscì a prevalere sulla confederazione sudista.
Oggi dobbiamo considerare la possibilità di superare il monopolio delle banche centrali che, essendo indipendenti dai governi democraticamente eletti, non hanno alcuna responsabilità sociale e lavorano con altri obiettivi rispetto a quello di assicurare il benessere collettivo.
Mettere in discussione il monopolio della banca centrale è un'idea che va contro tutte le convinzioni dominanti. Però, non possiamo nasconderci che in questa fase di crisi prolungata il sistema attuale non sta funzionando: gli Stati non possono continuare a espandere l'indebitamento per creare lavoro e assicurare un reddito dignitoso a tutti poiché il costo del debito impedisce l'espansione dell'economia. Il debito pubblico è diventato ormai una forma di schiavitù che sta mettendo a rischio l'esistenza dello stato sociale e la possibilità di realizzare una convivenza civile nella maggior parte delle società occidentali.
Se fosse emessa una moneta statale - i titoli pubblici lo potrebbero essere - verrebbe intaccato il monopolio della Banca centrale europea, colpendo alle fondamenta l'edificio della moneta unica. Sarà la storia a dire se l'euro riuscirà a sopravvivere senza che vi siano cambiamenti radicali, oppure se sarà destinato a crollare sotto il peso di una disoccupazione e di una povertà insostenibili.

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